✕

L’importanza di chiamarsi (ancora) nerd

Una scena di The Big Bang Theory

 

Ascolta l'audio

Mentre arriva il terzo spin-off della serie cult “The Big Bang Theory” ecco come la figura del secchione maniacale è divenuta mainstream
3 minuti di lettura

In principio fu The Big Bang Theory, quasi venti anni fa: due scienziati brillanti nei loro campi, ma assolutamente inetti nelle interazioni sociali, ci venivano presentati prima alle prese con un tentativo di donazione dello sperma, e poi mentre facevano conoscenza con la sexy vicina di casa aspirante attrice. Leonard e Sheldon erano strani, decisamente non attraenti, tendenzialmente respingenti. Con gli anni e l’avanzare delle stagioni, i loro spigoli sono stati smussati, e li abbiamo visti più o meno normalizzarsi. Resta il fatto che The Big Bang Theory è stata la prima serie televisiva di gran successo a mettere al centro dell’intreccio una figura fin lì negletta e bistrattata: il nerd, l’appassionato di cultura pop con zero capacità sociali.

Salto in avanti di vent’ann…

In principio fu The Big Bang Theory, quasi venti anni fa: due scienziati brillanti nei loro campi, ma assolutamente inetti nelle interazioni sociali, ci venivano presentati prima alle prese con un tentativo di donazione dello sperma, e poi mentre facevano conoscenza con la sexy vicina di casa aspirante attrice. Leonard e Sheldon erano strani, decisamente non attraenti, tendenzialmente respingenti. Con gli anni e l’avanzare delle stagioni, i loro spigoli sono stati smussati, e li abbiamo visti più o meno normalizzarsi. Resta il fatto che The Big Bang Theory è stata la prima serie televisiva di gran successo a mettere al centro dell’intreccio una figura fin lì negletta e bistrattata: il nerd, l’appassionato di cultura pop con zero capacità sociali.

Salto in avanti di vent’anni, e siamo a Stuart Fails to Save the Universe, terzo spin-off di The Big Bang Theory e completamente incentrato sul personaggio forse in assoluto più respingente del mazzo: Stuart, appunto, il proprietario dall’aspetto vagamente inquietante della fumetteria frequentata dai Nostri. Non solo: la serie è fantascientifica, anche se gira intorno al concetto abbastanza sdoganato di multiverso. Stuart deve in effetti muoversi tra mondi paralleli in cui incontra versioni alternative di sé cercando di salvare l’universo — e fallendo, come da titolo. Cos’è successo nel mezzo, tra i nerd di cui ridere del 2007 e l’eroe fantascientifico del 2026? È successo che essere nerd è diventato di moda, anche un po’ desiderabile.

Alcuni di loro si sono addirittura presi il mondo — Gates, Zuckerberg, per certi versi Musk. Anche l’estremismo di destra, sempre più in ascesa, ha sfruttato alcune dinamiche di questa galassia. Insomma, dal ruolo di vittime designate del quarterback della scuola a incarnazione dello spirito dei nostri tempi; un salto non da poco, in soli vent’anni. Ma è davvero così?

Per capirlo, occorre innanzitutto chiarire cosa sia un nerd. Nella vulgata che si è affermata in questi anni, basta più o meno aver visto tutti i film del Marvel Cinematic Universe, quelli dei supereroi, per intenderci. Valgono anche Il Trono di Spade o Il Signore degli Anelli. Se uno poi ha qualche maglietta divertente di uno di questi franchise meglio ancora. Solo che questa è la versione dei nerd che ci hanno venduto le major, che su queste cose ci fanno i soldi. Perché essere nerd, in verità, è del tutto inscindibile dall’essere minoranza. Intendiamoci: non c’è nulla di male ad avere una conoscenza superficiale della cultura pop contemporanea e definirsi nerd. Se c’è una cosa che mi urta di questo mondo è il gatekeeping, ossia che esistano degli standard per poter far parte della comunità: qualcuno decide se sei abbastanza fan e ti accoglie o ti esclude. Lungi da me quindi mettere paletti. Il problema però è che quella nerd è una sottocultura, e queste ultime nascono sempre in contrapposizione alle culture dominanti. Se monopolizza il discorso, non è più una sottocultura, c’è stata di mezzo una normalizzazione, e normalizzare spesso significa snaturare.

Essere nerd è in qualche modo inscindibile dall’essere in minoranza. Innanzitutto perché il livello di passione per un determinato argomento — i fumetti giapponesi, i supereroi, i videogiochi — mostrato da un nerd è per definizione straordinario, e viene visto dal resto della società come un po’ inquietante. Prendiamo il cosplay, il travestirsi da personaggi di film, videogiochi e fumetti: un cosplayer spende per il suo hobby quantitativi di denaro e tempo che spesso vengono percepiti come eccessivi da uno sguardo esterno, oltre al fatto che la nostra cultura considera il travestimento una cosa per lo più da bambini e gente strana. Un nerd sa tutto di quel che ama, e lo ama in modo viscerale, spesso incomprensibile per gli altri. Inoltre, quel che ama è spesso minoritario rispetto alla cultura dominante, perché egli stesso si sente rifiutato dal mondo. Le passioni di un nerd sono il riflesso del senso di esclusione che percepisce rispetto alla società.

Tantissimi nerd parlano delle loro passioni come un modo per sentirsi accettati; hanno letto, visto qualcosa e ci si sono riconosciuti. Intorno a quel riconoscimento, hanno poi trovato una comunità, e hanno scoperto di non essere più soli. E questo non può succedere con quel che è mainstream, che per definizione piace a tutti, e dunque non è un prodotto del senso di esclusione.

Ok, quindi la rivincita dei nerd è più un fenomeno di normalizzazione di qualcosa di non normalizzabile che una riscossa vera e propria. Ma c’è anche qualcosa di positivo in tutto questo gran parlare che si fa dei nerd? Certo che sì.

La “rivincita” non ha migliorato la valutazione critica dei prodotti della cultura pop, questo no: sebbene ne fruiscano centinaia di milioni di persone, nella considerazione collettiva, almeno italiana, restano vili opere di intrattenimento considerate per lo più infantili. La salita alla ribalta, invece, ha cambiato qualcos’altro: la varietà di quel che un nerd oggi può fruire, e la facilità con cui può procurarselo. Vent’anni fa c’erano prodotti introvabili, che dovevi andare letteralmente a scavare in fumetteria o ritrovare nei recessi della rete. Oggi apri Netflix e trovi più anime, serie pop e film di genere di quanti tu possa vederne in due vite. I fumetti praticamente ti vengono a cercare direttamente dagli scaffali delle librerie, in passato tempio della cultura alta, adesso colonizzati dai manga. Mai come oggi essere nerd è stato così bello e facile.

E allora forse dovremmo trovare un compromesso: mantenere l’anima un po’ iconoclasta e ribelle del mondo nerd delle origini, ma godere dei vantaggi che l’inaspettata fama ci ha portato. In fin dei conti è possibile: basta seguire visceralmente le proprie passioni, e lasciar viva in fondo al cuore quella parte bambina che ci fa amare profondamente gli immaginari che ci hanno formati. Che forse è la miglior definizione possibile di nerd che si possa dare.

Leggi i commenti