Da nonna a nipote, nel bestseller di Marie Vareille il secolo delle donne
di Ilaria ZaffinoSolange è un personaggio che non si dimentica, questo va detto subito. Eppure, in questo caso sarebbe bello riuscirci, come scrive Valérie Perrin commentando il nuovo romanzo di Marie Vareille — autrice francese di narrativa, per adulti e young adult, da oltre un milione di copie in patria, tradotta in 25 Paesi e già arrivata in Italia l’anno scorso con il precedente bestseller Ti ricordi di Sara Leroy? — ma solo «per scoprirla ancora e ancora». E della migliore Perrin e delle sue indimenticabili protagoniste, di quella costruzione a incastri che ci ha fatto amare Cambiare l’acqua ai fiori e che solo arrivati alla fine, inseguendo gli indizi seminati ad arte lungo le pagine (qui sono oltre 400), ci fa intravedere la verità, c’è tanto anche in Noi che abbiamo conosciuto Solange, arrivato ora in libreria per Rizzoli.
Solange è un personaggio che non si dimentica, questo va detto subito. Eppure, in questo caso sarebbe bello riuscirci, come scrive Valérie Perrin commentando il nuovo romanzo di Marie Vareille — autrice francese di narrativa, per adulti e young adult, da oltre un milione di copie in patria, tradotta in 25 Paesi e già arrivata in Italia l’anno scorso con il precedente bestseller Ti ricordi di Sara Leroy? — ma solo «per scoprirla ancora e ancora». E della migliore Perrin e delle sue indimenticabili protagoniste, di quella costruzione a incastri che ci ha fatto amare Cambiare l’acqua ai fiori e che solo arrivati alla fine, inseguendo gli indizi seminati ad arte lungo le pagine (qui sono oltre 400), ci fa intravedere la verità, c’è tanto anche in Noi che abbiamo conosciuto Solange, arrivato ora in libreria per Rizzoli.
Nell’incipit fulminante («Comincerò col dirti questo: il giorno della morte di Solange, quello in cui io sono diventata un’assassina, hanno smesso di piacermi le susine mirabelle») c’è già tutto: dobbiamo solo risalire a ritroso gli oltre cento anni di vita di Célestine — è lei una delle voci narranti e forse, in fin dei conti, la vera protagonista del romanzo — per capire come tutto si è svolto. Rimanendo con il fiato sospeso a ogni giro di pagina. Perché è anche questo un altro dei meriti di Vareille: regalarci colpi di scena anche quando non te li aspetti.
Proviamo allora a riavvolgere il nastro seguendo il racconto che Célestine poco prima di morire, a 107 anni, dalla casa di riposo in cui vive, fa alla nipote Manon perché — scrive — «non credo si possa sapere dove si va quando non si sa minimamente, come nel tuo caso, da dove si viene». È così che sotto ai nostri occhi si srotola la vita di questa donna nata nel 1917 nella campagna francese, a Sarégnac: le sue ambizioni di spiccare il volo grazie allo studio, macinando letture su letture, si infrangono quando, appena tredicenne, l’amata madre che l’aveva spinta a studiare (in un periodo storico in cui per le donne l’istruzione non era una delle variabili messe in gioco sul tavolo, soprattutto se sei nata in una famiglia di contadini) muore di parto. Da quel momento toccherà a Célestine occuparsi della casa e dei fratelli, compresa la piccola appena nata: Solange.
Ed è proprio il rapporto tra le due sorelle uno dei punti di forza della storia. Un legame cementato dalla tenerezza e dalla complicità, come quando la minore copre le scappatelle amorose della maggiore, in un mondo dove a comandare sono gli uomini e l’ambizione da sola non basta a squarciare il soffitto di cristallo. Fino a quando Solange, appassionata di astronomia e sempre intenta a contemplare il cielo sperando di trovare il modo di raggiungerlo, «convinta che il suo vero posto fosse da qualche parte in quell’infinita volta blu», crescendo viene rinchiusa in un istituto di “correzione per ragazze immorali” in mezzo ad altre recluse il cui «unico crimine è aver avuto la sfortuna di attraversare la vita con addosso il peso di un corpo di donna». Per non smorzare la suspense che l’autrice sa mantenere così bene, non vi diremo dunque il motivo di questa forzata reclusione. Basterà sapere che il punto di vista di Solange lo conosceremo attraverso le tante lettere che scrive senza sosta, di nascosto. Perché «qui non mi è permesso fare ciò per cui esisto su questa terra: scrivere. Urlare, pare, è indecente. E cos’è scrivere, se non un urlo silente?».
In un montaggio a più voci, in cui ripercorriamo le conquiste per le quali le donne si sono battute nel corso del Novecento (il diritto di voto, l’introduzione del congedo di maternità, l’apertura della magistratura) fino ad arrivare ai giorni nostri, l’autrice attraverso le sue protagoniste ci mette davanti a una domanda dalla quale è impossibile sottrarsi: come e perché diventiamo ciò che siamo?
Dopo il successo di Ti ricordi di Sara Leroy?, con cui ha esordito in Italia, Vareille, che è nata in Borgogna nel 1985 e ora vive nei Paesi Bassi, autrice di altri numerosi bestseller non ancora arrivati nel nostro Paese, è tornata a scalare le classifiche francesi con un nuovo romanzo che parla di donne, di colpe e di silenzi. Ma anche del bisogno imprescindibile di guardare oltre quei campi di grano. Alcune ce la fanno. Altre — ce lo insegna Solange — hanno gettato il seme perché le donne potessero arrivare lontano, sempre più su fino nello spazio.
Il libro
Noi che abbiamo conosciuto Solange di Marie Vareille (Rizzoli, trad. Sara Arena, pagg. 416, euro 19)