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Nicola Piovani: “Suonare una Messa di pace può unirci tutti”

 Nicola Piovani in concerto (Photo by Daniela Franceschelli/Pacific Press/Sipa USA) 

 

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La nuova opera del compositore, che si esegue per la prima volta a L’Aquila, è un atto di fede laico nel potere della musica. Capace di superare le barriere. E di rendere più vicine le grandi utopie
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«Non c’è nulla di cristiano in chi, col crocefisso in mano, vuole deportare i migranti». Nulla di cristiano in chi – in nome di Dio – conduce una guerra o mette in atto uno sterminio. Al maestro Nicola Piovani mancava la scrittura di una Messa e ha deciso che questo era il momento di idearne e dirigerne una “pro pace”. Sarà rappresentata per la prima volta la sera di sabato 18 luglio sulla Scalinata di San Bernardino a L’Aquila. Lì Piovani dirigerà l’Orchestra Filarmonica Umbra, il Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, la voce dei quattro cantanti solisti e dell’attrice Barbara Ronchi, cui ha affidato passi tratti da Lev Tolstoj e Pablo Neruda.

Come mai un laico non osservante di sinistra ha deciso di scrivere una messa?

«L’idea di scrivere una Messa sinfonico-corale l’avevo in animo da tanto tempo. La laicità non c’entra: sono fermamente per uno stato totalmente laico, cioè uno stato che rispetti tutte le religioni, tutte le credenze, compreso l’ateismo. Io non sono un pr…

«Non c’è nulla di cristiano in chi, col crocefisso in mano, vuole deportare i migranti». Nulla di cristiano in chi – in nome di Dio – conduce una guerra o mette in atto uno sterminio. Al maestro Nicola Piovani mancava la scrittura di una Messa e ha deciso che questo era il momento di idearne e dirigerne una “pro pace”. Sarà rappresentata per la prima volta la sera di sabato 18 luglio sulla Scalinata di San Bernardino a L’Aquila. Lì Piovani dirigerà l’Orchestra Filarmonica Umbra, il Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, la voce dei quattro cantanti solisti e dell’attrice Barbara Ronchi, cui ha affidato passi tratti da Lev Tolstoj e Pablo Neruda.

Come mai un laico non osservante di sinistra ha deciso di scrivere una messa?

«L’idea di scrivere una Messa sinfonico-corale l’avevo in animo da tanto tempo. La laicità non c’entra: sono fermamente per uno stato totalmente laico, cioè uno stato che rispetti tutte le religioni, tutte le credenze, compreso l’ateismo. Io non sono un praticante, ma non sono ateo, ho un forte senso della religiosità della vita. Da piccolo dalle suore sono stato educato alle favolette del catechismo, ma questo è tutt’altro discorso, fa parte dei miei pungenti ricordi di infanzia. E poi, il pensiero laico di sinistra è il più vicino al Vangelo cristiano. Non c’è nulla di cristiano in chi, col crocefisso in mano, vuole deportare i migranti».

La sua è una Messa fatta con i testi di scrittori e poeti. In base a cosa li ha scelti?

«Il testo cantato è il testo originale in latino della messa ordinaria. Fra i movimenti si salta il Credo, perché il Credo è un testo che può risultare divisivo, mentre un canto di pace deve cercare i momenti unificanti delle liturgie. I testi recitati fra un movimento e l’altro, in versi e in prosa, sono testi scritti da grandi artisti, uomini di buona volontà che ripudiano la guerra (tanto per citare un verbo che dà luce all’articolo 11 della nostra Costituzione), da Neruda a Tolstoj, testi che ho scelto, con l’aiuto prezioso di Paola Ponti, seguendo l’emozione e la passione che questi scritti mi suscitano».

Che tipo di musica dev’essere una musica di pace?

«La musica, come sappiamo, è asemantica, priva di contenuti, non racconta niente. Ma, accostata a un testo, può dare forza a quei contenuti. Testi e musiche che si incontrano a volte provocano una scintilla sorprendente».

Non pensa che la stessa parola “pace” sia da una parte abusata, ad esempio da chi la utilizza per chiedere di non sostenere l’Ucraina, e dall’altra totalmente passata in secondo piano, come fosse ormai solo un’utopia.

«Tante belle parole, quando vengono usate “a schiovere” come dicono i napoletani, quando sono abusate, perdono di senso: l’amore, la democrazia, la pace appunto. Ma dipende da chi e da come viene invocata. Certo, mi imbarazza sentire quelli che si autocertificano pacifisti che urlano slogan di pace violentemente, con voce musicalmente aggressiva, belligerante. Le parole di pace chiedono anche toni di pace».

Equivochiamo anche sulla parola utopia?

«La usiamo con tono di scherno, come una fesseria da sognatori. Ma ricordiamo che noi oggi viviamo nelle utopie del passato divenute realtà grazie a quei sognatori: la fine della schiavitù legale, il suffragio universale, la laicità. Nei secoli passati c’era chi diceva che un giorno l’uomo sarebbe riuscito a volare. Lo diceva fra i sorrisetti sarcastici dei “realisti”, i positivisti che deridono i sognatori poeti. Nel Settecento la filosofa utopista Mary Wollstonecraft – la madre di Mary Shelley – proponeva la parità dei diritti per le donne: utopia gigantesca!».

Un po’ lo è ancora, almeno nella sostanza, e martedì alla Camera se n’è avuto un avviso con la destra che ha tentato di riportare indietro il Paese sulla rappresentanza di genere alle elezioni. Ha mai creduto che Donald Trump fosse un presidente che arrivava a portare la pace, come diceva qualcuno anche in Italia?

«Trump mi è sempre sembrato una barzelletta, di quelle volgari che non fanno ridere. C’era chi proponeva di dargli il Nobel per la pace: come dare il Nobel per la chirurgia a Jack lo Squartatore».

L’Europa è chiamata a resistergli e lei è un grande europeista. Cosa manca all’Unione europea per riuscire nell’impresa?

«Una cosa la so di certo: se negli anni Cinquanta, quando fu fondata l’Unione Europa, si fosse investito qualche spicciolo per far nascere una o più orchestre sinfoniche europee, gruppi corali, forse sarebbe stato più facile superare barriere e pregiudizi fra Stati. La musica unisce chi fa musica insieme. Guardi le orchestre giovanili miste, internazionali: quando un giovane violinista coreano concorda le arcate con un collega di Oslo, o di Passo Corese, quando si guardano intensamente fra di loro per andare a tempo, per chiudere insieme una corona: lì si capisce cosa sia superare le barriere: un violinista israeliano che prende il la da un oboista palestinese è un’utopia possibile. Fra l’altro, rispetto ai bilanci di un continente, investire in un’orchestra costa poco, e siamo sempre in tempo per farlo».

In Italia l’avanzare dell’estremissima destra è un segnale d’allarme o gli stiamo dando troppa importanza?

«I media, tutta l’informazione tendono a gonfiare i fatti appetibili per uno spettatore, dal delitto di Garlasco all’“inarrestabile avanzata” dei fascisti nei sondaggi. A me sembra che nell’ambito progressista si siano fatti passi avanti nello stare uniti, almeno elettoralmente. Sia chiaro: una Messa pro pace ha un valore solo simbolico. Lo so bene che le vittime di guerra in Ucraina non hanno bisogno di musica: hanno bisogno di cibo, medicine, calore. Ma non sottovaluterei l’importanza dei simboli. Cambiare il nome del “Ministero della difesa” in “Ministero della guerra” è un fatto simbolico: ma è anche un grande passo indietro nel cammino verso la pace».

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