Londra – Cosa succede se un grande Paese occidentale prende quattro addetti al controllo bagagli negli aeroporti, quattro impiegati che non hanno mai tenuto un’arma in mano, con una conoscenza del crimine limitata a ciò che si vede al cinema, e affida loro la lotta al narcotraffico? La risposta suggerita dal senso comune è: un disastro. Finirebbero ammazzati in un batter d’occhio, nel migliore dei casi non combinerebbero niente. Invece alla fine degli anni Ottanta, quando il Regno Unito, come il resto d’Europa e l’America, viene invaso dalla droga, il governo di Margaret Thatcher decide di combattere i narcos con un’operazione “all’americana”, senza avere però i mezzi degli Stati Uniti. È così che un bislacco quartetto di funzionari della dogana riceve l’ordine di infiltrare le gang di narcotrafficanti internazionali e sgominarle. Downing Street pretende risultati da offrire all’opinione pubblica, surriscaldata dalla morte per overdose della figlia di un ministro. Sembra una missione …
Londra – Cosa succede se un grande Paese occidentale prende quattro addetti al controllo bagagli negli aeroporti, quattro impiegati che non hanno mai tenuto un’arma in mano, con una conoscenza del crimine limitata a ciò che si vede al cinema, e affida loro la lotta al narcotraffico? La risposta suggerita dal senso comune è: un disastro. Finirebbero ammazzati in un batter d’occhio, nel migliore dei casi non combinerebbero niente. Invece alla fine degli anni Ottanta, quando il Regno Unito, come il resto d’Europa e l’America, viene invaso dalla droga, il governo di Margaret Thatcher decide di combattere i narcos con un’operazione “all’americana”, senza avere però i mezzi degli Stati Uniti. È così che un bislacco quartetto di funzionari della dogana riceve l’ordine di infiltrare le gang di narcotrafficanti internazionali e sgominarle. Downing Street pretende risultati da offrire all’opinione pubblica, surriscaldata dalla morte per overdose della figlia di un ministro. Sembra una missione impossibile. Eppure, contro tutte le previsioni, la banda dei quattro dimostra che l’eroismo e il coraggio possono manifestarsi anche nelle vite in apparenza più ordinarie.
Questa vicenda realmente accaduta è raccontata da uno dei protagonisti, Guy Stanton, insieme al giornalista Peter Walsh, in Legends, un memoir che si legge come un thriller, pubblicato ora in Italia da Longanesi dopo che l’adattamento prodotto da Netflix è stato nel maggio scorso la serie tv della piattaforma più seguita in tutto il mondo. Il titolo si riferisce alla cosiddetta “leggenda”, il termine gergale che descrive la costruzione di una falsa identità, come quelle create dai quattro doganieri (tre uomini e una donna) per infiltrare i narcotrafficanti. Una recita pericolosa, che può essere scoperta in qualunque momento. Con un rischio aggiuntivo: a lungo andare la maschera può trasformarsi nel volto, la leggenda si impossessa della realtà, i finti narcos cominciano a comportarsi come narcos autentici.
La prima domanda, Guy Stanton, è perchè firma il libro con questo pseudonimo, tenendo nascosto il suo vero nome?
«Guy Stanton è una delle tre false identità che ho usato nei miei undici anni undercover, da infiltrato, come si dice nello slang poliziesco. Oggi molti di quei gangster sono vecchi, morti o in prigione, ma non si sa mai. Prendo ancora precauzioni per proteggere me, la mia famiglia e i colleghi».
Le è piaciuta la serie Netflix tratta dal libro?
«Ho incontrato più volte regista e sceneggiatori. Tom Burke, il bravissimo attore che mi interpreta, è venuto a casa mia per studiarmi da vicino. Il risultato è così realistico che a volte, guardando lui sullo schermo, mi pareva di vedere me, il modo in cui parlo e in cui mi muovo».
Come e quando ha deciso di raccontare la sua storia?
«L’ho scritta durante i lockdown per il Covid. Dopo essermi ritirato dalla dogana ho avuto un tumore e un infarto: desideravo lasciare a mia figlia la testimonianza di cosa ha fatto suo padre. Non pensavo che sarebbe diventata una serie televisiva di successo mondiale».
Quale fu il momento più pericoloso dell’operazione?
«Mi hanno puntato varie volte una pistola alla testa. Ho avuto a che fare con criminali inglesi, colombiani, pachistani. Sono stato arrestato da forze speciali in Venezuela, Polonia ed Egitto. E coinvolto in una sparatoria ai Caraibi che ha causato un morto e diversi feriti. Ma la situazione più pericolosa avvenne in Kenya, mentre negoziavo con un Signore della guerra somalo l’acquisto di 120 chili di eroina per conto della gang in cui ero infiltrato. Una telefonata mi avvertì che un poliziotto corrotto mi aveva tradito, rivelando la mia vera identità, e dovevo svignarmela immediatamente. Ce la feci per un pelo».
E come ha affrontato il pericolo di entrare troppo nella “leggenda”, diventando un narcotrafficante anche nella realtà?
«Avere orologi d’oro, auto di lusso e pacchi di banconote in contanti può farti cadere in tentazione. Mia moglie e mia figlia mi hanno aiutato a tenere i piedi nella realtà, ogni volta che rientravo a casa. Ma non è facile avere per anni una doppia identità».
È stato difficile, a operazione conclusa, tornare a essere un normale, anonimo funzionario della Dogana?
«Ho sempre preferito l’anonimato. Non ho accettato questa missione per ottenere fama o compensi, bensì solo per dare una mano nella lotta alla droga».
È rimasto legato ai tre colleghi con cui ha condiviso questa lunga avventura?
«La vita ci ha portati in luoghi e direzioni differenti, ma tra noi c’è un legame come se fossimo reduci della stessa guerra. In particolare con uno, ora anziano e malato. Ogni volta che ci sentiamo mi dice che per lui sono un fratello».
Nonostante il risultato positivo della vostra operazione e gli sforzi di tante agenzie contro il traffico di narcotici, come la Drug Enforcement Agency negli Usa, la droga continua a essere un grave problema mondiale e il motore di immensi affari criminosi. Secondo lei cosa servirebbe per debellarla?
«È un problema iniziato con la guerra dell’oppio in Estremo Oriente durante l’Impero britannico, moltiplicato dal potere dei cartelli messicani, responsabile di corruzione politica e conflitti globali su larga scala. I narcos non cederanno facilmente il potere. Se avessi la soluzione, sarei un uomo molto popolare e richiesto!».
Eppure quattro agenti della Dogana britannica vinsero una importante battaglia. A volte persone ordinarie possono fare cose straordinarie: è questo il messaggio del suo libro?
«Voglio sperare di sì. Come dice sempre mia moglie, mai giudicare un libro dalla copertina. Anche in quest’era di Intelligenza Artificiale non bisogna trascurare le risorse umane. Uomini e donne comuni possono sempre sorprendere, realizzando imprese che loro stessi dubitavano di poter compiere. Nelle circostanze più difficili, talvolta anche le persone più ordinarie diventano leggendarie. Sono anche queste le Legends, le leggende a cui allude il titolo».