Svelata la Tomba François, la Sistina etrusca ora è di tutti
di Giuseppe M. Della FinaAlcuni particolari delle scene affrescate nel sepolcro rinvenuto a Vulci nel 1857
Roma – «Entro il gruppo non ampio di tombe etrusche dipinte attribuite al periodo compreso tra la fine dell’età classica e l’ellenismo, la Tomba François occupa un posto particolare», così scriveva Filippo Coarelli in un articolo pubblicato, nel 1983, in Dialoghi di Archeologia, la rivista fondata da Ranuccio Bianchi Bandinelli. Quel saggio rappresentò una svolta fornendo una chiave interpretativa nuova per comprendere il ciclo di affreschi presente sulle pareti del monumento funerario, che venne rinvenuto a Vulci nella primavera del 1857 dall’archeologo Alessandro François di cui oggi porta il nome. A lungo è stato noto come “Grotta Bella” e già la prima denominazione ne suggeriva l’interesse. Altri l’hanno soprannominata la “Sistina etrusca”. Adesso quel capolavoro dell’antichità è finalmente visibile a tutti. Acquistato dallo Stato attraverso il ministero della Cultura, resterà da oggi esposto a Roma, al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.
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Roma – «Entro il gruppo non ampio di tombe etrusche dipinte attribuite al periodo compreso tra la fine dell’età classica e l’ellenismo, la Tomba François occupa un posto particolare», così scriveva Filippo Coarelli in un articolo pubblicato, nel 1983, in Dialoghi di Archeologia, la rivista fondata da Ranuccio Bianchi Bandinelli. Quel saggio rappresentò una svolta fornendo una chiave interpretativa nuova per comprendere il ciclo di affreschi presente sulle pareti del monumento funerario, che venne rinvenuto a Vulci nella primavera del 1857 dall’archeologo Alessandro François di cui oggi porta il nome. A lungo è stato noto come “Grotta Bella” e già la prima denominazione ne suggeriva l’interesse. Altri l’hanno soprannominata la “Sistina etrusca”. Adesso quel capolavoro dell’antichità è finalmente visibile a tutti. Acquistato dallo Stato attraverso il ministero della Cultura, resterà da oggi esposto a Roma, al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.
Scene affrescate nel sepolcro rinvenuto a Vulci nel 1857
A Mauro Cristofani si deve l’inquadramento cronologico degli affreschi oggi generalmente accettato: gli anni tra il 340 e il 310 avanti Cristo e quindi di poco posteriori allo scontro tra romani e etruschi noto come guerra romano-tarquiniese (358-351 avanti Cristo), che fu costellata da episodi di particolare atrocità da entrambe le parti come l’uccisione rituale dei prigionieri, pratica che era stata superata (o, almeno, abbandonata) nelle società del tempo, ma alla quale si ritornò. Trecento prigionieri romani vennero sacrificati nel foro di Tarquinia, lo stesso, in un secondo momento, fecero i romani. L’eco di questo può leggersi nella scelta di raffigurare, su una delle pareti della tomba, il sacrificio dei prigionieri troiani in onore di Patroclo da parte di Achille narrato nell’Iliade.
Uno degli affreschi nel sepolcro rinvenuto a Vulci nel 1857
Lo straordinario ciclo di affreschi era stato staccato nel 1863 per entrare nelle collezioni della famiglia Torlonia. Da allora era possibile ammirarlo in rare occasioni. Si è così conclusa una vicenda – durata decenni di aperture e chiusure – che ha visto archeologi e storici del mondo antico schierati a favore della possibilità di rendere pubblico un patrimonio che parla della storia della prima Italia. Il momento è arrivato. «Di traguardo storico», parla il ministro della Cultura Alessandro Giuli, che ieri, intervenendo all’inaugurazione, ha anticipato che il Mic intende entrare nella Fondazione Vulci «per contribuire direttamente alla tutela e alla valorizzazione di uno dei siti archeologici più importanti d’Europa».
Scene affrescate nel sepolcro rinvenuto a Vulci nel 1857
A Villa Giulia, attorno alla Tomba François, è stata allestita la mostra Il ritorno degli eroi(fino al 31 dicembre), curata dalla direttrice Luana Toniolo, che accoglie alcuni dei reperti del corredo funerario. I quali, venduti nell’Ottocento, sono andati dispersi tra diversi musei europei che li hanno prestati per l’occasione: il British Museum e il Museo del Louvre per citarne solo due. Lungo il percorso espositivo figura uno dei pannelli della copia del ciclo pittorico realizzata dall’artista-archeologo Carlo Ruspi quando gli affreschi non erano stati ancora staccati dalle pareti. Sono esposte anche alcune copie realizzate dal disegnatore Bartolomeo Bartoccini tratte dai disegni realizzati da Nicola Ortis pochi giorni dopo la scoperta e andati perduti.
Affresco nel sepolcro rinvenuto a Vulci nel 1857
Ma quali sono i motivi dell’importanza di questo ciclo pittorico? Il livello stilistico, innanzitutto. Nel primo resoconto della scoperta, François scrisse che, a prima vista, i dipinti avevano richiamato in lui «i bei tempi del Botticelli e del Perugino». Il suo socio, Adolphe Noël des Vergers, in una lettera datata 7 maggio 1857, segnalava che gli affreschi: «non sono inferiori ad alcuna pittura di Ercolano». Ma è l’interesse storico dei soggetti raffigurati che prevale: si tratta di episodi della storia etrusca e romana, ma visti eccezionalmente nell’ottica degli Etruschi. Vi è raffigurata l’aggressione del romano Cneve Tarchunies (Gneo Tarquinio), da identificare probabilmente con Tarquinio Prisco, da parte di un certo Marce Camitlnas, e la liberazione di Celio Vibenna da parte di Mastarna. In proposito occorre ricordare che l’imperatore romano Claudio, in un discorso che tenne al Senato, sostenne che Mastarna andava identificato con Servio Tullio.
Affresco nel sepolcro rinvenuto a Vulci nel 1857
Vi sono raffigurati inoltre altri duelli tra guerrieri vulcenti, tra i quali Aulo Vibenna, fratello di Celio, e i loro alleati che riescono a sconfiggere personaggi romani e i loro sostenitori anche di ambito etrusco. Il ciclo di affreschi sembra narrare quindi episodi legati alla successione di Tarquinio Prisco non coincidenti con le affermazioni delle fonti storiche di parte romana.
Non è ancora tutto: continuando a seguire la ricostruzione proposta da Filippo Coarelli, va segnalato che le scene vittoriose per i vulcenti si ricollegano ad altre tratte dalla tradizione greca e illustrate nello stesso ciclo pittorico, come, per esempio, il sacrificio dei prigionieri troiani voluto da Achille in espiazione della morte di Patroclo, già richiamato. Tutto ciò porta a ritenere che il committente della tomba – Vel Saties, raffigurato coronato e con una toga picta di fattura raffinatissima – credeva nell’identificazione dei Vulcenti con i Greci e dei Romani con i Troiani.
C’è un reperto che suggerisce la storicità dei personaggi coinvolti (o, almeno, di alcuni di essi): si tratta di un oggetto all’apparenza modesto, il piede di un vaso in bucchero donato nel santuario, in località Portonaccio, a Veio, e databile nella prima metà del VI secolo avanti Cristo. Su di esso è incisa un’iscrizione etrusca, che ricorda il donatore: è il condottiero Aulo Vibenna. La storia e il mito della Tomba François finalmente sono sotto gli occhi di tutti.