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Il gioco che conta davvero? È nei palazzi del potere: il libro di Luca Pisapia

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In tempo di mondiali, il legame tra calcio e politica è al centro di un nuovo saggio. Che non risparmia grandi miti e rende omaggio agli irregolari del pallone
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Se, come scriveva Pier Paolo Pasolini, «il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo», i Mondiali in corso tra Usa, Messico e Canada sono la cerimonia somma e luccicante che, ogni quattro anni, ravviva e rifonda il mito su scala globale. D’altra parte, proseguendo nella metafora, il calcio è una religione seguita da 5 miliardi di adepti e la sua cattedrale è rappresentata dalla Fifa, la federazione internazionale che conta tra i suoi membri affiliati 211 Paesi. Nell’assemblea generale dell’Onu, per dire, seggono “appena” 193 Stati. Partendo da questi presupposti, l’ultima cosa che ha valore è ciò su cui si concentra lo sguardo dei “fedeli”: il pallone. Che rotoli o meno dietro la linea di porta ha sempre meno importanza rispetto alla narrazione che contribuisce a costruire e tenere in piedi il sistema calcio. C’è un libro, scritto dal giornalista Luca Pisapia e uscito in questi giorni per Einaudi (Il calcio è potere, una storia critica dei mondiali da Mussolini a Trump…

Se, come scriveva Pier Paolo Pasolini, «il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo», i Mondiali in corso tra Usa, Messico e Canada sono la cerimonia somma e luccicante che, ogni quattro anni, ravviva e rifonda il mito su scala globale. D’altra parte, proseguendo nella metafora, il calcio è una religione seguita da 5 miliardi di adepti e la sua cattedrale è rappresentata dalla Fifa, la federazione internazionale che conta tra i suoi membri affiliati 211 Paesi. Nell’assemblea generale dell’Onu, per dire, seggono “appena” 193 Stati. Partendo da questi presupposti, l’ultima cosa che ha valore è ciò su cui si concentra lo sguardo dei “fedeli”: il pallone. Che rotoli o meno dietro la linea di porta ha sempre meno importanza rispetto alla narrazione che contribuisce a costruire e tenere in piedi il sistema calcio. C’è un libro, scritto dal giornalista Luca Pisapia e uscito in questi giorni per Einaudi (Il calcio è potere, una storia critica dei mondiali da Mussolini a Trump) che si assume l’ingrato compito di smontare i miti che accompagnano il calcio.

L’assunto di partenza è che il gioco del pallone, nato in Inghilterra alla fine dell’800, diventa fin da subito una «macchina che produce mitologie funzionali al capitalismo per esercitare la sua egemonia». Vista così, non esiste una età dell’oro del calcio, poiché, parafrasando il James Ellroy di American Tabloid, scrive Pisapia «il calcio non è mai stato innocente». Il calciatore diventa da subito «un sublime prodotto dell’industria culturale e quindi un altrettanto perfetto testimonial di prodotti industriali». Da Giuseppe Meazza che il 16 giugno del 1938 segna un calcio di rigore nella semifinale con il Brasile reggendosi le mutande (mito-leggenda inventato nel dopoguerra, reiterato come un’àncora di salvezza per un popolo sconfitto nella seconda guerra mondiale) a David Beckam che fa da testimonial a un brand di abbigliamento intimo il passo è breve. E non si salva nemmeno O rei, Edson Arantes do Nascimiento detto Pelè, il calciatore perfetto, l’apollineo contrapposto al dionisiaco Manoel Francisco dos Santos, meglio noto come Garrincha, campione del mondo finito a giocare nel Sacrofano, squadra di dilettanti del paesino alle porte di Roma. Pelè diventa invece uomo immagine della dittatura del generale brasiliano Médici durante e dopo la Coppa del mondo del 1970. In questa narrazione di miti funzionali al potere, i granelli di sabbia che provano a inceppare gli ingranaggi sono una manciata. Alcuni dimenticati, come Obdulio Varela, il capitano dell’Uruguay campione del mondo del 1950, protagonista del Maracanazo, che rovina la festa dei brasiliani e nella notte di Rio si mette a consolare i tifosi verde-oro disperati per la sconfitta.

Altri, luminosissimi e immortali come Diego Armando Maradona, l’avversario della Fifa, che «nella sua impurità, nella sua immortalità e nella sua oscenità carnevalesca», scrive ancora Pisapia, prova a sabotare la macchina mitologica del calcio «e per questo deve pagare per tutti». I capitoli finali sono dedicati alla figura di Gianni Infantino, l’attuale numero uno della Fifa che traghetta una federazione colpita da scandali e inchieste verso un futuro fatto di accordi geopolitici più che sportivi. Basta osservare il balletto delle attribuzioni dei mondiali degli ultimi anni, da Russia 2018 all’Arabia Saudita del 2034, che seguono una logica di potere che consolida le fondamenta della cattedrale del calcio globale. Dai suoi peana per Trump alle foto con i petromonarchi del Golfo, Infantino prepara il regno a venire inventando un improbabile premio per la pace (assegnato al presidente Usa) o candidandosi a partecipare alla ricostruzione di Gaza. In tutto ciò, il pallone rimane uno specchietto per le allodole, mentre il gioco che conta è quello che si costruisce fuori dagli stadi, nei vertici internazionali dove la Fifa siede ormai quasi sempre in prima fila.

Il libro

Il calcio è potere di Luca Pisapia (Einaudi, pagg. 336, euro 19,50)

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