Una donna all’impiedi, che ha attraversato il Novecento (e oltre: scomparve nel 2007 all’età di centocinque anni) onorando la divisa “frangar non flectar”, non a caso la stessa della Stampa con l’impronta paterna, il senatore Alfredo Frassati. Di cimento in cimento. Ecco pulsare, per i tipi di Aragno, Le mie battaglie di Luciana Frassati Gawronska (avendo sposato il diplomatico polacco Jan, da cui ebbe sette figli, tra cui l’europarlamentare Jas): un arazzo tessuto con lettere, pagine di diario, documenti di famiglia, financo poesie, quelle via via sottoposte al giudizio di Gustavo Rol, il sensitivo di una Torino mai volgarmente magica. Una duplice fedeltà ha ritmato la parabola di Luciana Frassati Gawronska, verso il fratello Pier Giorgio, di recente canonizzato, e verso il genitore. I volti di due Italie profondamente avverse al fascismo: cattolica l’una, ma estranea alle barricate contro il mondo moderno, riconoscendosi nel magistero di don Luigi Sturzo; liberale l’altra, giolittia…
Una donna all’impiedi, che ha attraversato il Novecento (e oltre: scomparve nel 2007 all’età di centocinque anni) onorando la divisa “frangar non flectar”, non a caso la stessa della Stampa con l’impronta paterna, il senatore Alfredo Frassati. Di cimento in cimento. Ecco pulsare, per i tipi di Aragno, Le mie battaglie di Luciana Frassati Gawronska (avendo sposato il diplomatico polacco Jan, da cui ebbe sette figli, tra cui l’europarlamentare Jas): un arazzo tessuto con lettere, pagine di diario, documenti di famiglia, financo poesie, quelle via via sottoposte al giudizio di Gustavo Rol, il sensitivo di una Torino mai volgarmente magica. Una duplice fedeltà ha ritmato la parabola di Luciana Frassati Gawronska, verso il fratello Pier Giorgio, di recente canonizzato, e verso il genitore. I volti di due Italie profondamente avverse al fascismo: cattolica l’una, ma estranea alle barricate contro il mondo moderno, riconoscendosi nel magistero di don Luigi Sturzo; liberale l’altra, giolittiana, di sicura ascendenza risorgimentale, ma infine specchiantesi nel crociano “perché non possiamo non dirci cristiani”.
La storia, ogni storia, è sempre storia contemporanea. È la verità che in questa monumentale opera aperta (sembra non tollerare la parola fine, sembra annunciare ulteriori pagine) sfolgora capitolo dopo capitolo. Tutto è ancora qui, tutto è ancora presente. Luciana Frassati tesseva e ritesseva di continuo figure e fatti, ogni volta accendendo una nuova luce, identificando un’orma, restaurando un giudizio. Un annus horribilis contrassegna l’esistenza di Luciana Frassati. È il 1925, quando il fratello improvvisamente muore e il padre è costretto a lasciare La Stampa vendendola alla famiglia Agnelli. Unica parentesi lieta, il matrimonio con Jan, conosciuto a Berlino, al seguito del padre ambasciatore. Ancorché il “sì” giunga dopo un travagliato fidanzamento e a velarlo sia il presagio dell’infausto destino incombente su Pier Giorgio. Gli affetti, per Luciana Frassati, sono intrecciati inesorabilmente con la tragedia dell’Europa, di cui discuterà in sei colloqui “interessanti, ma inutili” con Mussolini, fra il 1938 («Circa mezz’ora in cui la dignitosa cortesia di chi mi stava di fronte non mi permise di provare repulsione, ma solo curiosità») e il 1940 («Vidi Mussolini piegare il capo quando gli chiesi se il “flirt” con la Germania sarebbe continuato»).
Giorno dopo giorno, Luciana Frassati risalterà quale testimone impavida, appassionata, lucida, generosa della discesa nel baratro. Dall’Anschluss (fu in Austria negli anni Trenta, si legò d’amicizia a Dollfuss, nonostante l’ammirazione del Cancelliere per il Duce) alla Polonia, così cruciale nella sua biografia: durante la guerra, a fianco della “segreta resistenza”, e dopo (sarà Karol Wojtyla ad accelerare sensibilmente il processo di beatificazione di Pier Giorgio, da lui innalzato come “l’uomo delle otto beatitudini”).
Una energia cosmopolita, quella di Luciana Frassati, ma scortata dalla certezza pavesiana che “un paese ci vuole”. Il suo: Pollone, nel Biellese, dov’era nata nel 1902 e dove riposa, dov’era solita trascorrere la stagione estiva nella villa di famiglia, magari ascoltando le incisioni di Furtwängler, che le ispirava «una moltitudine di sentimenti veementemente contraddittori», e di Toscanini, fra atmosfere religiose (il non lontano santuario di Oropa) e laiche, quel cenacolo fotografato da Franco Antonicelli.
Fino all’ultimo fu operosa. Ancora nel 2005 si proponeva di scrivere un libro su Umberto II, per mettere in risalto il contributo che il re di maggio diede alla Resistenza. In casa Frassati era cominciata fin dal 1922: Pier Giorgio fu malmenato all’Università dai “porci fascisti”, come lo stesso giovane apostroferà le camicie nere nel 1924 quando cercarono di devastare la sua casa, alla Crocetta. In quella Torino “rivoluzionaria” dove si preparava all’esilio e alla morte un suo coetaneo, Piero Gobetti, il Resistente n. 1, come sarà salutato.
Il libro
Le mie battaglie di Luciana Frassati Gawronska, Aragno, pagg.608, euro 70