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Il cold case della letteratura è il romanzo perduto di Roland Barthes

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Il celebre semiologo e critico francese a fine anni ’70 voleva darsi alla narrativa con un titolo dagli echi danteschi, “La vita nova”, rimasto incompiuto e misterioso. Gli studiosi dibattono sul suo contenuto. Tirando in ballo anche Proust
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C’è stato un anno, il 1977, in cui Roland Barthes ha rischiato di diventare un romanziere. Il critico e semiologo francese, che con le sue opere come La camera chiara, La Preparazione del Romanzo e Frammenti di un discorso amoroso ha cambiato per sempre il modo di concepire la fotografia, le storie e le relazioni di intere generazioni, si era infatti cimentato nella scrittura di una storia di fantasia intitolata Vita nova. Il motivo di questo cambiamento è da ricercare nella morte della madre dello scrittore, avvenuta il 25 ottobre 1977. Da quel lutto profondo ecco l’epifania letteraria di cui troviamo alcune tracce nell’edizione pubblicata postuma, dopo quindici anni dalla sua morte, Œuvres complètes (Seuil, 1995), in cui sono custoditi otto fogli dal titolo dantesco Vita nova. Ed è proprio nelle radici dello stil novo che va cercata la materia di questo progetto che ancora interroga gli studiosi.

Come racconta lo stesso Barthes nella primavera del 1978, nell’introduzione al suo cors…

C’è stato un anno, il 1977, in cui Roland Barthes ha rischiato di diventare un romanziere. Il critico e semiologo francese, che con le sue opere come La camera chiara, La Preparazione del Romanzo e Frammenti di un discorso amoroso ha cambiato per sempre il modo di concepire la fotografia, le storie e le relazioni di intere generazioni, si era infatti cimentato nella scrittura di una storia di fantasia intitolata Vita nova. Il motivo di questo cambiamento è da ricercare nella morte della madre dello scrittore, avvenuta il 25 ottobre 1977. Da quel lutto profondo ecco l’epifania letteraria di cui troviamo alcune tracce nell’edizione pubblicata postuma, dopo quindici anni dalla sua morte, Œuvres complètes (Seuil, 1995), in cui sono custoditi otto fogli dal titolo dantesco Vita nova. Ed è proprio nelle radici dello stil novo che va cercata la materia di questo progetto che ancora interroga gli studiosi.

Come racconta lo stesso Barthes nella primavera del 1978, nell’introduzione al suo corso universitario La preparazione del romanzo (Seuil/IMEC, 2003) al Collège de France, è proprio in un pomeriggio vuoto trascorso a Casablanca, in Marocco, mentre era straziato dal dolore per la perdita della madre, che ebbe una svolta interiore, un’illuminazione, la voglia di cambiare: «Fu una sorta di conversione letteraria, di conversione alla letteratura», dirà.

Oltre ai famosi fogli pubblicati nel 1995, traccia tangibile di questo pseudo romanzo, esistono anche un migliaio di schede manoscritte, pubblicate nel 2015, che costituiscono quello che i ricercatori hanno chiamato il Grand Fichier. L’archivio è stato sottoposto allo specialista di letteratura Mathieu Messager che spiega a Le Monde: «Non sono né semplici appunti di lavoro né un vero e proprio diario, piuttosto un insieme dei due. La Vita nova non è altro che una bella riscrittura delle bozze intermedie che si trovano nel Grand Fichier, in una forma più dettagliata e meno sibillina». Secondo un’altra studiosa del tema, Claudia Amigo Pino, Barthes vedeva in Marcel Proust il modello principale per la sua nuova opera, tanto che annota diversi appunti su Alla ricerca del tempo perduto, un punto di riferimento: in una scheda datata 12 luglio 1978, Roland Barthes scrive infatti che vorrebbe fare «come Proust, ma in un’altra maniera», e cioè costruire il proprio testo a partire da «frammenti di vissuto».

Ma è Dante la sua stella polare – e la struttura della sua Commedia - non a caso nel testo Soirées de Paris, un diario notturno scritto durante l’estate del 1979, Barthes indica nella sua impossibilità di amare, in quella triste consapevolezza, il nucleo pulsante del suo ideale romanzo. Non a caso avrebbe trovato posto in una prima parte analoga alla “foresta oscura”, proprio come all’inizio della Commedia. Ma parallelamente Barthes guarda anche ai Pensieri di Pascal, senza però riuscire mai a trovare la sua cifra stilistica.

Pochi mesi dopo, Roland Barthes morì, lasciando incompleto il suo progetto. Cosa voleva scrivere? E perché? Come questa Vita nova doveva farlo riemergere da grave perdita, emanciparlo dal dolore? Mathieu Messager racconta che «a partire dal dicembre 1979 il semiologo si trovava in uno stato estremamente depresso e a proposito di Vita Nova non mostra che una serie di tentativi di ripresa». E aggiunge: «È una sorta di segno infinito, nel quale ciascuno proietta i possibili futuri di Barthes, spesso a partire da note embrionali». Per andare oltre, il ricercatore si è dedicato digitalizzazione dell’archivio Grand Fichier, che ha intitolato “ArchiBarthes”, un altro modo per mettere insieme tutti gli indizi e scoprire nuove piste alla ricerca del romanzo perduto.

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