L’hanno paragonata a Warhol, ne hanno fatto una specie di Haring d’Oriente. Colorata, pop, con una passione per le forme tondeggianti, i colori vivaci, le illusioni ottiche, Yayoi Kusama, morta a Tokyo il 14 agosto a 97 anni (la notizia è stata diffusa solo nelle scorse ore) si è rivelata, pur essendo un’artista del secolo scorso, l’artista perfetta per il XXI secolo. La sua “riscoperta”, a partire dagli anni Novanta, da parte del grande pubblico e soprattutto delle maison del lusso con cui collaborò per diversi progetti, si deve al suo essere improvvisamente in tono con l’air du temps. Le sue opere dominate dai pois, dalla ricorrenza di forme organiche che richiamano piante rampicanti e tentacoli, sono perfette per l’occhio contemporaneo abituato non tanto all’estetica della pop art, ma all’estetica semplicemente pop dei social media.
Ai visitatori dei musei, sempre più affamati di un’arte visiva che sia “immersiva”, Kusama offre la promessa di un confortante, colorato escapismo dell…
L’hanno paragonata a Warhol, ne hanno fatto una specie di Haring d’Oriente. Colorata, pop, con una passione per le forme tondeggianti, i colori vivaci, le illusioni ottiche, Yayoi Kusama, morta a Tokyo il 14 agosto a 97 anni (la notizia è stata diffusa solo nelle scorse ore) si è rivelata, pur essendo un’artista del secolo scorso, l’artista perfetta per il XXI secolo. La sua “riscoperta”, a partire dagli anni Novanta, da parte del grande pubblico e soprattutto delle maison del lusso con cui collaborò per diversi progetti, si deve al suo essere improvvisamente in tono con l’air du temps. Le sue opere dominate dai pois, dalla ricorrenza di forme organiche che richiamano piante rampicanti e tentacoli, sono perfette per l’occhio contemporaneo abituato non tanto all’estetica della pop art, ma all’estetica semplicemente pop dei social media.
Ai visitatori dei musei, sempre più affamati di un’arte visiva che sia “immersiva”, Kusama offre la promessa di un confortante, colorato escapismo dell’anima e dello sguardo. Come una sorta di perenne estate. Ma per capire quest’artista nata in Giappone nel 1929, cresciuta nell’impero nipponico imbevuto di nazionalismo prima della Seconda guerra mondiale, poi in un Paese distrutto da quella stessa guerra e piegato dalla catastrofe di Hiroshima e Nagasaki, bisogna guardare altrove, forse nell’opposta direzione: quella di un’anima che viveva in inverno e che lo conosceva bene. Intanto, per la sua storia.
Le radici, per come le ha rievocate nell’autobiografia Infinity Net (edita in Italia da Johan & Levi), fin dall’infanzia a Matsumoto, prefettura di Nagano, in una famiglia di proprietari terrieri. Fu nei campi e nelle serre del nonno che Yayoi cominciò a disegnare ma anche a soffrire delle sue prime allucinazioni. Un giorno, racconta, mentre era in mezzo alle violette i fiori cominciarono a comunicare con lei, «ognuna aveva la propria fisionomia, ciascuna una sua individualità, mi parlavano come esseri umani».
Altre volte, dietro le montagne che circondavano la casa, una luce abbagliante rivelava cose che prima non riusciva a scorgere. «Disegnavo tutto - scrisse - avevo decine di album». Disegnare per vincere la paura. Disegnare per fissare incubi e sogni, la linea labile tra ciò che si vede e ciò che si crede di vedere. Disegnare per scappare. Ad andarsene altrove, dopo aver studiato a Kyoto la pittura Nihonga, lo stile con cui il Giappone dell’era Meiji aveva integrato alcune influenze occidentali, ci mise otto anni. Otto anni per convincere la famiglia a lasciarla partire, sola, per l’altra parte del mondo.
Faceva parte, del resto, di un’intera generazione di artisti, designer, architetti che cresceva nel Giappone postbellico. Un Paese frastornato, che non sapeva più come rapportarsi alla propria tradizione e alla propria estetica, colonizzato culturalmente dagli Stati Uniti. Kusama vide in un libro i quadri di Georgia O’Keeffe. E quando, finalmente, atterrò a Seattle, nel 1957, per poi trasferirsi l’anno seguente a New York, cominciando a esporre, si ritrovò catapultata in un mondo di “ismi”, tendenze artistiche, grandi protagonisti che rischiavano di influenzarla, di snaturare la sua ricerca. Conobbe tutti: Donald Judd; l’amico rivale Warhol, che – rivelò – si era ispirato per i suoi musi di mucca al suo Aggregation: One Thousand Boat Show; Sam Francis; il solitario Joseph Cornell. In Italia, anche Lucio Fontana, che saldò il conto delle Sfere rotanti con cui si era presentata alla Biennale del 1966.
Stupiva e scandalizzava con i suoi falli di stoffa ridotti a morbidi giocattoli, le Infinity Net, tele monumentali con trame di archi e pennellate a rete, che anticipano le Infinity Mirror Rooms degli ultimi decenni. E i Kusama Happening negli Stati Uniti e in Europa, il sesso di gruppo, le performance dove hippie di entrambi i sessi si dipingevano il corpo di pois. La critica la conosceva, ma poi «erano le opere degli artisti maschi a vendere», spiega Glenn Scott Wright, presidente di Victoria Miro Gallery che la rappresenta. A metà degli anni Settanta tornò in Giappone. «Non era pazza - precisa ancora Scott Wright - però ebbe un esaurimento nervoso. Fu ricoverata ed ebbe la fortuna di incontrare un medico che la spinse a continuare a lavorare». Rimase in ospedale, con un atelier proprio accanto. Dagli anni Novanta la sua fama esplose in un susseguirsi di retrospettive e riconoscimenti. Nel 1993 rappresentò il Giappone alla Biennale. Poi ci furono il Lacma di Los Angeles, il MoMa di New York, il Museum of Contemporary Art di Tokyo. Le sue quotazioni salirono: Untitled (Nets) del 1959 è stata venduta a oltre 10 milioni di dollari nel 2022. Lei divenne una star del contemporaneo dalla parrucca rossa. «Non ho mai visto un artista così ossessionato dal suo lavoro» dice ancora il suo gallerista «Né uno dall’appeal così universale». Succede con i sogni, succede con gli incubi. Se qualcuno ce li racconta davvero, ci fermiamo ad ascoltare.