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L’alfabeto di Gesualdo Bufalino nel trentennale della morte

Gesualdo Bufalino 

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Lo scrittore siciliano di “Diceria dell’untore” è tra i più grandi e inclassificabili della nostra letteratura. Ora un numero monografico della rivista “Kalòs” lo celebra in 75 voci
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L’esordio letterario a sessantun anni di Gesualdo Bufalino, di cui ricorre il trentennale della morte, fu clamoroso. L’autore, nato a Comiso, pubblicò Diceria dell’untore nel 1981: in tempi di retorica giovanilistica - esordivano in quegli anni l’algido, ipervisivo De Carlo e il beat allegramente sgangherato Tondelli – Bufalino apparve a qualcuno come lo scrittore più “giovane” della nostra narrativa, per originalità e vitalità espressiva. Si trattava di un romanzo onirico, febbricitante, legato all’esperienza personale della malattia: in un momento di mutazione della letteratura - avviata a diventare un consumo tra gli altri, standardizzato e inoffensivo - ci ricordava quello che era stata per almeno duemila anni, e cioè una risposta ingegnosa, mai davvero soddisfacente, alla morte e al lato oscuro dell’esistenza.

Uno scrittore appartato, scoperto allora da Sciascia e Elvira Sellerio, felicemente inclassificabile. Come tenti di definirlo ne resta fuori una parte decisiva: sperimental…

L’esordio letterario a sessantun anni di Gesualdo Bufalino, di cui ricorre il trentennale della morte, fu clamoroso. L’autore, nato a Comiso, pubblicò Diceria dell’untore nel 1981: in tempi di retorica giovanilistica - esordivano in quegli anni l’algido, ipervisivo De Carlo e il beat allegramente sgangherato Tondelli – Bufalino apparve a qualcuno come lo scrittore più “giovane” della nostra narrativa, per originalità e vitalità espressiva. Si trattava di un romanzo onirico, febbricitante, legato all’esperienza personale della malattia: in un momento di mutazione della letteratura - avviata a diventare un consumo tra gli altri, standardizzato e inoffensivo - ci ricordava quello che era stata per almeno duemila anni, e cioè una risposta ingegnosa, mai davvero soddisfacente, alla morte e al lato oscuro dell’esistenza.

Uno scrittore appartato, scoperto allora da Sciascia e Elvira Sellerio, felicemente inclassificabile. Come tenti di definirlo ne resta fuori una parte decisiva: sperimentale ma lontano dal “feto molliccio” della neoavanguardia e devoto al precetto “deviare dalla norma, non smantellarla”; poeta in prosa – attento alla prosodia della scrittura – ma con un nucleo morale e sentimentale. Inseparabile dalla Sicilia, dalla “isolitudine”, dalla sua gelosa provincia, ma imparentato con Mann, Proust e Kafka. Nella divisione dei nostri scrittori in stilisti e affabulatori (Gadda e Moravia, oggi Mari e Ammaniti), lui si mette nel punto di confine: alchimista della parola e avvincente storyteller, illusionista della lingua e inesauribile narratore orale come i predicatori seicenteschi. Solo un esempio – tra i tantissimi - di reinvenzione lessicale, segnalato da Giuseppe Traina, uno dei suoi più acuti interpreti, accanto a Nunzio Zago, direttore della Fondazione Bufalino. L’uso dell’aggettivo di derivazione nominale: «Le streghe pupille», «un bambino rancore».

Esce ora un numero monografico della rivista Kalòs: Alfabeto di cenere. Un dizionario per Gesualdo Bufalino, a cura di Giulia Cacciatore e Giovanna Di Marco. Si tratta di settantacinque lemmi, affidati a personalità diverse, tanti quanti furono gli anni dello scrittore: non si poteva immaginare un’introduzione - labirintica, digressiva – più “bufaliniana”. Citarne qualcuno sarebbe fare un torto agli altri. Limitiamoci a una voce che in questa esplorazione rapsodica della sua opera rievoca un libro straordinario e meno conosciuto. Giovanna Di Marco cita Calende greche, del 1992, una vita costruita sul calco di quella reale, una biografia che ha forma mutevole e aperta, un’opera «che rifiuta la chiusura». E da qui passiamo direttamente alla passione di Bufalino per il jazz, alla singolare infiltrazione dell’improvvisazione jazzistica nelle sue “oltranze strutturali” (un lemma di Massimo Onofri). Come Pasolini anche Bufalino diffidava di ciò che è compiuto e rifinito, per la buona ragione che la vita non è compiuta: ma a differenza di Pasolini lui dava al non rifinito la perfezione formale di un’opera destinata a durare per sempre. Inoltre, come quella di Pasolini, pur da lui distantissimo, la sua opera è innervata sull’ossimoro: “luce, lutto, buio”. E una volta ha detto «furono giorni felici, i più infelici della mia vita».

Né bisogna pensare Bufalino come scrittore unilateralmente “tanatologico”, prossimo a sanatori, epitaffi e cimiteri. Era soprattutto molto divertente, come testimoniano i suoi aforismi ed epigrammi, arte in cui eccelleva, come qui ricorda Gino Ruozzi. Solo un esempio: «Morire. Non fosse che per fregare l’insonnia». Disdegnava l’impegno quando diventa moda. Il suo è un barocco da camera, intimo e privato, diverso da quello di Consolo, piuttosto di archivio e denuncia civile. Eppure nella sua scelta della favola contro la cronaca, nella sua sottolineatura della gratuità e inutilità dell’arte troviamo uno spirito indocile e “malpensante”, refrattario a ogni potere.

Riteneva che si scrive per giocare, evocare, far testamento, surrogare la vita, rendere verosimile la realtà (che lo è pochissimo). Leggere uno qualsiasi dei suoi libri diventa un’avventura dentro la lingua, dove ogni parola è scelta come un reperto o un minerale raro o un suono arcaico e meraviglioso. Ma non era affatto un esteta, decadente e stremato. Non dimentichiamo mai che dietro metafore, iperboli, e allitterazioni pulsava un’idea della scrittura come contravveleno contro il marasma del mondo. Le sue opere sono smaltate isole di ordine dentro l’entropia cosmica. Una volta ha scritto che il nostro universo gli sembrava un’opera letteraria, «magari imperfetta, con l’uomo come refuso». Bufalino non intendeva tanto correggere questo refuso, quanto trasformarlo in poesia.

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