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Davide Stimilli: “Aby Warburg può liberarci dall’infinito labirinto di immagini”

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Districarsi nell’era digitale. Tornare a vedere. La lezione dello storico dell’arte tedesco aggiornata dal suo principale studioso
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Anche se non lo sappiamo, siamo tutti figli di Aby Warburg. Lo storico dell’arte tedesco (1866-1929) era ossessionato dalle immagini prima di noi. Ne riconosceva il potere segreto. Come un detective rintracciava la ricorsività di alcune iconografie, cavalcando attraverso il tempo e le civiltà. Inseguendo una ninfa dall’antichità classica a un affresco del Ghirlandaio. Ha lasciato più idee che scritti: un atlante visivo incompiuto; una biblioteca di 65 mila volumi salvata dal nazismo e 80 mila fotografie che sono la sua eredità, germogliata nell’istituto di Londra che porta il suo nome. Davide Stimilli, che insegna alla University of Colorado, ha dedicato a Warburg oltre vent’anni di studi e un nuovo saggio che illumina la figura dello studioso sin dal titolo: Homo divinans (Neri Pozza). Warburg, il profeta.

Professor Stimilli, nell’era della smaterializzazione, delle immagini pervasive che vediamo senza guardare, che cosa può insegnarci Warburg?

«Prima di tutto un metodo di lettura de…

Anche se non lo sappiamo, siamo tutti figli di Aby Warburg. Lo storico dell’arte tedesco (1866-1929) era ossessionato dalle immagini prima di noi. Ne riconosceva il potere segreto. Come un detective rintracciava la ricorsività di alcune iconografie, cavalcando attraverso il tempo e le civiltà. Inseguendo una ninfa dall’antichità classica a un affresco del Ghirlandaio. Ha lasciato più idee che scritti: un atlante visivo incompiuto; una biblioteca di 65 mila volumi salvata dal nazismo e 80 mila fotografie che sono la sua eredità, germogliata nell’istituto di Londra che porta il suo nome. Davide Stimilli, che insegna alla University of Colorado, ha dedicato a Warburg oltre vent’anni di studi e un nuovo saggio che illumina la figura dello studioso sin dal titolo: Homo divinans (Neri Pozza). Warburg, il profeta.

Professor Stimilli, nell’era della smaterializzazione, delle immagini pervasive che vediamo senza guardare, che cosa può insegnarci Warburg?

«Prima di tutto un metodo di lettura decentralizzato delle immagini, a partire dai margini, dai dettagli in cui si annida il buon Dio, come ci insegna il suo motto più famoso, e senza gerarchie. Se vogliamo trovare Dio, insomma, è alla periferia e non al centro del nostro campo visivo che dobbiamo cercarlo. Warburg ci insegna che le immagini vanno lette, e non semplicemente consumate, una parola che coglie bene la distruttività implicita in un atteggiamento puramente ricettivo, passivo, nei confronti dell’immagine, che diviene complice nella sua usura, nell’affievolirsi progressivo della sua materialità fino alla dissolvenza e all’invisibilità».

Warburg ha lasciato poche opere scritte concluse. Ma le sue idee profetiche e la sua personalità hanno innescato un processo. Come se lo spiega?

«Vi ha contribuito indubbiamente la sua personalità contagiosa, che “sentiva il bisogno di espandersi”, come ha scritto Giorgio Pasquali. Ma soprattutto la forza intrinseca delle sue idee, la loro virtù, per usare un termine chiave della speculazione filosofica rinascimentale caro a Warburg. Va poi ricordato il ruolo del circolo di intellettuali che si raccolsero ad Amburgo attorno a Warburg e alla sua biblioteca negli anni della repubblica di Weimar, prima che l’avvento del nazismo li costringesse all’esilio in Inghilterra, come Fritz Saxl o Edgar Wind, o negli Stati Uniti, come Ernst Cassirer o Erwin Panofsky. A loro e all’istituto che, a Londra, si fregia ancora del suo nome, si deve in primo luogo la diffusione delle sue idee negli anni del dopoguerra, traducendole e, in larga misura, addomesticandole per il pubblico di lingua inglese, prima della riscoperta dei suoi scritti negli anni ’60 e il ritorno di interesse nei suoi confronti che non si è più interrotto da allora».

Con il progetto incompiuto dell’Atlante Mnemosyne, una giustapposizione di immagini che ricorrono nell’immaginario occidentale, fonda un sistema di connessioni che sembra anticipare la rete. È d’accordo? Lei stesso nel sottotitolo del suo libro parla di “filologia del futuro”.

«Il problema che Warburg si pone è proprio quello di trovare la “giusta” posizione delle immagini singole all’interno di una sequenza potenzialmente infinita, come quella che la rete quotidianamente fa scorrere sui nostri schermi. L’intenzione dichiarata del suo progetto è quella di essere “una storia psicologica illustrata dell’intervallo tra impulso e azione”. Ma è inevitabile concludere che l’ambizione dell’atlante fosse non solo di includere le immagini del passato, custodite nell’archivio della memoria, ma anche quelle, ancora in fieri, del futuro, e sotto questo aspetto l’atlante è non soltanto incompiuto, ma in linea di principio incompletabile. Se l’analogia con la rete è in questo senso calzante, mi sembra lo sia ancor di più quella con un puzzle, se vogliamo, in cui ogni pezzo combacia con quelli adiacenti e si incastra perfettamente al loro interno, ma può colmare solo lo specifico spazio vuoto che esiste tra di loro. L’Atlante Mnemosyne è un puzzle infinito, un gioco da lui messo a punto e al quale Warburg ci invita a partecipare, ma senza l’ausilio di un’immagine guida che ci faccia da mappa nella ricomposizione del tutto, e che fu semmai concesso di contemplare solamente al suo creatore».

Come si tengono insieme filologia e divinazione?

«Divinazione, in senso proprio, è profezia, riconoscimento e annunzio del divino nella sua individualità, e non come l’impersonalmente numinoso: l’anagnorisis (il termine tecnico per l’agnizione nel dramma greco) del divino in forma umana, e basti pensare al riconoscimento di Dioniso da parte di Tiresia nelle Baccanti di Euripide o a quello di Beatrice da parte di Dante nel Paradiso terrestre. La traduzione moderna e secolarizzata del termine divinare è indovinare, ma sarebbe blasfemo usarla a proposito di Warburg: filologia e divinazione convergono laddove riconosciamo la sopravvivenza di un nome divino in un nome comune del linguaggio ordinario, come è il caso del sottotitolo dell’atlante, che era originariamente il nome del mitico Atlante, o l’apparizione di una divinità pagana in un contesto cristiano, come nel caso celebre della ninfa che Warburg riconobbe in un affresco del Ghirlandaio. Le due attività condividono dunque l’intento di riconoscere e nominare la divinità: la filologia nel dominio specifico dei fenomeni linguistici, la divinazione nel mondo delle apparenze in generale».

Warburg formula l’ipotesi di un’opera d’arte che si muove verso l’osservatore, che gli ispira paura. Ma, al tempo stesso, per lui l’arte è anche qualcosa di terapeutico. Può spiegare questo rapporto contraddittorio con le immagini?

«La contraddizione si risolve se consideriamo la potenza magica delle immagini, di cui Warburg era acutamente consapevole, la loro capacità di agire sull’osservatore, di agitarlo appunto, di non lasciarlo indifferente, e di non essere semplicemente uno schermo da contemplare a distanza di sicurezza. Come la lancia di Achille, che sola poteva sanare la ferita da lei stessa inflitta, l’opera d’arte possiede al massimo grado la virtù di liberarci dalla paura che l’immagine altrimenti incute».

Warburg fu ricoverato a Kreuzlingen. La malattia mentale fu parte della sua ricerca, secondo Giorgio Pasquali. Lo pensa anche lei?

«Fu ricoverato nella clinica in cui ancora operava il medico che aveva avuto in cura Nietzsche, Otto Binswanger, e certamente interpretò questa circostanza come il presagio di una prognosi altrettanto negativa. Il volume di scritti inediti risalenti all’epoca della sua degenza che ho curato col titolo Per monstra ad sphaeram (2008), un altro motto coniato da Warburg, dimostra che fu un periodo straordinariamente fecondo, non solo a dispetto ma anzi proprio a causa della sua malattia e del trattamento psichiatrico a cui venne assoggettato».

C’è qualcosa che ha scoperto di inaspettato, studiando le carte di Warburg?

«All’epoca della pubblicazione de La guarigione infinita mi ero limitato a segnalare e ad ammirare l’enigma della sua guarigione inaudita e del tutto inaspettata, caparbiamente voluta. In questo libro mi spingo a suggerire che Warburg stesso ci ha offerto la soluzione dell’enigma, e cioè che la mania di cui soffriva è stata il farmaco più efficace e la virtù, nel senso terapeutico di cui parlavamo poc’anzi, che lo ha finalmente guarito».

Dove sopravvive il genio di Warburg oggi? In quali contesti? Ha immaginato qualcos’altro che deve accadere o che non abbiamo ancora capito?

«Warburg è stato spesso paragonato, e si è lui stesso riconosciuto, nella figura mitica di Cassandra, per la sua capacità di profetizzare, senza però essere creduto, ma mi sembra che si debba ancor più giustamente paragonarlo a un’Arianna: Warburg ci ha offerto il filo per salvarci dal labirinto inarrestabile di immagini in cui ci troviamo imprigionati e dal quale non sappiamo più come uscire. Sta a noi, come a Teseo, uccidere il mostro che ci minaccia all’interno di quel labirinto, ma dobbiamo prima di tutto trovare il coraggio e la forza di affrontarlo».

Il libro

Homo Divinans di Davide Stimilli (Neri Pozza, pagg. 304, euro 30)

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