Sette personaggi come sette affluenti del fiume Saraswati si incrociano attraverso il tempo come fibre di un’unica elica di Dna e come frammenti di uno scialle che si tramanda ai discendenti nei diversi rami. Un fiume rinasce sotto la terra indiana riportando a galla il nazionalismo indù, il cambiamento climatico, la diaspora punjabi sparsa tra Londra, il Kenya, il Canada, Singapore e oltre. Gurnaik Johal, autore britannico ventottenne di genitori punjabi, firma conSaraswati (Neri Pozza) uno di quei romanzi che vogliono contenere il mondo, e quasi ci riescono. Lo incontriamo nel rumoroso backstage del Jaipur literature festival alla British library di Londra, prima di un suo intervento. Occhi da lettore, sorriso ironico, sicuro di sé e delle sue idee.
Com’è riuscito a far coabitare in un unico filo narrativo crisi climatica, religione e nazionalismo?
«Dovevamo disperdere le ceneri del nonno in un fiume in India. In quei giorni lo Yamuna fu dichiarato legalmente “deceduto” a causa dei …
Sette personaggi come sette affluenti del fiume Saraswati si incrociano attraverso il tempo come fibre di un’unica elica di Dna e come frammenti di uno scialle che si tramanda ai discendenti nei diversi rami. Un fiume rinasce sotto la terra indiana riportando a galla il nazionalismo indù, il cambiamento climatico, la diaspora punjabi sparsa tra Londra, il Kenya, il Canada, Singapore e oltre. Gurnaik Johal, autore britannico ventottenne di genitori punjabi, firma conSaraswati (Neri Pozza) uno di quei romanzi che vogliono contenere il mondo, e quasi ci riescono. Lo incontriamo nel rumoroso backstage del Jaipur literature festival alla British library di Londra, prima di un suo intervento. Occhi da lettore, sorriso ironico, sicuro di sé e delle sue idee.
Com’è riuscito a far coabitare in un unico filo narrativo crisi climatica, religione e nazionalismo?
«Dovevamo disperdere le ceneri del nonno in un fiume in India. In quei giorni lo Yamuna fu dichiarato legalmente “deceduto” a causa dei rifiuti tossici mescolati alle ceneri dei defunti. Già questo era un intreccio tra il religioso e la crisi climatica… Il governo, poi, attribuì al fiume lo status giuridico di “essere umano” per proteggerlo dall’inquinamento, facendo così eco alla divinizzazione dei fiumi dell’antichità. Questi tre fili erano quindi già uniti nella realtà. Mi hanno portato a pensare alle guerre dell’acqua: in tutto il mondo, i Paesi a monte la estorcono il vicino a valle».
Ha intrecciato consciamente anche i tre fili tematici di colonialismo, autoritarismo e clima?
«La storia del colonialismo è in molti modi la storia della crisi climatica: quando si ristrutturano città sul mare sul modello di una città europea, in un modo non funzionale a quell’ambiente, si genera un problema. E dopo generazioni ne vediamo gli effetti in luoghi come Giacarta, dove le questioni climatiche sono state aggravate dall’urbanistica coloniale. Inoltre, il colonialismo apre la strada all’industrializzazione, che porta a questo scenario. C’è poi una certa arroganza nell’idea di riportare in vita il fiume, di poter controllare la natura in quel modo. Qualcosa che si vede molto nel rapporto dominante che hanno i britannici con il territorio: nel romanzo c’è una tenuta di campagna in India costruita sul modello del Suffolk, terreni spianati per assomigliare alla patria, per dominare la natura, invece d’integrarsi con essa».
Alcuni critici sostengono che l’eccessiva comicità di personaggi che nell’attualità possono essere spaventosi, come i leader politici fondamentalisti del romanzo, può banalizzare la tragedia della deriva autocratica delle democrazie.
«Per me i personaggi principali devono essere tridimensionali, ma le figure televisive sono bidimensionali, perché è così che le viviamo, su uno schermo, attraverso frasi ad effetto, in quel modo studiato di proiettare se stesse. Volevo che queste figure politiche entrassero nella vita delle persone nel modo in cui entrano nella mia: alla radio e in tv senti piccoli frammenti delle loro voci, non vedi una persona vera, vedi Trump o Boris Johnson che fanno qualcosa. Sono personaggi più che persone: figure periferiche su cui proiettiamo più di quanto ci sia davvero».
Si è detto che “Saraswati” è un romanzo della “connettività globale,” come quelli di Mitchell, Powers, Kunzru. È d’accordo?
«Sì, il romanzo cerca una connettività nel sistema globalizzato. Penso però che sia principalmente una grande saga familiare che richiedeva una forte sospensione dell’incredulità per riuscire a seguire diverse generazioni nell’ampiezza della storia. Per me il divertimento della struttura del libro è stato scomporre le vicende dell’albero genealogico per vederle come storie isolate, con sette sezioni distinte, ma unite da un fiume e da uno scialle. C’è un’analogia tra quello che fa il lettore e quello che fa il narratore: cercare di capire come le cose si connettono».
A questo proposito, pensa che gli emigrati sentano una necessità più intensa di connettersi all’albero genealogico?
«Forse. Ma in realtà l’immigrato ha una struttura più evidente nella storia della famiglia perché può dire: “Siamo partiti da qui, siamo arrivati là, mio nonno lavorava in fabbrica, mio padre in ufficio, tu hai una laurea…”. C’è una linea narrativa soddisfacente, oltreché obbligatoria. Ma se sei cresciuto nello stesso villaggio per generazioni, la storia si fa più fluida e monolitica, quindi meno strutturata».
Cosa pensa del fenomeno dell’emigrato che torna alle origini, come il suo Satnam che apre il romanzo? Pensano di capire meglio il Paese di origine perché lo osservano dall’esterno?
«Se sei troppo vicino a un quadro, a volte non vedi i dettagli, è vero. Ma quello che un personaggio come Satnam percepisce è comunque filtrato da una lente coloniale. In Inghilterra è cresciuto con una certa idea dell’India attraverso la famiglia, ma anche la televisione e la cultura. Le cose che nota, in India, sono diverse da quelle che noterebbe chi ci è nato. Sulla manipolazione della nostalgia, trovo molto distorto che da una parte si incoraggi l’idea del ritorno al passato, ma dall’altra si respingano gli stessi oriundi a meno che non contribuiscano alla visione politica desiderata».
Cosa sopravvive quando una cultura migra attraverso le generazioni?
«C’è stata un’ondata di pessime poesie sull’immigrazione che si basa su banalità come: nessuno cucina come la nonna! Menzionare il mango per gli indiani è ormai proibitivo come descrivere rose o tramonti. Ciò che mi ha incuriosito nel personaggio ancestrale di Sejal, era l’idea dell’arte popolare contrapposta a quello che faccio io: il mio nome compare in grande sulla copertina, ma chi fa musica folk o racconta storie nella tradizione orale o tesse, come Sejal, pratica un’arte in modo anonimo. Mi ha sempre affascinato come quelle abilità possano passare di generazione in generazione, dimenticando gli autori o autrici originari. E forse qui c’è qualcosa legato all’essere un immigrato in rapporto alla cultura di origine: se non ti è stata tramandata direttamente, andrà perduta del tutto? Lo si vede con la lingua: quante generazioni ci vogliono in un nuovo Paese perché tu non la capisca più? Dipende anche dal Paese, da quanto ti spinge a dimenticare la tua lingua originale. Ma in questo caso quello che il personaggio di Sejal crea con la sua tessitura è ciò che rimane fisicamente, fino a diventare grande come un francobollo: era un modo di visualizzare il puzzle del libro, il lavoro di ricomposizione dei frammenti».
Il libro – Saraswati di Gurnaik Johal (Neri Pozza, traduzione di Luigi Maria Sponzilli, pagg. 400, euro 22)