Davanti alle immagini che si susseguono sullo schermo dello smartphone e della tv, stavolta non mi chiedo cosa sta succedendo, ma cosa sto vedendo davvero. L’ambiguità delle fotografie e dei video mi interroga sul rapporto fra apparenza e sostanza. Tra queste immagini innumerevoli, che colpiscono la mia sensibilità e l’intelletto, ne scelgo tre.
La prima: una miriade di forme sferiche che galleggiano in acqua – un mare scuro, ondulato, torbido. Sembrano relitti di un naufragio, alla deriva sulla corrente, ma invece si muovono tutte nella stessa direzione. E non sono oggetti, bensì teste – di migliaia di persone. Nuotano, o annaspano. In effetti, l’associazione col naufragio non è peregrina. Esse puntano la stessa riva: la salvezza. La seconda mostra una recinzione assai alta, forse elettrificata, intervallata da torri di guardia. Costeggia la dorsale della collina che sormonta una striscia di sabbia, ma si spinge fino in acqua. La versione contemporanea delle recinzioni rugginose, il …
Davanti alle immagini che si susseguono sullo schermo dello smartphone e della tv, stavolta non mi chiedo cosa sta succedendo, ma cosa sto vedendo davvero. L’ambiguità delle fotografie e dei video mi interroga sul rapporto fra apparenza e sostanza. Tra queste immagini innumerevoli, che colpiscono la mia sensibilità e l’intelletto, ne scelgo tre.
La prima: una miriade di forme sferiche che galleggiano in acqua – un mare scuro, ondulato, torbido. Sembrano relitti di un naufragio, alla deriva sulla corrente, ma invece si muovono tutte nella stessa direzione. E non sono oggetti, bensì teste – di migliaia di persone. Nuotano, o annaspano. In effetti, l’associazione col naufragio non è peregrina. Esse puntano la stessa riva: la salvezza. La seconda mostra una recinzione assai alta, forse elettrificata, intervallata da torri di guardia. Costeggia la dorsale della collina che sormonta una striscia di sabbia, ma si spinge fino in acqua. La versione contemporanea delle recinzioni rugginose, il cui ultimo pilastro smangiato dal sale vacilla fra le onde, che sulle isole della Grecia impediscono alle capre di uscire dal pascolo e disperdersi. La recinzione delle foto è chiaramente un confine – come i muri nelle campagne d’Israele o alla frontiera del Messico; altri ve ne sono nei boschi della Lituania, dell’Ungheria o della Polonia. Quel reticolo di ferro è il nostro limes, per nulla simbolico: oltre finisce l’Europa.
Centinaia di persone sono intente a scavalcarlo, o – sguazzando sulle pietre dei moli – ad aggirarlo. La terza immagine infine mostra sciami di maschi ventenni, che si aggirano nei viali assolati di una città fantasma. In tutto (abbigliamento, acconciature, scarpe, andatura) simili ai giovani delle periferie delle nostre metropoli. Alcuni si rivolgono verso l’obiettivo e fanno con le dita il segno della vittoria. Altri sorridendo incrociano le braccia davanti al viso in un gesto che non so decifrare. Scherno? Stanno dicendo: adesso metteteci le manette e arrestateci tutti?
Che cosa sto vedendo, dunque? L’esodo biblico di un popolo, che ripropone l’epica traversata della nave albanese Vlora del 1991? L’assalto pacifico a un confine al di là del quale ci si illude che inizi la felicità? La passeggiata derisoria di plotoni di giovani che ci sfidano a privarli della libertà appena conquistata – con la forza, come si ottiene ogni libertà?
Pochi di noi sono stati a Ceuta, o saprebbero individuarla sulla carta geografica. L’exclave spagnola, residuo di un’epoca coloniale tramontata, è un angusto triangolo d’Africa, separato dal continente europeo da uno strategico braccio di mare, lo Stretto di Gibilterra. Insomma un luogo reale, ma anche mitico: le famose colonne d’Ercole. Tutt’intorno è Marocco. Le città più vicine, Tétouan e Tangeri, distano quaranta e più di settanta chilometri. Le sessantamila persone che sono entrate ieri a Ceuta devono esservi affluite nei giorni precedenti. Attirate da un pifferaio magico? Chiamate? Convocate? Chi ha fatto ascoltare loro il canto delle sirene? È spaventosa l’idea che qualcuno – chi, mi domando, più che perché – possa disporre con tanta facilità delle vite di sessantamila persone. Alcuni (nel momento in cui scrivo si parla di 57) non ce l’hanno fatta. Sono annegati nella traversata. Tutti giovani, o giovanissimi.
La giovinezza è la ricchezza dei Paesi africani, e pure il tesoro di chi non possiede altro che il proprio corpo, nudo, ma dominato da un’energia incoercibile, e dalla forza della vita. Eppure quella stessa giovinezza diventa una sciagura. In tutti i tempi e i regimi, i giovani sono stati soprattutto carne da cannone – manipolati, usati e sacrificati in macchinazioni che non potevano neanche immaginare.
Sto guardando una recinzione insieme patetica e invalicabile. Un mare inospitale, che è strada e tomba. Una marea disperata e strafottente, disposta a perdere tutto, e a prendere tutto, poiché crede di non avere nulla.
Vedo le guardie di confine e i soldati, vedo il Mediterraneo. Non vedo gli abitanti spagnoli, arabi, africani, di Ceuta, e mi ricordo i graffiti che ho visto sui sassi di Dura Europos, in Mesopotamia – ultimo avamposto sull’estremo limes dell’Impero romano – incisi 1770 anni fa. Latini, greci, ebrei, aramaici, palmireni, caldei: tutti asserragliati tra le mura di quella roccaforte sull’Eufrate, in cui avevano vissuto insieme per secoli, in attesa dell’invasione degli “altri”. Vedo i morti, sulla sabbia. Vedo, rara avis, una ragazza, che esce dal mare con gli abiti inzuppati e il capo coperto con l’hijab. Un’altra ragazza – in abiti occidentali, diciamo così – l’aiuta a risalire il pendio. E non so se sto guardando l’immagine di un futuro ancora possibile, o una costruzione da opporre al razzismo dell’opinione pubblica europea. Vedo il gesto delle manette, e so di essere considerata da quei ragazzi, comunque, una carceriera. E mi domando chi, fra noi, in questo 2026, sta dietro o dentro il muro, e può considerarsi davvero libero.
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