Morì proprio uno di questi giorni qua, Valentino Zeichen, nel luglio del 2016. Ma lui mi apparve sempre in una estate, decenni prima, che risaliva da via Flaminia e ora, superata la Porta del Popolo, gli vedevo dei calzonacci blu da muratore tenuti sui fianchi da un filo di spago. Subito dopo lo ascoltai leggere a un convegno all’Università “La Sapienza”. C’erano i poeti. Perfino Luciano Erba, con quelle geometrie fatte di niente o, se vogliamo, con fili ironici e di erba, appunto. Zeichen aveva un cognome che non aveva nessuno. Era un gesto come lui. Il nome, classicissimo da elegantone: Valentino, pensate un po’, che in realtà non era il suo vero nome di battesimo. Lesse, per l’occasione, dei quadretti interpretanti la pittura astratta, lui che era stato amico di Cotani e fiancheggiato Verna e Aricò. Pittori solitari, dai colori morbidi ma eccitanti, o di calce, o giocosi come i collage di Valentino stesso che comunque i bianchi di pietra fragile di Cotani li mise nel suo romanzo La…
Morì proprio uno di questi giorni qua, Valentino Zeichen, nel luglio del 2016. Ma lui mi apparve sempre in una estate, decenni prima, che risaliva da via Flaminia e ora, superata la Porta del Popolo, gli vedevo dei calzonacci blu da muratore tenuti sui fianchi da un filo di spago. Subito dopo lo ascoltai leggere a un convegno all’Università “La Sapienza”. C’erano i poeti. Perfino Luciano Erba, con quelle geometrie fatte di niente o, se vogliamo, con fili ironici e di erba, appunto. Zeichen aveva un cognome che non aveva nessuno. Era un gesto come lui. Il nome, classicissimo da elegantone: Valentino, pensate un po’, che in realtà non era il suo vero nome di battesimo. Lesse, per l’occasione, dei quadretti interpretanti la pittura astratta, lui che era stato amico di Cotani e fiancheggiato Verna e Aricò. Pittori solitari, dai colori morbidi ma eccitanti, o di calce, o giocosi come i collage di Valentino stesso che comunque i bianchi di pietra fragile di Cotani li mise nel suo romanzo La sumera.
Non ci frequentavamo assiduamente, però ci vedemmo sempre nei momenti giusti e fondamentali. Zeichen, che era trasvolato da Fiume a Roma con il padre e la matrigna dopo la morte nel 1945 della sua amatissima mamma. Ho sempre pensato che quei pochi metri quadri di terra, con loro tre sopra, arrivarono con la velocità del vento in via Flaminia dove il poeta, con la busta di plastica a spasso per Roma, costruì la sua baracca a vita. La stessa cosa accadde identica alla Madonna Vergine, quando la casa di Nazareth fu trasportata dagli Angeli fino a Loreto. E poi papa Benedetto XV la proclamò protettrice degli aviatori, quindi gli aerei, quindi le nostre dispute sui carri armati tedeschi, sulle geopolitiche da far saldare da matti medievo e oltre le odissee nello spazio. Ma certo si trattava di tutto novecento ben oliato: scarpe trattate con il grasso, pummarola da far bollire per ore per affogare due spaghettacci. Ecco, le sfide! Come quella sui miei spermatozoii che mi lanciò in pubblico. Con Valentino che abbassò l’occhio sulle mie carte di laboratorio che parlavano di una combattività spermatica oltre l’ottanta per cento. Epperò su Ciro di Pers eravamo d’accordo, pure sulle Rime del Tasso. Un secolo fa mi consigliò di comprare una piccola Punto: “E’ come un calesino!, non spendere soldi”. Invece sfoderai una Saab nera turbo. Era tenero il Valentino, riempiva la testa agli amici a mia insaputa delle auto da tremila di cilindrata in su che negli anni avvenire compravo come bruscolini.
Al venerdì, negli ultimi anni, si andava a cena con il “Narciso Fecondo” Ontani, sempre, e a volte con Antonio Gnoli, al ristorante La campana a vicolo della Campana. Con Pino il cameriere il poeta fiumano, elegantone che disprezzava ovvio il lavoro pure intellettuale che non fosse poesia, ingaggiava duelli sul menù perché pretendeva di scambiare le sue ricette con quelle del cuciniere lì. Valentino che aveva scritto una Ode a Bruno Giordano, il 9 della Lazio che segnò il suo primo gol al derby (vinse la Lazio 1 a 0) nell’anno in cui nacque Francesco Totti, anzi quando il pupone aveva due mesi.
Di Valentino Zeichen poeta andatevi a leggere i suoi libri. Io qui voglio solo parlare dell’amico. Della poesia non mi frega perché mi fa soffrire troppo. Su queste pagine voglio testimoniare l’ultima corsa sfrenata della giovinezza. E basta.
Era il 16 aprile dello stesso anno, il 2016. Festeggiava il compleanno l’amico giornalista e scrittore Antonio Gnoli. Fui invitato a cena a largo dei Lombardi. Partii in ritardo come sempre dalle terre a sud di Roma. Volli imboccare la Pontina per essere più veloce e rischiare di più. Valentino mi teneva compagnia al telefono, perché ci eravamo detti nel pomeriggio di incontrarci sotto il portone di Antonio per salire insieme. Non ero mai stato veloce con la mia Lexus 4.300 V8. Ne ero innamorato, avevo addirittura sacrificato un Porsche Carrera 2S per viaggiare soltanto con la giapponese già appartenuta a Nicolas Cage. Ebbene, mi misi sui 180 e in un colpo mi ritrovai a Pomezia. Chiamai Valentino e gli dissi: “Sono a Pomezia!”. Non ci credeva. In una attimo a 200 a palla ero a Pratica di Mare e poi a 220 che vedevo Spinaceto. Richiamai il Comandante: “Sono a Spinaceto!”. Mi rispose ridendo che non lo avevo mai udito e visto ridere così: “Non è vero!, non è vero!”. E rideva mentre io rischiavo di uccidermi. Non mi importava. Era importante abbracciare gli amici e divertire il fiumano della baracca. Al Circo Massimo trovai la strada sbarrata. C’era non so cosa. Allora mestamente lo richiamai per dirgli: “Dopo questa corsa rischio di arrivare tardi. Qui è tutto bloccato, su via dei Cerchi non si passa. Vai, sali da Antonio, ci vediamo lì”. Così accadde.
Quella sera bevemmo più che mangiare. Le bottiglie di vino rosso andavano via lisce quanto le due casse di champagne che un anno prima avevamo bevuto in campagna da me. Ero molto felice. Fuori di testa e lucido. Valentino sorseggiava. Antonio Gnoli era contento. Con noi c’erano suo figlio Federico e l’editore Simone Caltabellota. Bevemmo tanto. Poi di nuovo la sfida. Una sfida senza dirselo. Un antico duello d’amore tra amici. Un duello vero. In fondo una sfida di poesia ora che invece la poesia fa la spia a sé stessa. Valentino tirò fuori dalla tasca lo scritto in onore di Antonio. Lui ci metteva testa e astuzia. Io attaccai a cantare Maurizio Vandelli e poi con Antonio: Gianni Bella, Maurizio, forse pure Mal… E bevevamo. Poi Valentino riprese con un’altra delle sue. A quel punto senza volerlo e chiedermelo intonai una strofa e due e tre in ottava per il festeggiato. Vidi Valentino con il viso alzarsi al soffitto, di più di quella sera alla Campana quando mi ingaggiai sul dipinto La muta di Raffaello col temuto e bravissimo Franco Purini. Lo Zeichen e l’Ontani erano orgogliosi del loro amico.
Per il compleanno di Antonio fummo supremamente felici. Fu l’ultima corsa e sfida e duello credo per tutti noi.
Quando scendemmo, passando per via della Frezza, vidi il volto di calce, troppo di calce di Valentino. La sua figura si stampava di fronte al portone della casa che avevo affittato e nella quale non misi mai piede. Chiesi al poeta: “Ti accompagno io in macchina!?”. Mi rispose frettoloso di no, che era a due passi dalla baracca, sarebbe andato a piedi. Fu il primo grande addio. L’indomani Valentino Zeichen andò kappaò. Visse altri altri tre mesi. In ospedale lo circondava una corte come quella del Toro Maupassant. Ma Valentino aveva il baricentro alto, le gambe lunghe, avrebbe anche lui sfondato il record mondiale dei quattrocento metri piani.