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Il lutto per il padre è una terra desolata, il libro di Carmen Pellegrino

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Dopo aver cantato in passato la marginalità geografica ora l’autrice torna e narra un paesaggio interiore
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Non è un racconto, tanto meno un saggio; non è un diario, non è un memoir. Ma una narrazione che contiene tutto questo, con una cifra stilistica così marcata, eppure spuria e a bassa gradazione, che la rende facilmente associabile all’autrice. E ciò rende merito al suo modo di stare al mondo tra vita vissuta e raccontata. Carmen Pellegrino si spinge lungo il terreno impervio del lutto attraverso immersioni ed emersioni quotidiane che nulla fanno perdere a ciò che di doloroso contiene la zona grigia della perdita, quella che prima o poi ciascuno di noi percorre. Lasciato decantare quel retrogusto un po’ cinico e fintamente sorpreso con cui il cenacolo letterario ha scoperto qualche anno fa la scrittrice salernitana di Postiglione degli Alburni – all’esordio narratrice sui social dei funerali di persone sconosciute, poi catalogata nel perimetro dell’abbandonologia, sol perché ha dato respiro a paesi morti (e storie minime) di enclave dimenticate da dio e dagli uomini – lo svolgimento de…

Non è un racconto, tanto meno un saggio; non è un diario, non è un memoir. Ma una narrazione che contiene tutto questo, con una cifra stilistica così marcata, eppure spuria e a bassa gradazione, che la rende facilmente associabile all’autrice. E ciò rende merito al suo modo di stare al mondo tra vita vissuta e raccontata. Carmen Pellegrino si spinge lungo il terreno impervio del lutto attraverso immersioni ed emersioni quotidiane che nulla fanno perdere a ciò che di doloroso contiene la zona grigia della perdita, quella che prima o poi ciascuno di noi percorre. Lasciato decantare quel retrogusto un po’ cinico e fintamente sorpreso con cui il cenacolo letterario ha scoperto qualche anno fa la scrittrice salernitana di Postiglione degli Alburni – all’esordio narratrice sui social dei funerali di persone sconosciute, poi catalogata nel perimetro dell’abbandonologia, sol perché ha dato respiro a paesi morti (e storie minime) di enclave dimenticate da dio e dagli uomini – lo svolgimento de Le verità provvisorie (edito da Solferino) dà l’impressione fin dall’incipit di un’opera incatalogabile che genera immediata empatia.

Non bussa alla porta delicatamente, Pellegrino. Entra di slancio e non chiede il permesso. Ci dice subito dove vuole inoltrarsi e perché lo fa: «Mio padre è morto il 15 luglio 2024. Un’ora prima ci eravamo sentiti. Un’ora dopo non c’era più». Ecco: da qui l’autrice prende per mano il lettore conducendolo nella terra arsa dei sentimenti che non ha angoli dove rifugiarsi né uscite di sicurezza perché ci si cala come in apnea nell’abisso dell’afflizione. Del ricordo, della pena, della evocazione di stati, sentimenti, discussioni, passioni, sorrisi, incomprensioni, parole dimenticabili che si risollevano dalla polvere dell’anonimato con un loro suono ben distinto, ossia tutto ciò che plasma un rapporto infungibile come quello tra padre e figlia – peraltro già scandagliato da Pellegrino nel romanzo Se mi tornassi questa sera accanto, titolo da un memorabile verso di Alfonso Gatto. E quando avverte la necessità pressante di aprirsi alla condivisione, di dare acqua alle radici che hanno sete, Pellegrino si rifà al passo della letteratura testimoniale di Susan Sontag e Ngozi Adichie come di Jean Didion e Paul Auster, e all’impercettibile solco lasciato da donne e uomini sconosciuti, soldati prossimi a morte atroce sotto una luna impassibile e piena, contadini, massaie, antenati in viaggio per l’America, tutti ripiegati su una quotidianità che è atto rituale dell’esistere, gente del popolo la cui voce, non più persa nel tempo, giace ora negli archivi dei diari che sono i battiti del paese ignoto.

«Ho cercato quaderni di trincea, di mare, di isolamento: non storie a cui paragonare la mia, ma tracce di una mano che scrive in situazioni di urgenza. E in quel preciso punto, esattamente in quella soglia, ho riconosciuto ciò che era accaduto anche a me. In alcuni momenti, quando è difficile o quasi impossibile immaginare il futuro, si tende il filo e si comincia a scrivere solo per continuare a esserci, una pagina alla volta, un giorno per volta».

Pellegrino vive la vita guadando a piedi, lentamente, il fiume della memoria. E cercando una via inesplorata, dove ricomporre i cocci senza alzare muri né sprofondare nell’angoscia. Ha perso il padre in un attimo, nel podere di ulivi e piante che era il solo luogo dove quell’uomo tutto d’un pezzo si riconosceva e avrebbe voluto finire i suoi giorni, e l’evento così improvviso sembra non inquadrabile nell’obiettivo delle cose umane, né mai classificabile; e aveva già da poco pianto la madre, consumatasi invece lentamente fino a farsi velina di corpo, senza più parola né remoto, un’ostia riconoscibile soltanto all’occhio e al tatto di casa. Il presente stretto di Pellegrino è nel conteggio delle cose pratiche, persino di un amore che non si fa più sostegno ma incomprensione, parole che non si incontrano, si urtano nell’aria ammorbata dalla pena, dallo sconforto che si fa acredine, non compassione, che divide inesorabilmente, non accomuna.

E’ un lento procedere senza scosse, senza singhiozzi, un andare avanti inoltrandosi negli spazi bui del passato, perché è lì il chiarore da recuperare, e perché, per dirla con Carlo Levi, il futuro ha un cuore antico. La misura di ciò che si è stati va ripresa con uno sforzo di scarnificazione che Pellegrino pratica su di sé. Nulla tralascia, nulla risparmia. Trova conforto da sconosciuti, che si sono mostrati «a loro agio di fronte alla mia ferita, come se in quella riconoscessero la propria» Perché il dolore provoca reazioni come temporali nella calura d’estate, le più differenti, e imprevedibili, tanto che talvolta i legami già plasmati contano meno – per assurdo – dei nuovi che le cadute del vivere sprigionano inattesi.

Pellegrino appunta e recupera, sviluppa la parola diaristica – che pure l’aveva già sostenuta da adolescente – stavolta come argine all’assenza, ed è pleonastico dirsi che è aria chiusa in bottiglia, quell’aria lì è una liana a cui appendersi per non sprofondare nel vuoto. Lei, del padre, ha anche la campagna, ovvero le cose materiali, la roba, la vanga del vecchio di Seamus Heaney che nel poeta si fa penna, «il superamento di una vita segnata da una povertà tramandata»; e quindi la ricaduta burocratica, un percorso che però permette all’autrice di diluire la propria desolazione, il proprio smarrimento, in quello altrui, appoggiandosi a qualcosa che solo il caso, il destino, decide possa spuntare repentinamente nelle giornate più grigie. Un incontro, uno scambio di frasi solo all’apparenza cerimoniose o di facciata, una spontanea condivisione. Laddove invece certe relazioni evaporano, come quella con Nini, che il 27 aprile 2025 – annota Pellegrino nel diario – «se ne è andato. Era quello che voleva fare da quando ci siamo conosciuti: andarsene, con o senza di me. Credo che i miei lutti gli abbiano reso difficile farlo prima. Nella lite della rottura ha detto che siamo incompatibili, che io non sono più quella di prima. Ha aggiunto, per completezza, che non sa se mi ama più. Come dargli torto?».

Il lutto è un sisma, non sai che danni possa creare e quanto a lungo possano incidere. La finzione di vincoli che parevano inscalfibili, prima o poi, si accartoccia e diventa cenere. «Non si capisce il mondo stando fermi. Se non senti la verità nelle ossa, non è vera», dice in un quaderno Pina Moretti, frasi che Pellegrino riporta nei suoi come monito, avvertimento, un lampione che si accende nella notte, luce da una stella spenta, parafrasando Recalcati. «E il cuore non muore quando sembra che dovrebbe», scrive il grande poeta Milosz. Dalle perdite Pellegrino recupera respiro, aliti che riscaldano, dal momento che «il cuore non obbedisce al trauma, è ciò che costringe a continuare a sentire, a ricordare, a restare nel mondo anche quando si avrebbe una ragione per sottrarsi». Lo si fa diventando diversi, accettando talvolta ciò che prima si rifiutava seguendo spartiti altrui solo per spirito di contrasto, o comunque dando comprensione a qualcosa che si negava arbitrariamente. Pellegrino riscatta il padre attraverso la terra e la terra attraverso il padre, colma il vuoto con le parole (sempre misurate, ben al di sotto della linea di teatralità che la materia affrontata comunque alimenta e produce) e i gesti (che a loro volta diventano parole sofferte), quindi nelle pieghe della lingua placa la sua condizione di orfana. Soprattutto trova il coraggio. Lo cerca e lo agguanta. Nella misura dell’umano che in noi perdura per riprendere a fibrillare ogni nuovo giorno.

Il libro

Le verità provvisorie di Carmen Pellegrino (Solferino, pagg. 208, euro 17)

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