La moneta metallica fu inventata dagli antichi greci, quindi adottata dai romani, e utilizzata per secoli dalle civiltà successive. Ma col passare del tempo il contenuto d'argento venne riutilizzato più e più volte per creare inflazione aumentando la massa monetaria battendo più monete. Alla fine i dischetti metallici sviliti fino all'osso non li accettò più nessuno. Così, nel Medioevo, tra Genova e Venezia si comincia a coniare il "grosso", una moneta caratterizzata da una lega di argento relativamente puro e dal peso fisso di 2,2 grammi. Nel 1202 a Venezia il colpo di fortuna perché si cominciano a utilizzare gli ingenti quantitativi del metallo prezioso portati dai cavalieri franchi. L'oro entra in scena nel 1252 a Genova con il "genovino", a Firenze con il "fiorino" nello stesso anno con l'effige del giglio, e infine nel 1284 a Venezia con il ducato rappresentante il doge inginocchiato a San Marco. Se il Monte dei Paschi di Siena, classe 1472, si fregia del titolo di banca più ant…
La moneta metallica fu inventata dagli antichi greci, quindi adottata dai romani, e utilizzata per secoli dalle civiltà successive. Ma col passare del tempo il contenuto d'argento venne riutilizzato più e più volte per creare inflazione aumentando la massa monetaria battendo più monete. Alla fine i dischetti metallici sviliti fino all'osso non li accettò più nessuno. Così, nel Medioevo, tra Genova e Venezia si comincia a coniare il "grosso", una moneta caratterizzata da una lega di argento relativamente puro e dal peso fisso di 2,2 grammi. Nel 1202 a Venezia il colpo di fortuna perché si cominciano a utilizzare gli ingenti quantitativi del metallo prezioso portati dai cavalieri franchi. L'oro entra in scena nel 1252 a Genova con il "genovino", a Firenze con il "fiorino" nello stesso anno con l'effige del giglio, e infine nel 1284 a Venezia con il ducato rappresentante il doge inginocchiato a San Marco. Se il Monte dei Paschi di Siena, classe 1472, si fregia del titolo di banca più antica del mondo, a Firenze già c'era in quel tempo un'ottantina di istituti che emettevano regolarmente cambiali basate sulla fiducia (che è rimasto in fondo il criterio con cui ancora oggi si quotano le valute visto che "credito" viene da creditum). A Firenze intanto i muratori di Lastra a Signa venivano pagati con assegni al portatore. Ma è a Genova che riesce fra il 1580 e metà '600 il colpo grosso perché i banchieri locali diventano i tesorieri di Re Filippo II di Spagna. Nel frattempo a Venezia nel '500 si sviluppavano le assicurazioni a partire da quelle marittime.
La carrellata potrebbe proseguire a lungo. Non c'è aspetto della finanza attuale che non sia nato in Italia, scrive Alessandro Marzo Magno, laureato in storia a Ca' Foscari e appassionato commentatore di vicende dell'economia antica, nel saggio L'invenzione dei soldi* (Laterza). Il sottotitolo non a caso è "Quando la finanza parlava italiano". Perfino i bitcoin hanno un progenitore nel Bel Paese (che Paese ancora non era): fra la fine del '500 e l'inizio del '600 i genovesi convenivano a Piacenza per quattro fiere finanziarie l'anno dove si scambiavano non denaro ma "scudi di marco", sottratti al controllo di qualsiasi autorità, del tutto virtuali e valutati da una comunità di utenti (i banchieri genovesi stessi) come l'attuale blockchain. Era una scommessa sulla rivalutazione, e un mezzo di acquisto molto relativo.
E i lombardi? Non è un caso se Lombard Street è la via più importante della City, rue des Lombardes conduce alla Borsa di Parigi, ad Anversa, antica capitale del mercato dei diamanti, c'è Lombardenvest. Tutto cominciò nel '200 con i prestiti su pegno praticati per la verità per primi da piacentini e piemontesi di Alba e Chieri, quindi dai milanesi e infine esportati in tutto il mondo. Il merito dei lombardi è che, al di là delle grandi charities come i Medici o gli Strozzi che resero possibile la creazione di capolavori immortali da Brunelleschi a Leonardo, le "nuove" banche prestavano poco a tanti e resero possibile uno sviluppo più diffuso.
Quanto al Vaticano, l'innovazione è invece legata alla "partita doppia", il metodo contabile tuttora utilizzato per far quadrare i bilanci: accadde che il matematico Luca Pacioli scrisse un manuale nel 1494 per dare un valore e una classificazione alle decime che arrivavano da tutto il mondo nella Santa Sede. Arrivava di tutto: dai denti di narvalo dell'Artico ai datteri africani, e a tutto si decise di dare un'entità numerica. Il manuale, grazie alla stampa a caratteri mobili appena inventata da Gutenberg nel 1455, ebbe una diffusione mondiale. Ovviamente anche il debito pubblico nacque in Italia. A Venezia, le famiglie più ricche tenevano le loro obbligazioni nei solidi caveau bancari: quando Napoleone saccheggiò tutto nel 1797 si impadronì dei fondi pubblici e privati, senza mai restituirli.
IL LIBRO L’invenzione dei soldi, di Alessandro Marzo Magno, Garzanti, pagg. 281, euro 22