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Chi vuole giocare a scacchi insieme a Duchamp?

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In occasione del compleanno dell’artista al MoMa una simultanea per ricordare la sua seconda passione
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In piedi, sullo sfondo, un signore ormai piuttosto anziano, con le guance scavate, la sigaretta in mano e la camicia bianca aperta sotto la giacca un po’ gualcita, guarda il giovane americano mentre strapazza senza tanti complimenti il campione nazionale di Francia, Guy Mazzoni.

Il giovane è Bobby Fischer, uno dei più grandi scacchisti di tutti i tempi, mentre l’anziano signore è Marcel Duchamp, uno dei più grandi protagonisti dell’arte del Novecento. Sono in un’unica inquadratura, al torneo di Montecarlo del 1968, ed è un caso. Ma non è un caso che Duchamp sia lì, non è un caso che accompagni Fischer al torneo, non è un caso che si interessi agli scacchi e dedichi al gioco gran parte del suo tempo. Per questo ci sono altre foto passate alla storia: Duchamp e Man Ray, Duchamp e John Cage, Duchamp e la modella Eve Babitz seduta nuda dinanzi a lui. Non è un déjeuner sur l’herbe in stile Manet, quest’ultimo, perché l’uomo e la sua musa non sono su un prato ma dinanzi a una scacchiera (e …

In piedi, sullo sfondo, un signore ormai piuttosto anziano, con le guance scavate, la sigaretta in mano e la camicia bianca aperta sotto la giacca un po’ gualcita, guarda il giovane americano mentre strapazza senza tanti complimenti il campione nazionale di Francia, Guy Mazzoni.

Il giovane è Bobby Fischer, uno dei più grandi scacchisti di tutti i tempi, mentre l’anziano signore è Marcel Duchamp, uno dei più grandi protagonisti dell’arte del Novecento. Sono in un’unica inquadratura, al torneo di Montecarlo del 1968, ed è un caso. Ma non è un caso che Duchamp sia lì, non è un caso che accompagni Fischer al torneo, non è un caso che si interessi agli scacchi e dedichi al gioco gran parte del suo tempo. Per questo ci sono altre foto passate alla storia: Duchamp e Man Ray, Duchamp e John Cage, Duchamp e la modella Eve Babitz seduta nuda dinanzi a lui. Non è un déjeuner sur l’herbe in stile Manet, quest’ultimo, perché l’uomo e la sua musa non sono su un prato ma dinanzi a una scacchiera (e l’uomo, particolare decisivo, guarda la scacchiera, non la donna), ma la fotografia deve avere qualcosa a che fare con un pensiero fondamentale nell’arte di Duchamp, che è al centro del Grande Vetro, la sua opera forse più importante: la macchina celibe che vi viene presentata è un dispositivo che traduce emblematicamente la distanza del genio creativo dalla Sposa, cioè dalla creazione, dalla generazione della forma.

Duchamp praticò la distanza, l’assenza anche nella forma di un distacco esistenziale, che lo tenne lontano dall’attività artistica per molti anni. Anni che pensò bene di impiegare giocando a scacchi. Non come un principiante, ma come un giocatore professionista, capace di conseguire il titolo di maestro internazionale e di disputare competizioni di vertice. Vediamo Duchamp al Marshall Chess Club, il più importante circolo di scacchi di New York, Duchamp che scrive a René Magritte per raccontargli non di tele e colori ma delle prodezze di Fischer – il giovane lungagnone di prima –, Duchamp che scrive libri di scacchi e partecipa a tornei e così via.

Nell’arte del Novecento, il nome di Duchamp è il nome contro cui si spezzano molte linee di continuità intessute dalla tradizione: arte voleva dire manualità, arte voleva dire ispirazione, arte voleva dire immagine, unicità, irriproducibilità, e così via. Nulla di tutto ciò rimane. Di tutti questi concetti si può fare a meno, e tuttavia parlare ancora di arte, proprio grazie a Duchamp (oppure, per taluni, a causa sua). Non meraviglia dunque che, volendo ricordare il suo compleanno, il 28 luglio, il MoMa di New York abbia pensato bene di chiedere a Susan Polgar di tenere una simultanea contro cinquanta fra artisti e operatori del mondo dell’arte in occasione della retrospettiva dedicata al grande Marcel. Cinquanta partite contemporaneamente: Susan se lo può permettere, essendo stata tra le più grandi scacchiste del nostro tempo. La più grande di tutte, è stata la sorella Judit, ma per uno strano e crudele esperimento pedagogico del padre Laszlo, le due sorelle ungheresi (e la terza, Zsofia), hanno raggiunto tutte i massimi livelli mondiali nel gioco.

Al MoMa, Susan darà spettacolo, ma rievocherà anche, con la sua prestazione, i fasti di un’altra esibizione di stampo surrealista, The Imagery of Chess, che fu proprio Duchamp a organizzare nel 1944, presso la Julien Levy Gallery, con l’idea di cambiare non solo i concetti dell’arte, ma pure l’immagine degli scacchi.

Riuscendovi solo in parte, però: forse è più facile rivoluzionare il mondo dell’arte che non quello degli scacchi, dove i giocatori rimangono decisamente conservatori. Ma ben volentieri, e più di tutti, accolgono la tesi di Duchamp, secondo la quale la bellezza non è più affare degli occhi, ma della mente. Non di sensibilità, ma di concetti, non di cose ma della differenza sottilissima che passa tra le cose mute e il loro invisibile senso.

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