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“Il digitale è spirituale”, addio a Fabrizio Plessi pioniere della videoarte

VENICE, ITALY - NOVEMBER 22: Italian artist Fabrizio Plessi attends his exhibition opening of "Getting Lost In A Glass Of Water" at Palazzo Barovier & Toso on November 22, 2025 in Venice, Italy. (Photo by Roberto Serra - Iguana Press/Getty Images) 

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Innovatore che ha esposto in tutto il mondo, se n’è andato nella Venezia che aveva scelto come terra d’elezione. Diceva: “La tecnologia non esiste: esiste solo come la usiamo”. L’ultima mostra due mesi fa
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Un pioniere della videoarte, un alchimista della materia che ha continuato a sperimentare fino alla fine. Fabrizio Plessi è morto a 86 anni a Venezia dove si era trasferito adolescente per seguire la sua passione. Il suo testamento, oggi, regala speranza. Il digitale, ha detto, può essere spirituale. “Tutti pensano al digitale collegato alla tecnologia del materiale, quando è l'elemento più immateriale che ci sia. La pittura e la scultura sono materiche. I led luminosi, la luce, sono immateriali. Io disegno continuamente, ogni giorno almeno per tre ore. Disegno la luce, disegno le idee e quello che poi vedremo grazie ai pixel luminosi. Le vetrate delle grandi cattedrali gotiche non sono altro che grandi pixel di luce, non c'era nulla di fisico. In un video vediamo qualcosa che non ha consistenza e che poi si volatilizza. Per questo per me è quanto di più spirituale ci sia".

Un pioniere della videoarte, un alchimista della materia che ha continuato a sperimentare fino alla fine. Fabrizio Plessi è morto a 86 anni a Venezia dove si era trasferito adolescente per seguire la sua passione. Il suo testamento, oggi, regala speranza. Il digitale, ha detto, può essere spirituale. “Tutti pensano al digitale collegato alla tecnologia del materiale, quando è l'elemento più immateriale che ci sia. La pittura e la scultura sono materiche. I led luminosi, la luce, sono immateriali. Io disegno continuamente, ogni giorno almeno per tre ore. Disegno la luce, disegno le idee e quello che poi vedremo grazie ai pixel luminosi. Le vetrate delle grandi cattedrali gotiche non sono altro che grandi pixel di luce, non c'era nulla di fisico. In un video vediamo qualcosa che non ha consistenza e che poi si volatilizza. Per questo per me è quanto di più spirituale ci sia".

Era nato a Reggio Emilia il 3 aprile 1940. Ha studiato all'Accademia delle Belle Arti di Venezia, dove ha poi ottenuto la cattedra di pittura. Aveva cominciato a disegnare da bambino grazie a uno zio, sopravvissuto all’orrore di Dachau.

Alla fine degli anni '60 ha concentrato la sua ricerca artistica attorno al tema dell'acqua. Nel 1973 ha cominciato a collaborare con il Centro Attività visive di palazzo dei Diamanti di Ferrara, dove con la strumentazione messa a disposizione dal Centro ha realizzato i primi videotape. Nel 1981 al Festival del Cinema di Venezia ha presentato Underwater, una produzione francese. L’opera video completa è stata presentata al Centre Pompidou di Parigi.

Nel 1986 ha rappresentato l'Italia alla Biennale di Venezia con una delle sue opere più significative, Bronx: la televisione e i monitor diventano materiali artistici.Plessi ha lavorato in tutto il mondo: nel 2000 ha realizzato il padiglione italiano per l'Expo di Hannover, con l'installazione Mare Verticale alta 44 metri. Nello stesso anno ha rappresentato l'Italia alla biennale di Kwangju in Corea. Nel 2001 a Venezia con l'installazione video Waterfire aveva riempito di luce la facciata del Museo Correr.

“All’inizio i televisori erano solo scatoloni di 80 chili in bianco e nero, oggi sono eleganti forme minime. Ma nulla è cambiato. La tecnologia non esiste. Esiste solo come la usiamo, come la umanizziamo. Se non la domineremo, sarà lei a farlo”, aveva detto a Repubblica tre anni fa. E se ha coniato l’espressione videoinstallazione, non gli piaceva essere chiamato videoartista: “Michelangelo sarebbe un marmoartista?”.

Pochi mesi fa si era di nuovo messo in gioco: dopo l’acqua e il fuoco, aveva scoperto il vetro. Per cinque mesi, aveva lavorato in una fornace a Murano al fianco dei maestri vetrai. Gli oggetti che ha realizzato sono stati esposti nella mostra Perdersi in un bicchier d’acqua, da Barovier&Toso Arte, a Murano, che si è conclusa il 21 giugno scorso. «Non avevo mai amato il vetro perché lo consideravo un materiale freddo, duro, imprevedibile, quasi sfuggente – aveva spiegato l’artista a Repubblica - poi ho ragionato sull’acqua, che è un elemento costante della mia vita, e ho immaginato qualcosa di insolito, un bicchiere vivo, che non sta mai fermo, seduto su se stesso. È stata una folgorazione».

Il rapporto con Venezia è stato intenso, una storia d’amore. Lui stesso lo aveva definito “matrimonio”. La città era “la grammatica” del suo lavoro. Durante la pandemia, in occasione dei suoi 80 anni, Venezia gli aveva reso omaggio con L'età dell'oro, un'installazione digitale sulle finestre del Correr e a Natale. Plessi, poco dopo, aveva creato un "albero di Natale" digitale alto 10 metri composto da 80 monitor a led luminosi nella piazzetta di San Marco: l'unica luce in giorni bui. “La tragedia delle morti per coronavirus mi ha segnato. Come artista non potevo fare finta di nulla. In quelle cascate di oro appaiono dei riflessi di luce che, piano piano, formano la scritta Pax Tibi nella facciata lunga 58 metri del Museo Correr, davanti alla Basilica", aveva detto.

"Perdo un amico e Venezia perde un pioniere, un visionario che ha sempre avuto il coraggio di seguire un linguaggio personale, senza cercare il facile applauso – ha detto il sindaco Simone Venturini - Le sue opere portavano sempre luce: una luce fisica e insieme un'idea di energia, futuro e rinascita. Fabrizio ha saputo guardare Venezia senza nostalgia, mettendo in dialogo la sua storia con il contemporaneo, tanto da presentare la nostra città come 'la grammatica del suo lavoro artistico'. Lavoreremo affinché il suo messaggio continui a riverberarsi nelle opere e nelle iniziative di tanti altri artisti che produrranno arte seguendo il suo esempio".

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