Quante promesse c’erano in quel titolo, un paese della grazia, una terra promessa. Paul Simon ci arrivò grazie a una disobbedienza, in un momento in cui i musicisti rock capitanati da Little Steven stavano urlando «Ain’t gonna play Sun City», non andrò a suonare a Sun City, il luogo simbolico dell’intrattenimento in Sudafrica. Lui fece molto di più, tentò un supremo gesto d’arte e tornò a casa con un tesoro di polifonie e ritmi, facendo scoprire al mondo la bellezza della tradizione di quel Paese. Fu la gemma più preziosa di quella speciale euforia che aveva contagiato il rock nella scoperta della musica del mondo.
La world music entrava dappertutto, suoni d’Oriente, d’Africa, folk di ogni latitudine. Nello stesso anno Peter Gabriel, il grande sacerdote rock della wor…
Quante promesse c’erano in quel titolo, un paese della grazia, una terra promessa. Paul Simon ci arrivò grazie a una disobbedienza, in un momento in cui i musicisti rock capitanati da Little Steven stavano urlando «Ain’t gonna play Sun City», non andrò a suonare a Sun City, il luogo simbolico dell’intrattenimento in Sudafrica. Lui fece molto di più, tentò un supremo gesto d’arte e tornò a casa con un tesoro di polifonie e ritmi, facendo scoprire al mondo la bellezza della tradizione di quel Paese. Fu la gemma più preziosa di quella speciale euforia che aveva contagiato il rock nella scoperta della musica del mondo.
La world music entrava dappertutto, suoni d’Oriente, d’Africa, folk di ogni latitudine. Nello stesso anno Peter Gabriel, il grande sacerdote rock della world music, aveva inciso So, con un pezzo, In Your Eyes, nel quale duettava col senegalese Youssou N’Dour e quando la cantavano dal vivo, danzavano intrecciati come mondi che volessero finalmente guardarsi negli occhi. Paul Simon veniva da tutt’altra parte, era uno dei grandi cantautori d’America, autore raffinatissimo, tra i più prolifici degli anni Sessanta, in un duo che ha fatto epoca, Simon & Garfunkel.
Amici, fisicamente diversissimi, lui bassino, faccia sorniona, l’altro alto, efebico, bello in modo quasi angelico, si erano lasciati con un’ultima canzone che tendeva la mano, Bridge Over Troubled Water. Ma se Garfunkel era pura interpretazione, Paul Simon era un vulcano di creatività, curioso, in continua evoluzione. Proseguì da solo con canzoni memorabili, fino al grande salto, un tuffo in quella euforia di scoperta che stava travolgendo la cultura pop di metà decennio. Non c’era embargo che potesse fermarlo e quando uscì Gracelandsi inchinarono tutti, e in quel trionfo passò quasi inosservato il riferimento primario del disco, evocato nella canzone del titolo che riportava il viaggio bruscamente in America, al 3734 di quello che poi fu chiamato Elvis Presley Boulevard, a Memphis, Tennessee, dove c’era l’unica vera Graceland, la residenza di Elvis, la reggia del re che l’America non ha mai avuto.