È stato un fatto minore, ma pungente per i Democratici dell’ala sinistra: la sconfitta di Francesca Hong nelle primarie del Wisconsin. La giovane deputata dei Democratic Socialists of America, anche se favorita nei sondaggi, ha perso contro il moderato David Crowley. È una woke e dopo l’omicidio di George Floyd a Minneapolis nel maggio del 2020, ha condiviso l’idea di definanziare la polizia, e di sopprimerla. Una delle bandiere più estreme e indigeribili del woke. Ma scrutinando il suo passato gli avversari hanno trovato che aveva sostenuto anche l’abolizione del Thanksgiving, proposta che suonerebbe un po’ come da noi (malissimo) l’abolizione del Natale. Caricatura ideale per gli avversari. Questo picco woke le è costato la corsa alla carica di governatore. Ed è anche la goccia che ha fatto traboccare il vaso spingendo la leader politica nazionale Alexandria Ocasio-Cortez, anche lei Dsa, a dichiarare in tv la fine di una stagione, almeno quella delwoke 1.0, perché «era una follia». …
È stato un fatto minore, ma pungente per i Democratici dell’ala sinistra: la sconfitta di Francesca Hong nelle primarie del Wisconsin. La giovane deputata dei Democratic Socialists of America, anche se favorita nei sondaggi, ha perso contro il moderato David Crowley. È una woke e dopo l’omicidio di George Floyd a Minneapolis nel maggio del 2020, ha condiviso l’idea di definanziare la polizia, e di sopprimerla. Una delle bandiere più estreme e indigeribili del woke. Ma scrutinando il suo passato gli avversari hanno trovato che aveva sostenuto anche l’abolizione del Thanksgiving, proposta che suonerebbe un po’ come da noi (malissimo) l’abolizione del Natale. Caricatura ideale per gli avversari. Questo picco woke le è costato la corsa alla carica di governatore. Ed è anche la goccia che ha fatto traboccare il vaso spingendo la leader politica nazionale Alexandria Ocasio-Cortez, anche lei Dsa, a dichiarare in tv la fine di una stagione, almeno quella delwoke 1.0, perché «era una follia».
Quanto al woke 2.0, i piani non sono ben chiari, anche perché non è un partito con una leadership e una segreteria, cui si possa telefonare. Sembra comunque l’inizio di un riflusso della marea. La mossa di AOC era lungamente attesa, già prima della seconda elezione di Trump, quando in tanti avevano implorato i Dem di allontanarsi dalle “guerre culturali” e di occuparsi dei lavoratori americani, anche i bianchi (che sono ancora la maggioranza, sì, larga), di riconquistarli sul terreno delle loro sofferenze, salari, disoccupazione, perdita di status, paura per il futuro, carovita. Il sindaco di New York Zohran Mamdani ha vinto, su posizioni radicali come AOC, ma spostando il focus così. È già dall’inizio di questo decennio che la stessa parola, woke, è diventata un insulto nei confronti di tutta la politica liberal e che, come tale, in mano alla destra ha avuto una diffusione e un successo molto maggiore delle buone intenzioni della fase ascendente: black lives matter, teoria critica della razza, diversità-equità-inclusione, affirmative action, quote di rappresentanza delle minoranze svantaggiate nelle istituzioni, diritti gender, decolonizzazione e memoria storica, diritti indigeni, intersezionalità, ovvero la somma di status di minoranze diverse in un individuo, giustizia ambientale, linguaggio inclusivo e altro ancora. Un elenco che impressiona per la quantità di politica e di questioni cruciali che contiene. Già, enormi problemi, sostanziosi, carichi di realtà e verità che nessuno può permettersi decentemente di disprezzare, gettati in un calderone che è diventato non un catalogo ma un insulto spazza-tutto.
Alzi la mano chi vuole cancellare dalla vita politica l’impegno contro il razzismo, o chi vuole cancellare la libertà sessuale o la diversità di genere nei partiti, nei parlamenti, nelle aziende, o chi vuole tornare libero di definire «minorati» e «mongoloidi» i disabili, o «scimmie» e «Bingo Bongo» i neri. Sì, certo, qualcuno la alza la mano, ma si prende il posto che gli tocca: incivile, reazionario, minoritario, di estrema destra. Eppure qui la dannazione della minoranza estrema se l’è presa la wokeness che nei libri di storia entrerà non per meriti propri, ma per avere portato al suo estremo compimento una forma di liberalismo identitario, individualista e insieme tribale, tale da rappresentare il carburante perfetto per il populismo della destra americana, al quale ha aperto praterie.
Perché questo è accaduto? Perché «forse abbiamo esagerato», come ora dicono voci pentite. E come è stato possibile? Qui la spiegazione è più difficile: l’esagerazione era contenuta già nella segmentazione identitaria di tutta l’ispirazione woke, che ha coltivato la protezione dei deboli pezzo per pezzo, tribù per tribù, producendo quella che è stata definita una «sintesi identitaria» della politica e della cultura, fatta la quale non trovi più sulla scena i cittadini nel loro insieme di liberi e eguali, ma tante fettine da sommare. E nemmeno trovi più il disegno universalistico di un cammino comune verso i diritti umani e verso la rimozione degli impedimenti al libero sviluppo di ciascuno, e nemmeno la consapevolezza che lungo questo cammino progressi sono stati compiuti, sulla traccia dei quali proseguire.
La stagione che ha preceduto il woke negli anni Novanta e ha preparato il terreno alla distorsione segmentata di una politica liberale è stata quella della Political Correctness chee anch’essa è rapidamente diventata, per le sue attitudini di “polizia del linguaggio” con ambizioni censorie, il rovescio di quel che voleva essere: anche in questo caso un’offesa e una parola in codice, per aggregare gli avversari. Anche il politicamente corretto aveva il suo terreno di cultura nelle università. Come dicono i più feroci critici da sinistra, entrambi non sono movimenti dal basso, ma espressione di un ceto elitario, dei «capitalisti simbolici», che pur avendo un sincero impegno egualitario in sostanza perpetuano il loro capitale culturale. Ma il tema non è per niente solo accademico dal momento che il disastro che ha portato al trionfo dei Maga ha invaso tutto il campo da gioco. L’attacco populista all’élite accademica e ai suoi privilegi aveva già alimentato Trump nel 2016 e l’ha aiutato nella riconferma seguita dalla campagna per definanziare le maggiori università e tutto quello che promuove la diversità, l’equità, l’inclusione e ogni forma di aiuto agli studenti neri e ispanici e via seguendo l’indice, alla rovescia, del woke (intanto la Corte Suprema ha cancellato l’affirmative action).
La cultura liberal del mondo accademico ha visto in realtà molti noti intellettuali impegnati per mettere un freno a quella che ora sappiamo “follia” del woke (copyright AOC). Ci hanno provato Daron Acemoglu (via dalle guerre culturali), Mark Lilla e Yascha Mounk (stop al liberalismo identitario), Susan Neiman (la sinistra non è woke), Musa al-Gharbi (mai woke). La sinistra dei Dem sembra accogliere finalmente la lezione, porta adesso con disinvoltura l’etichetta “socialista”, finora un tabù, spaventando i moderati, ma si sta liberando del piombo woke.