Se l’antica etimologia greca di “scandalo” deriva dalla pietra d’inciampo, lo scandalon appunto, si proverebbe qui a ricordare due lontane e forse dimenticate pietre malandrine, ovvero due impedimenti, due intralci, due ingombri, due intoppi insieme politici e culturali che alla metà degli anni ’70 incontrarono sul loro cammino la sinistra e la destra con l’aggravante che si trattava di feste giovanili; per cui sia l’una che l’altra fatalmente incespicarono e patapunfete, da allora cambiò molto, se non tutto. Lo scandalo a sinistra, nell’estate del 1976, andò in scena a Parco Lambro, a Milano, dove tra il 26 e il 29 giugno, su indicazione della rivista underground Re Nudo si concentrò un numero tanto imprecisato quanto immenso, oltre i 50 mila, di partecipanti a una “festa del proletariato giovanile” - e già la formula rivendicativa lasciava presagire un esito come minimo imprevisto.
Il filo conduttore dell’evento può e…
Se l’antica etimologia greca di “scandalo” deriva dalla pietra d’inciampo, lo scandalon appunto, si proverebbe qui a ricordare due lontane e forse dimenticate pietre malandrine, ovvero due impedimenti, due intralci, due ingombri, due intoppi insieme politici e culturali che alla metà degli anni ’70 incontrarono sul loro cammino la sinistra e la destra con l’aggravante che si trattava di feste giovanili; per cui sia l’una che l’altra fatalmente incespicarono e patapunfete, da allora cambiò molto, se non tutto. Lo scandalo a sinistra, nell’estate del 1976, andò in scena a Parco Lambro, a Milano, dove tra il 26 e il 29 giugno, su indicazione della rivista underground Re Nudo si concentrò un numero tanto imprecisato quanto immenso, oltre i 50 mila, di partecipanti a una “festa del proletariato giovanile” - e già la formula rivendicativa lasciava presagire un esito come minimo imprevisto.
Il filo conduttore dell’evento può essere utilmente trovato in un notevole documentario che il regista indipendente Alberto Grifi, con il finanziamento di alcuni discografici, aveva deciso di girare con l’idea di un film-concerto, una sorta di Woodstock italiana. Ma fin dall’inizio le macchine da presa furono ipnotizzate dal tempestoso bailamme delle contestazioni, dapprima rivolte verso il palco, poi contro gli organizzatori per via dei prezzi ritenuti frutto di speculazione. Ne venne fuori un’autentica apocalisse del pop all’interno di un rovente ghetto. Il sole cuoceva, i bollori del pubblico cercavano sfogo nelle minacce di “esproprio”, giusto allora pratica politica di sconveniente, ma fascinoso impatto; e insomma, lo stato d’animo collettivo irresistibilmente virò verso uno psicodramma ad alta temperatura.
Dall’alto di un valloncello Toni Negri descrisse con ispirata esattezza questo «carnevale dei poveri: la gente era tanta, a mucchi, come covoni, un tempo, prima della mietitrebbia sui campi assolati – e a mano a mano che le giornate giravano, i gruppi si spostavano per cercare ombra e fresco». Già il secondo giorno venne dato l’assalto agli stand di generi alimentari, il terzo squadre uscirono fuori alla ricerca di supermercati, qualcuno udì risuonare colpi d’arma da fuoco.
Rispetto a tutto ciò parvero insufficienti le giustificazioni sulla crisi economica, la disoccupazione, la sottoccupazione, il compromesso storico.
Umberto Eco richiamò piuttosto i movimenti apocalittici, fraticelli, gioachimiti, anabattisti destinati a sorgere nei momenti di transizione. Con il senno di poi si può aggiungere l’abbondante disponibilità di droghe, sicché ancora oggi non sai bene a cosa attribuire l’intensità dei balli e dei girotondi, l’innocente nudità di tante e tanti, l’ombra di Dioniso e di chissà quali altri dèi sotto il sole e sotto la pioggia, dunque in mezzo al fango.
Ma il momento clou resta nella memoria quello del saccheggio di un furgone di uova e polli surgelati subito distribuiti in giro, pochi dei quali difficoltosamente arrostiti su focherelli, altri usati come palloni da prendere a calci, la maggior parte abbandonati per terra a scongelare, quindi a marcire.
Neanche a farlo apposta, sulle rive inaridite del Lambro era venuto a curiosare un grande psicoanalista, Elvio Fachinelli, teorico della pedagogia non-autoritaria. Come in un film di Buñuel aveva notato una scimmietta: «Ci aveva visto succhiare dei ghiaccioli e veniva a chiedere di poter anche lei partecipare, per cui fu accontentata e adesso succhiava il suo ghiacciolo, come un nostro fratello, con una visibile paura che qualcuno glielo portasse via, paura non infondata». E con la scimmietta si congederebbe il primo scandalon su cui due settimane dopo il risultato del Pci alle politiche (34,37 per cento) cominciò a perdere equilibrio la sinistra, allora candidatasi alla guida del Paese.
La seconda pietra d’inciampo, a destra, ebbe il suo corso nell’estate del 1977 e riguardò molte meno persone confluite in un paesino del Sannio, Montesarchio, a pochi chilometri dalle Forche Caudine, ma che agli occhi dei dirigenti del Msi fu vissuta all’insegna della peggiore colpa possibile in quel mondo: il tradimento - se non era un peccato di empietà. Anche lì un festoso raduno di giovani, lanciato da una rivista vicina alla corrente rautiana che in un empito di baldanzosa autodissacrazione si era battezzata La Voce della Fogna, direttore Marco Tarchi, un intellettuale fiorentino che pure essendo stato eletto leader dei giovani missini era stato dal vertice del partito giudicato troppo scomodo per svolgere quel ruolo.
Assai grama d’altronde era allora la vita della fiamma tricolore, rinsecchita dalla scissione dei notabili moderati e affidatasi alla guida carismatica e spregiudicata di Almirante. Clima asfittico e mortifero, culto dei caduti, retorica e nostalgia a piene mani, per i giovani non c’erano altre prospettive che fare a botte e prenderne, a parte i cori di Faccetta nera. La cosa strana è che alla Voce della Fogna, dissacrante perfino nei graziosi fumetti francesi con sorci come protagonisti, il festival del proletariato giovanile di cui sopra non era dispiaciuto per niente. Di qui l’ideaccia: «Cosa ne pensate di un Parco Lambro di segno opposto? Ovvero una due giorni musicale alternativa con tende e sacchi a pelo (le orge non ve le possiamo assicurare)?»
Partì così, nel polveroso campo di calcio di Montesarchio vigilato da numerosi poliziotti, l’avventura scandalosissima, ma per nulla orgiastica, del primo Campo Hobbit.
Il dispositivo culturale per disfarsi dell’ingombrante fascismo fu individuato nel Signore degli anelli, romanzo fantasy di un mite professore di Oxford, J. R.R. Tolkien, che certo circolava a destra, pur avendo fan nelle frange più mattacchione del movimento del Settantasette (vedi la conferenza stampa del giovane D’Alema con al fianco un tipo che si presentò come Gandalf il Viola).
Il “Campo”, termine che ancora sapeva un po’ di paramilitare, venne organizzato da Tarchi, Generoso Simeone, Umberto Croppi, Flavia Perina e, secondo la leggenda, Teodoro Buontempo vi trascinò anche sua madre (ma forse fu il secondo Hobbit). A Montesarchio si affacciò anche un lungagnone bolognese, soprannominato “Tortellino”, che poche settimane prima era stato imposto segretario del Fdg al posto di Tarchi. Ma poco dopo Gianfranco Fini si ritrasse inorridito.
Da che cosa precisamente è oggi complicato dire. Per quanto il look di parecchi dei camerati - sfumature alte, occhiali da sole e giacche da soldati – fosse al dunque incompatibile con quello di Parco Lambro, la scomunica gravava su di loro perché non solo rinnegavano di fatto le divinità dell’auto-esclusione e della nostalgia, ma negli interessi e nei comportamenti si saldavano con gli usi, i costumi e i linguaggi dei loro coetanei di sinistra: il rock, i cartoni, la macrobiotica, i murales, la ricerca giocosa di una liberazione. Nei dibattiti-laboratori ci fu chi si disse favorevole ai referendum di Pannella, chi reclamò la necessità di «gestire la propria sessualità». Si venne insomma a creare uno spazio misterioso e confusionale entro cui erano messi in crisi i vecchi parametri, le pratiche militanti, i simboli. È al Campo Hobbit che si affermò la croce celtica, già emblema delle SS francesi, il cui disegno l’ultimo giorno venne raffigurato da una catena umana, invero venuta piuttosto sbilenca.
Immaginarsi gli occhi di ghiaccio di Almirante, così come l’indignato sdegno che a Botteghe aveva suscitato il destino dei polli espropriati. Quale diavolo stava mettendoci la coda? E se pure è necessario che gli scandali avvengano, beh, a tanti anni di distanza viene da chiedersi se la destra e la sinistra non fossero già allora condannate alla presente e irriconoscibile regressione.