✕

L’animazione è il mio tempio

Ascolta l'audio

La denuncia: "Il mondo dell’animazione per l’infanzia viene apertamente mercificato dagli adulti". Anticipiamo un estratto della raccolta del grande maestro giapponese
2 minuti di lettura

In realtà, il mio lavoro nell’animazione oscilla continuamente tra due pensieri opposti. Da una parte, oggi in televisione vanno in onda circa quaranta programmi di animazione a settimana: ci serve davvero tutta questa animazione nella vita dei bambini? Dall’altra, chi crea prova un impulso quasi istintivo: il desiderio di realizzare qualcosa di bello, qualcosa di significativo. Mi muovo tra queste due posizioni. Quando il lavoro scarseggia, mi chiedo se ci sia davvero bisogno di tutta questa animazione. Ma quando finalmente arriva sulla mia scrivania, mi illumino e penso: «Facciamolo, rendiamolo interessante».

Se dovessi descrivere il panorama attuale, direi che emittenti televisive, agenzie pubblicitarie, editori, produttori di giocattoli, animatori, fumettisti, perfino chi lavora nel cinema – tutti sono ormai parte dello stesso sistema integrato dell’intrattenimento. Questo significa che, quando parte una nuova serie di manga su una rivista, l’editor contatta le case di produzione…

In realtà, il mio lavoro nell’animazione oscilla continuamente tra due pensieri opposti. Da una parte, oggi in televisione vanno in onda circa quaranta programmi di animazione a settimana: ci serve davvero tutta questa animazione nella vita dei bambini? Dall’altra, chi crea prova un impulso quasi istintivo: il desiderio di realizzare qualcosa di bello, qualcosa di significativo. Mi muovo tra queste due posizioni. Quando il lavoro scarseggia, mi chiedo se ci sia davvero bisogno di tutta questa animazione. Ma quando finalmente arriva sulla mia scrivania, mi illumino e penso: «Facciamolo, rendiamolo interessante».

Se dovessi descrivere il panorama attuale, direi che emittenti televisive, agenzie pubblicitarie, editori, produttori di giocattoli, animatori, fumettisti, perfino chi lavora nel cinema – tutti sono ormai parte dello stesso sistema integrato dell’intrattenimento. Questo significa che, quando parte una nuova serie di manga su una rivista, l’editor contatta le case di produzione e le emittenti proponendo: «Stiamo lanciando questo titolo, volete comprarne i diritti?».

Ci sono persino aziende di giocattoli che arrivano a investire il sessanta percento del proprio budget pubblicitario in una sola compagnia di animazione. È come trasformare direttamente il prodotto in un cartone animato, con l’unico scopo di vendere. Il mondo dell’animazione per l’infanzia viene apertamente mercificato dagli adulti. Eppure, come se nulla fosse, l’industria continua a sfruttare parole come viaggio, partenza, amore... Se non ci si adatta a questo sistema, per quanto sia forte la passione o nobile l’ideale, non si va da nessuna parte. È questo il contesto in cui ci muoviamo ogni giorno. Però, nonostante tutto, non riesco a smettere di riflettere sul ruolo culturale dell’animazione. Credo che questa mia ostinazione affondi le radici nei ricordi d’infanzia, nel rapporto speciale che avevo da bambino con i film animati. All’epoca, guardare un cartone era una gioia rara. Forse proprio perché era un’occasione speciale.

Oggi possiamo vederne quanti ne vogliamo, fino a esserne saturi. Ma anche un capolavoro, se consumato in eccesso, perde valore. È come ascoltare musica a tutto volume, dal mattino alla sera: alla fine, anche le orecchie cominciano a far male.

C’è un vecchio detto: «Chi vuole visitare il tempio di Hōryūji dovrebbe scendere dal treno molto prima e camminare lungo la strada di campagna». A piedi, passo dopo passo, prima appare il tetto della pagoda a cinque piani, poi tutto il complesso. Solo così si assapora davvero l’arrivo. Più faticoso è il cammino, più profonda è l’emozione.

Oggi, nella nostra cultura, sembra che nessuno abbia più voglia di «andare a Hōryūji con le proprie gambe». E mi torna in mente anche un altro aneddoto del passato. Si racconta che, mentre l’impero romano cadeva, i cittadini chiedessero solo panem et circenses. Oggi, in Giappone, il pane non manca, ma di circhi – di quelli veri, che emozionano e stupiscono – se ne vedono pochi. In mezzo a questo diluvio di animazione, creare opere che mantengano una coscienza etica è un’impresa quasi impossibile. È come far cadere gocce d’acqua limpida in una piena fangosa.

Ma se cediamo, e anche noi iniziamo a produrre opere travolte dalla corrente, allora la tristezza è senza fine. Ho scelto l’animazione come mestiere, e penso che valga la pena dedicarci tutta la vita – è un’esagerazione, certo – eppure vorrei provare a darle un senso. È questo che, ancora oggi, continuo a cercare.

Tratto da Punto di partenza di Hayao Miyazaki (tr. Rosamaria Pavan, La nave di Teseo, pagg. 672, euro 27)

Leggi i commenti