Nel novembre del 1904 Virginia Stephen entra nella sua stanza di Gordon Square e trova un calamaio di porcellana. È quello che desiderava e che non poteva permettersi. Glielo ha mandato Violet Dickinson, diciassette anni più grande, amica della madre e della sorellastra Stella, poi sua amica, infermiera, confidente, amante. Virginia promette che con quel calamaio scriverà articoli a dozzine. La carriera di Woolf comincia da lì, da un oggetto scelto per lei da un’altra donna.
Tre anni dopo ricambia il dono: scrive a Violet una «biografia fantastica» in tre capitoli, con inchiostro viola e una rilegatura in pelle dello stesso colore. Le intima di non mostrarla ad anima viva e, quando l’amica la legge ad altri, ne reclama, offesa, la restituzione. È il testo che arriva adesso in libreria come Vita di Violet, edito da Feltrinelli e nella traduzione di Nadia Fusini che accompagna queste pagine inedite con una ricca, scintillante prefazione che è in verità più un saggio sulla sua amata Woo…
Nel novembre del 1904 Virginia Stephen entra nella sua stanza di Gordon Square e trova un calamaio di porcellana. È quello che desiderava e che non poteva permettersi. Glielo ha mandato Violet Dickinson, diciassette anni più grande, amica della madre e della sorellastra Stella, poi sua amica, infermiera, confidente, amante. Virginia promette che con quel calamaio scriverà articoli a dozzine. La carriera di Woolf comincia da lì, da un oggetto scelto per lei da un’altra donna.
Tre anni dopo ricambia il dono: scrive a Violet una «biografia fantastica» in tre capitoli, con inchiostro viola e una rilegatura in pelle dello stesso colore. Le intima di non mostrarla ad anima viva e, quando l’amica la legge ad altri, ne reclama, offesa, la restituzione. È il testo che arriva adesso in libreria come Vita di Violet, edito da Feltrinelli e nella traduzione di Nadia Fusini che accompagna queste pagine inedite con una ricca, scintillante prefazione che è in verità più un saggio sulla sua amata Woolf, e anche un’avvertenza: affacciandoci alle pagine di questo libro commettiamo un piccolo tradimento, andiamo a ficcare il naso in qualcosa che l’autrice avrebbe voluto che restasse privato, siamo autorizzati, insomma, a godere di questo privilegio ma non scevri del senso di colpa incorporato in ogni pubblicazione postuma.
Vita di Violet si compone di tre favole eroico-comiche che Virginia (non ancora Woolf) scrive quasi di getto per celebrare l’amata amica e in cui, evidenzia con puntualità Fusini, sono disseminati premonizioni e indizi della Signora Dalloway e di Orlando.
Chi è una scrittrice prima di diventare una scrittrice? O meglio, quando una scrittrice si accorge di esserlo? Questi tre bizzarri racconti sono un’istantanea del momento in cui una giovane donna si trova da sola con un calamaio di porcellana, un quaderno rilegato in pelle, dell’inchiostro viola, una stanza tutta per sé e una storia da raccontare. Evidentemente questo non basta per diventare Virginia Woolf, freniamo gli entusiasmi. È vero però che è più facile ricongiungersi al proprio daimon e arrivare puntuali all’appuntamento con il proprio talento se qualcuno ci orienta nella direzione giusta.
E quel qualcuno per Virginia è Violet. È lei che si prende cura del suo dolore dopo la perdita della madre Julia, poi di Stella e infine del padre. Lei ancora che raccoglierà con infinito amore i cocci, quando Virginia andrà in pezzi, dopo aver fatto conoscenza per la prima volta con la depressione che per tutta la vita le sarà compagna sgradita e fedele. Lei ancora a essere oggetto delle fantasie sensuali della scrittrice, delle sue proiezioni erotiche. Forse anche per questo in questi tre divertissement Violet è una gigante, non solo perché era effettivamente molto alta.
Virginia la descrive come una donna pantagruelica fin dalla nascita, al punto tale che il dottore che la fa venire al mondo chiede subito un metro invece che una bilancia, e proprio il suo stravagante aspetto la mette fuori dalla cerchia delle convenzioni dell’epoca che vogliono una donna aderente all’immortale stereotipo della donna-moglie-madre.
Violet non ci sta, letteralmente non ci può stare perché è fuori misura, larger than life, verrebbe da dire, ma fuor di metafora. E in questo Violet è come Virginia, perché anche lei entra a fatica nelle misure borghesi, in qualsiasi canone, è fuori taglia anche lei, per statura interiore più che fisica. Attratta dalle donne e intimidita dall’intimità coi maschi, a malapena riesce a infilarsi nel matrimonio col paziente Leonard – ci spiega Fusini duplicando le biografie e parlandoci dell’infanzia e dell’adolescenza di Woolf – dal quale non nasceranno figli, piuttosto libri. Virginia e Leonard saranno genitori di parecchi volumi, una progenie molto duratura, d’altra parte.
E per restare in questa “generatività letteraria”, anche il rapporto tra Virginia e Violet è “materno” – Fusini parla apertamente di «maternage creativo» – poiché l’amica più grande spinge quella più giovane a esprimere la propria inventiva, le dà gli strumenti per realizzarsi, la presenta a Margaret Lyttelton, direttrice del supplemento femminile del Guardian, insomma la «aiuta a nascere come scrittrice». E le insegna a essere difforme: più alta, più robusta, eclettica e in un certo senso eretica rispetto ai cliché dell’epoca.
Violet regalò a Virginia il calamaio con cui cominciare a vivere del proprio lavoro. Virginia le restituì una vita scritta. Il calamaio era di porcellana, la biografia, per fortuna, è di materia molto più resistente. Tanto da giungere fino a noi, anche se nell’intenzione dell’autrice queste pagine erano destinate a due occhi soltanto, due amatissimi occhi. «Perché, vedi, cara Virginia», si scusa a nome di tutti noi Nadia Fusini nel saggio introduttivo, «con certi scrittori e scrittrici come te, capita che noi lettori e lettrici si abbia fame di voi, e anche lì dove voi sentite, o credete, di fallire, noi troviamo qualcosa che ci nutre e lo gustiamo, e ne godiamo».
Il libro
Vita di Violet di Virginia Woolf, Feltrinelli, a cura di Nadia Fusini, pagg. 114, euro 10