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La tesi di Tjutchev e le radici dell’imperialismo russo che si oppone all’Europa

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Una raccolta di scritti politici di metà Ottocento svela le origini di una contrapposizione secolare
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Poche nazioni hanno coltivato il culto del proprio passato come la Russia e forse nessuna tra esse ha provato a sbarazzarsene con altrettanta forsennata tenacia. Quando Vasilij Rozanov (1856-1919) scrisse L’apocalisse del nostro tempo aveva ancora sotto gli occhi i devastanti effetti della guerra civile: fame, morte, distruzione e una manciata di speranza da gettare in faccia al futuro. A chi accollare la colpa di quella mutazione epocale? Certamente al venir meno del cristianesimo e alle sue promesse mancate, interpretò Rozanov. Quel vecchio, lamentoso e affamato, dubitava che un nuovo Dio avrebbe steso la sua mano per aiutare il popolo russo.

Proverei ad affiancare L’apocalisse del nostro tempo alla lettura di La Russia e l’Occidente di Fëdor Tjutchev (1803-1873), edito da Adelphi e curato da Marco Filoni, con un saggio, dal cupo splendore, di Massimo Cacciari.

Poche nazioni hanno coltivato il culto del proprio passato come la Russia e forse nessuna tra esse ha provato a sbarazzarsene con altrettanta forsennata tenacia. Quando Vasilij Rozanov (1856-1919) scrisse L’apocalisse del nostro tempo aveva ancora sotto gli occhi i devastanti effetti della guerra civile: fame, morte, distruzione e una manciata di speranza da gettare in faccia al futuro. A chi accollare la colpa di quella mutazione epocale? Certamente al venir meno del cristianesimo e alle sue promesse mancate, interpretò Rozanov. Quel vecchio, lamentoso e affamato, dubitava che un nuovo Dio avrebbe steso la sua mano per aiutare il popolo russo.

Proverei ad affiancare L’apocalisse del nostro tempo alla lettura di La Russia e l’Occidente di Fëdor Tjutchev (1803-1873), edito da Adelphi e curato da Marco Filoni, con un saggio, dal cupo splendore, di Massimo Cacciari.

Il libro – una silloge di scritti politici della metà dell’Ottocento – ci fornisce alcune tracce per comprendere il retroterra su cui un ex impero, rottamato poco meno di quarant’anni fa, stia consumando la propria aggressiva nevrosi da antica potenza, privata della legittimità del proprio ruolo universale.

Ma chi è Tjutchev? Filoni ne restituisce la figura multiforme: poeta, diplomatico, storico, a suo modo filosofo (negli anni in cui soggiorna in Germania entra in contatto con Schelling e Heine), dotato di “estrosa bizzarria”, non disdegna l’universo femminile, numerose e a volte tragiche le storie sentimentali che lo vedono protagonista. Politicamente è un liberale moderato, in linea con i compiti che la corte gli affida nelle importanti ambascerie europee. I moti rivoluzionari del Quarantotto, che sconvolgono l’Europa uscita dal Congresso di Vienna, sono colti da Tjutchev come l’occasione irripetibile per un radicale rinnovamento spirituale che parta dalla Russia.

Ma può quell’immenso impero – segnato dal fanatismo religioso, dalla corruzione e dal dispotismo – ergersi a esempio morale per l’Europa? Oltre a Tjutchev ne sono convinti Dostoevskij e più tardi Solov’ëv. Hanno a cuore la causa russa. Vedono nella rivoluzione (quella francese dell’89 e l’altra del ’48) la malattia che divora l’Occidente e non già l’anima che lo fa muovere. Il compito è dunque arginare la forza disgregante di quegli eventi catastrofici, disinnescando l’odio che un’esaltata opinione pubblica riversa sull’autorità, ponendo fine al razionalismo anticristiano che ha inquinato la Chiesa romana.

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Insomma, come noterà Rozanov, si tratterà di prendere atto del colossale vuoto scavato dal defunto cristianesimo nell’umanità europea. Rozanov non offre soluzione. Tjutchev e lo stesso Dostoevskij la intravedono nella Chiesa d’oriente di cui il popolo russo è l’autentico depositario. Non caldeggiano una teocrazia ma si ispirano a un movimento popolare che dal basso restituisca la figura del Cristo alla sua forma più umana: all’amore, al sacrificio, al dovere. Un Cristo che depotenzi il ruolo dello zar e sia l’effettivo garante dell’Impero come federazione fraterna di tutti i popoli slavi. Questo è il tempo nuovo che si colora di rivelazione. Il tempo salvifico che ben presto degraderà in quello della delusione, come coglie drammaticamente Rozanov davanti agli effetti della rivoluzione bolscevica.

È vano chiedersi come Tjutchev avrebbe reagito agli eventi rivoluzionari del 1917, a quelle forze telluriche di un popolo represso da autocrati spietati. Morirà troppo presto per averne il benché minimo sentore. Anche se, già nel 1843, Astolphe de Custine (1790-1857) aveva dato alle stampe le sue Lettere dalla Russia, nelle quali coglie la sostanza autocratica dello zarismo, i cui atti violenti e le sue follie sanguinarie prefigureranno quelle dello stalinismo. Peccato che le Lettere furono considerate una stravaganza occidentale piuttosto che un’acuta premonizione.

Contro l’Europa del Quarantotto e il patto tra rivoluzione e modernità, si mobiliterà il pensiero reazionario e per nulla apocalittico di Joseph de Maistre e di Donoso Cortés. Il loro tentativo di ridare centralità al cattolicesimo fu ignorato da Tjutchev. Ai cui occhi il teatro del conflitto tra Occidente e Russia sarebbe finito solo con la vittoria definitiva dell’uno o dell’altra. Con l’apoteosi dell’io secolarizzato o con lo sguardo apocalittico di una civiltà che nella percezione della fine sapesse cogliere il seme della rinascita. Una civiltà, radicata nell’ortodossia religiosa e nelle fantasie di un popolo, ha sorprendentemente vitalizzato filosofia, letteratura e arte. Solo cercando il salto nella politica ha misurato tutto il suo sconfortante fallimento.

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