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Il paradosso America riserva ancora sorprese

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Giorgio Dell’Arti racconta in volume la storia della nazione. Un viaggio senza pregiudizi
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Il mondo si può dividere tra chi ama l’America e chi la detesta. Convincere le due tribù che ciascuna ha le sue buone ragioni è difficile, ma potrebbe riuscirci il nuovo libro di Giorgio Dell’Arti, America nuda e cruda, pubblicato da Garzanti: un viaggio non on the road bensì nel corso del tempo, in cui il lettore vede scorrere dal finestrino tutto il bene e tutto il male compiuti dagli Stati Uniti, proprio mentre celebrano due secoli e mezzo di vita. Il genocidio dei nativi americani, lo schiavismo e la segregazione razziale, l’assassinio di John Kennedy e di Martin Luther King; ma anche la prima rivoluzione di popolo (in anticipo di tredici anni su quella francese), la prima repubblica dell’era moderna, Barack Obama e Zohran Mamdani. Di saggi sugli Usa ne escono tanti. Quello di Dell’Arti, che è stato il primo direttore del Venerdì di Repubblica, ha collaborato ai maggiori quotidiani e ora compila una sagace newsletter intitolata La spremuta di giornali, è diverso da ogni altro: sud…

Il mondo si può dividere tra chi ama l’America e chi la detesta. Convincere le due tribù che ciascuna ha le sue buone ragioni è difficile, ma potrebbe riuscirci il nuovo libro di Giorgio Dell’Arti, America nuda e cruda, pubblicato da Garzanti: un viaggio non on the road bensì nel corso del tempo, in cui il lettore vede scorrere dal finestrino tutto il bene e tutto il male compiuti dagli Stati Uniti, proprio mentre celebrano due secoli e mezzo di vita. Il genocidio dei nativi americani, lo schiavismo e la segregazione razziale, l’assassinio di John Kennedy e di Martin Luther King; ma anche la prima rivoluzione di popolo (in anticipo di tredici anni su quella francese), la prima repubblica dell’era moderna, Barack Obama e Zohran Mamdani. Di saggi sugli Usa ne escono tanti. Quello di Dell’Arti, che è stato il primo direttore del Venerdì di Repubblica, ha collaborato ai maggiori quotidiani e ora compila una sagace newsletter intitolata La spremuta di giornali, è diverso da ogni altro: suddiviso in brevi, fulminanti paragrafi, si fa leggere come un taccuino di appunti, a volte spassosi, a volte spaventosi, sempre illuminanti, vergati da un inviato molto speciale mandato a seguire le tracce dell’America da quando vi sbarcano i Padri Pellegrini fino alla conquista della presidenza da parte di Donald Trump. Il palazzinaro (il libro ricorda anche questo) che ha fatto proprie le tre regole del suo spietato mentore: «Attacca, nega tutto, sostieni di avere vinto anche quando hai perso». Oggi applicabili alla guerra contro l’Iran.

Raccontare la storia non solo snocciolando date, battaglie e trattati, ma frugando nelle pieghe della vita quotidiana, origliando le battute sfuggite nei salotti, collezionando imbrogli e vendette: questo l’obiettivo dell’autore. Si scopre così che già al secondo mandato di George Washington alla Presidenza, a cui il generale vincitore della guerra d’indipendenza contro gli inglesi non voleva candidarsi, l’America è divisa fra due anime, quella di Hamilton e quella di Jefferson, due dei padri fondatori, i cui rispettivi partiti prendono 52 e 51 seggi alla Camera. E che Jeffereson, diventato presidente, rifiuta di giurare sulla Bibbia, affermando piuttosto: «Credo in Dio, ma credo si faccia gli affari suoi». Compone perciò un Vangelo personale, cancellando le parti che contengono miracoli, angeli e santi, da lui definite «pie frodi», per lasciare quelle relative alla morale, alla quali dichiara una completa adesione. Del resto, sottolinea Dell’Arti, solo dal 1956 il motto nazionale statunitense diventa In God We Trust (Crediamo in Dio), per differenziare gli americani dagli atei sovietici all’epoca della guerra fredda: in precedenza era E pluribus unum, cioè “dai molti che eravamo adesso siamo una cosa sola”, pensato nel 1776 (lo si legge ancora sulle banconote). Eppure, secondo qualche storico, quello stesso Jefferson avrebbe violentato decine di schiave.

In oltre cinquecento pagine sfilano benefattori e criminali, attori e industriali, consiglieri e spie: ogni aneddoto illumina in controluce l’identità di un Paese abitato da cento anime diverse. Nel 1870 gli abitanti degli Stati Uniti sono 39 milioni. Nel 1900 sono quasi raddoppiati, 76 milioni, e New York è passata in trent’anni da un milione a tre milioni e mezzo di abitanti: perché sbarcano masse di immigrati, non più solo inglesi, irlandesi, scozzesi o tedeschi, ma anche russi, cinesi, polacchi, greci, italiani.

Tutto il mondo vuole emigrare in America ma l’America è riluttante ad avventurarsi all’estero: quando nel 1918 Woodrow Wilson viene a Versailles per firmare la fine della Prima guerra mondiale, a cui non voleva partecipare ma che ha vinto, è il primo presidente americano a mettere piede in Europa. Cent’anni dopo, quando alla Casa Bianca arriva Trump, il suo biografo Michael Wolff scrive disgustato: «L’America è finita». Ma l’America, suggerisce questo libro, non finisce mai di sorprendere. Nel bene e nel male.

Il libro – America nuda e cruda di Giorgio Dell’Arti (Garzanti, pagg. 592, euro 22)

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