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L’appello di Pizzaballa:“Non dimenticare Gaza”

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“Bisogna parlarne, informare, non seguire le mode. Quei territori sono l’ombelico del mondo: ci appartengono, sono parte di noi”
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Bergamo. Quando Lucio Caracciolo gli chiede come sono i soldati israeliani e che dialogo c’è con loro il cardinale Pierbattista Pizzaballa strappa una risata al pubblico e allo stesso tempo lo accompagna a riflettere nel profondo: «C’è un po’ di tutto ma devo dire con dolore – io sono religioso, insomma, dovrei essere un po’ religioso! – che i più duri sono i religiosi, i religiosi che combattono». Poi c’è un passaggio da pelle d’oca. Il patriarca di Gerusalemme («la diocesi più difficile del mondo») descrive con piglio da cronista la situazione attuale della Striscia di Gaza per come la osserva nei suoi viaggi entrando da Nord. «Le città sono rase al suolo, livellate, azzerate. Viaggi su strade fortuite in mezzo alle tende nelle quali vive la gente, in mezzo alle fognature. Nessuno parla degli odori e dei topi, i topi che mordono soprattutto i bambini che anziché andare a scuola giocano accanto alle fogne. C’è un degrado che non puoi immaginare, lo devi vedere».

In platea e nei palc…

Bergamo. Quando Lucio Caracciolo gli chiede come sono i soldati israeliani e che dialogo c’è con loro il cardinale Pierbattista Pizzaballa strappa una risata al pubblico e allo stesso tempo lo accompagna a riflettere nel profondo: «C’è un po’ di tutto ma devo dire con dolore – io sono religioso, insomma, dovrei essere un po’ religioso! – che i più duri sono i religiosi, i religiosi che combattono». Poi c’è un passaggio da pelle d’oca. Il patriarca di Gerusalemme («la diocesi più difficile del mondo») descrive con piglio da cronista la situazione attuale della Striscia di Gaza per come la osserva nei suoi viaggi entrando da Nord. «Le città sono rase al suolo, livellate, azzerate. Viaggi su strade fortuite in mezzo alle tende nelle quali vive la gente, in mezzo alle fognature. Nessuno parla degli odori e dei topi, i topi che mordono soprattutto i bambini che anziché andare a scuola giocano accanto alle fogne. C’è un degrado che non puoi immaginare, lo devi vedere».

In platea e nei palchetti del Teatro Sociale di Bergamo il silenzio è intatto. Sul palco, in un dialogo che cattura e commuove, il direttore di Limes Lucio Caracciolo e sua eminenza Pizzaballa: bergamasco, da 36 anni a Gerusalemme. Il suo nome l’anno scorso era molto girato tra i “papabili” alla vigilia dell’elezione di Leone XIV. Prima di conferirgli il Premio Limes per il Dialogo e la Pace, Caracciolo incalza il cardinale: il conflitto israelo-palestinese, i due popoli, il prima, il dopo e il domani nel quale – chiede Pizzaballa rovesciando una sollecitazione dell’intervistatore – «c’è bisogno di empatia con chi non la pensa come noi». Attento, misurato. E però dritto quando c’è da andare al punto. «La cosa che serve di più in questo momento nella Striscia sono degli psicologi per i bambini e per i loro genitori. Questo ci chiedono gli operatori».

In un’ora di conversazione la politica è tenuta a giusta distanza, aleggia solo qua e là. Sia Pizzaballa che Caracciolo sembrano in accordo sull’urgenza di non demonizzare nessuna delle parti. Ma subito dopo si torna alla disumana distruzione totale di Gaza, all’occupazione militare, agli insediamenti nella Cisgiordania. «Ai coloni israeliani viene permesso tutto – dice il patriarca di Gerusalemme -. Fanno check-point ovunque, tagliano gli alberi, non ti fanno coltivare la tua terra, le aggressioni sono diventate il pane quotidiano. Non solo nei villaggi cristiani, anzi, soprattutto nei villaggi non cristiani. Entrano, assaltano. Noi chiamiamo l’esercito e quando l’esercito arriva loro sono già scappati».

Si parte inevitabilmente dal 7 ottobre e da quello che è successo immediatamente dopo. «Nel popolo israeliano c’è stato certo un trauma profondo, ma l’azione, il pensiero e il linguaggio che sono venuti fuori sono diventati mano a mano molto pesanti. E purtroppo non sono solo di una minoranza», riflette Pizzaballa. Parla dell’ala più dura del governo Netanyahu. «Sono un movimento politico-messianico, non esprimono il pensiero della maggioranza di Israele ma hanno sempre più credito e stanno creando una divisione profonda anche all’interno della popolazione israeliana». E Hamas? Caracciolo stimola il cardinale sulle “due” Gaza: quella in superficie, distrutta, e quella sotterranea, con i tunnel dei terroristi palestinesi. «Sono stati certamente indeboliti, ma hanno ancora rapporti con la popolazione». Pizzaballa parla dell’Autorità palestinese. «Ha perso credibilità, soprattutto agli occhi dei palestinesi. Non ha più autorevolezza, è triste vedere come e da chi sia rappresentato questo popolo che avrebbe diritto di vivere in pace e al sicuro».

Il patriarca di Gerusalemme è a capo di una diocesi che abbraccia quattro Paesi e che ha sei vicariati, tra cui quello cattolico-ebraico. «Non esiste un incontro che si possa fare in una sola lingua – racconta -. Da noi c’è veramente di tutto, è un mondo». «L’ombelico del mondo», suggerisce il direttore di Limes. Pizzaballa racconta la sua vita nelle terre più incandescenti del pianeta. «Abito nella città vecchia, nel Bacino sacro, non distante dal Santo Sepolcro, nei vicoli dove cristiani e ebrei si incontrano sempre più spesso, prima non era così, è per questo che gli scontri sono aumentati». Che si può fare?, chiede Caracciolo. «Noi che cosa possiamo fare?». «Parlarne. Informare. Non seguire le mode, i giornali ne parlano un po’ poi smettono. Quei territori (la Striscia, ndr) ci appartengono, sono parte di noi. Gli israeliani ci dicono: ma perché non parlate anche del Sud-Sudan? Semplice. Perché noi non abbiamo una relazione col Sud-Sudan!».

La chiosa finale è da brividi nella schiena. «Non dobbiamo isolare, dobbiamo dialogare, non erigere barriere – è il monito di Pizzaballa -. Dovete aiutarci a uscire dal pozzo nel quale siamo caduti, non lasciateci dentro». In teatro partono le note dell’inno della Pace. Appena cala il sipario chiediamo al cardinale se l’Italia ha fatto abbastanza per Gaza. Risposta: «Non so!».

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