Et voilà, il Beaubourg è Monumento Storico. Ieri pomeriggio Emmanuel Macron è andato a trovare in studio, in rue des Archives, Renzo Piano e, senza giornalisti e senza annunci, l’edificio che cinquant’anni fa era «l’alieno», «il mostro», «la raffineria» è stato battezzato Monument Historique, come la Tour Eiffel e l’Arc de triomphe. È stato un incontro allegramente solenne perché «sembra inventata da un genio burlone l’elevazione a monumento dell’invenzione architettonica contro i monumenti» ha detto Renzo Piano ai saggi di Francia che solo sei mesi fa avevano aperto l’istruttoria: «Diciotto esperti del ministero della Cultura erano venuti a chiedermi cosa non si può toccare e cosa si può cambiare di quel mostro». E Piano ha detto di getto che si poteva cambiare tutto, «ma ci ho subito ripensato e ho corretto la risposta: niente. Mi sono spaventato».
Et voilà, il Beaubourg è Monumento Storico. Ieri pomeriggio Emmanuel Macron è andato a trovare in studio, in rue des Archives, Renzo Piano e, senza giornalisti e senza annunci, l’edificio che cinquant’anni fa era «l’alieno», «il mostro», «la raffineria» è stato battezzato Monument Historique, come la Tour Eiffel e l’Arc de triomphe. È stato un incontro allegramente solenne perché «sembra inventata da un genio burlone l’elevazione a monumento dell’invenzione architettonica contro i monumenti» ha detto Renzo Piano ai saggi di Francia che solo sei mesi fa avevano aperto l’istruttoria: «Diciotto esperti del ministero della Cultura erano venuti a chiedermi cosa non si può toccare e cosa si può cambiare di quel mostro». E Piano ha detto di getto che si poteva cambiare tutto, «ma ci ho subito ripensato e ho corretto la risposta: niente. Mi sono spaventato».
Macron e Piano si trattano come due amici che hanno a cuore Parigi, dove «anch’io provo un sentimento che somiglia all’amore di patria. Ogni volta che io e Milly rientriamo a casa è come se non ce ne fossimo mai andati. È la mia città, qui ho costruito il tribunale e l’ospedale, è a me che hanno chiesto di intervenire a Montparnasse». Eppure raccontò Richard Rogers che nella Parigi ancora calda del Maggio una sera mentre tornavano a piedi da un ristorante, «ci tagliarono la strada dei furgoni da cui scese un gruppo di poliziotti in tenuta antisommossa», e li riempirono di botte.
Il presidente francese Emmanuel Macron
Era d’obbligo che mentre Macron parlava si mettesse in moto la macchina dei ricordi. Piano, che ha imparato le lingue «sulla strada», ne parla bene tre ed è cittadino francese, nel giugno del 1971 impiegò più di quindici minuti per capire che aveva vinto il concorso. «Sì, una signora mi diceva che ero lauréat, che vuol dire vincitore, e io rispondevo che certo che sì, ero laureato al Politecnico di Milano». La signora non gli disse che quando la busta sigillata era stata aperta e fu scandito il nome dei vincitori, Piano e Rogers, il silenzio fu totale. Nessuno aveva la minima idea di chi fossero. E alla conferenza stampa furono aggrediti dai giornalisti che, beffardi, credevano che il progetto fosse strampalato come il loro francese.
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Anche ieri sera all’Élysée nella cena in onore di Milly e Renzo Piano di nuovo si è messa in moto la macchina dei ricordi: il gala sulla Senna dove quella folla di giovani ribelli che componevano la banda del Beaubourg e non avevano neppure i soldi per pagare l’albergo, vennero trattati dal Tout-Paris come barbari che dovevano essere fermati. E poi il primo incontro all’Élysée con Pompidou quando la leggenda vuole che Piano e Rogers, non avendo le cravatte, furono costretti ad annodarsi al collo i calzini neri di Renzo.
Renzo Piano
«Con i saggi di Francia mi sono messo a scherzare sull’idea del monumento quando ho visto che prendevano appunti: trattavano anche me come un monumento». Il restauro che stanno facendo del Beaubourg e la sua elevazione al rango di monumento «li ha spinti a mettersi al riparo dietro l’autorità dei classici, cioè dietro di me, verso il quale mostravano venerazione. E questo è buffo, perché Richard e io abbiamo fatto il Beaubourg contro l’autorità dei classici. Sous les pavés, la plage esprimeva il nostro stato d’animo e il nostro bisogno di riprenderci le città».
«Allora, per alleggerire il disagio ho detto che in Giappone i monumenti sono uomini, i maestri artigiani, e dunque ero pronto a fare io il monumento. Non mi hanno capito e io li ho guardati smarrito, come forse da bambino fissavo i miei insegnanti: è la vecchiaia, avranno pensato, pur restando riguardosi. Forse se lo avessi detto non solo in francese ma “alla francese” mi avrebbero capito: le Beaubourg c’est moi. Ma Flaubert non ha scritto Madame Bovary con uno stepbrother e dunque solo con Richard potrei dire: le Beaubourg c’est nous».
E ieri non mancava solo Rogers. «Da monumento, mi ritrovo a pensare a tutti gli amici, non solo a Richard, che parteciparono a quello sventramento di Parigi dove, dal 1971 al 1977, costruimmo il Beaubourg. E non sono in grado di capire quanto c’era di mio in loro e quanto di loro c’è in me. Forse questo è il mistero non solo dell’amicizia, ma della vita».
Divenne il club della leggerezza quello sventramento. «Venivano a cercare la leggerezza Eco, Antonioni e Rossellini. A mister Honda sembrava che il cantiere si spostasse come una delle sue motociclette. Sergio Leone vi girò alcune scene dei suoi spaghetti western. Ad Alain Bernandin, il creatore del Crazy Horse, pareva che quell’edificio danzasse come Pina Bausch. E i rumori del cantiere diventarono la colonna sonora della leggerezza per Boulez, Cage, Stockhausen, Berio, Nono e Abbado». Piano ammette che c’era, tra tutti loro, anche un’invisibile ragnatela di competizioni, ma prevaleva quella grazia speciale e quell’orgoglio che è la voglia di esserci, di sentirsi parte di qualcosa e compagni di qualcuno. Quando Italo Calvino fu ricoverato d’urgenza il 6 settembre 1985, trovarono sul suo tavolo le lezioni che avrebbe dovuto tenere a Harvard. Quel libro, che fu il suo finale di partita, si apriva appunto con la leggerezza, che era stato l’avvio di partita di Piano. Calvino ha raccontato il cantiere in Armilla, una delle città invisibili.
Ecco, ieri sera alla cena in onore di Piano c’erano in spirito tutti i “barbari”, coautori «del Prodigio che era stato immaginato da Malraux e poi da Pompidou per rifare di Parigi il luogo d’Europa più stimolante per gli artisti, quell’incrocio tra Times Square e il British Museum, quel “posto per tutti” – che è il titolo dell’autobiografia di Richard –, di ogni razza e credo, per i poveri e per i ricchi, un contenitore di cultura non più scolpita nel marmo, non più e mai più monumento. E invece forse chiunque cambia il mondo è destinato a diventare il monumento-ammonimento a non cambiarlo».