Clara Sereni e Goliarda Sapienza, le mie ostinate amiche geniali
di Maria Rosa CutrufelliC’è un’amicizia duale, ossia quella che coinvolge un “io” e un “tu”. C’è poi l’amicizia di gruppo, dove all’io e al tu si sovrappone il “noi”. La mia amicizia con Clara Sereni (che ieri avrebbe compiuto ottant’anni) e con Goliarda Sapienza (di cui domani ricorre il centenario della nascita) è stata sia duale che di gruppo, un’esperienza piuttosto impegnativa (accade spesso che il “noi” e la coppia “io/tu” cerchino di sabotarsi a vicenda). Comincio da Clara, ma solo per un motivo generazionale: siamo coetanee (uso il presente perché il passato, a volte, non è la misura giusta del tempo). Di Clara, all’inizio, ho amato il canto.
Fondatrice del Canzoniere Internazionale, gruppo di musica popolare degli anni ’70, cantava le canzoni che all’epoca andavano di moda fra tutti i giovani cosiddetti “rivoluzionari”. Ma già nel suo primo romanzo, Sigma Epsilon, Clara racconta il lato oscuro, per così dire, di quei rivoluzionari che volevano cambiare il mondo, lasciando però intatta la sudditanza…
C’è un’amicizia duale, ossia quella che coinvolge un “io” e un “tu”. C’è poi l’amicizia di gruppo, dove all’io e al tu si sovrappone il “noi”. La mia amicizia con Clara Sereni (che ieri avrebbe compiuto ottant’anni) e con Goliarda Sapienza (di cui domani ricorre il centenario della nascita) è stata sia duale che di gruppo, un’esperienza piuttosto impegnativa (accade spesso che il “noi” e la coppia “io/tu” cerchino di sabotarsi a vicenda). Comincio da Clara, ma solo per un motivo generazionale: siamo coetanee (uso il presente perché il passato, a volte, non è la misura giusta del tempo). Di Clara, all’inizio, ho amato il canto.
Fondatrice del Canzoniere Internazionale, gruppo di musica popolare degli anni ’70, cantava le canzoni che all’epoca andavano di moda fra tutti i giovani cosiddetti “rivoluzionari”. Ma già nel suo primo romanzo, Sigma Epsilon, Clara racconta il lato oscuro, per così dire, di quei rivoluzionari che volevano cambiare il mondo, lasciando però intatta la sudditanza femminile. Il titolo del romanzo, giustamente definito enigmatico, può essere interpretato in molte maniere. A me però interessa metterne in luce una: il diagramma sigma-epsilon è una rappresentazione grafica che mostra, in ingegneria, come un materiale si deformi sotto lo sforzo a cui viene sottoposto. Un processo, a ben vedere, simile alla schiacciante pressione esercitata sulla protagonista del romanzo perché si adegui al ruolo di genere. Fu Marsilio a far uscire questa prima opera letteraria di Clara, nel 1974, un anno “magico”, in cui vennero pubblicati i primi saggi di femministe italiane.
Il secondo romanzo uscì nel 1987, con un titolo che diventò un vero e proprio slogan di quello che ormai era diventato un “femminismo diffuso”. Ricordo che non c’era riunione in cui non si parlasse, per l’appunto, di Casalinghitudine. Il romanzo in cui il ruolo imposto diventava orgogliosa (e dolente) rivendicazione dell’esperienza femminile di cura. E delle varie e creative attività che le donne s’inventano. Che Clara stessa s’inventava: conservo ancora le sue presine per le pentole, lavori all’uncinetto che mi regalava per l’Epifania. Poi venne l’impegno nella politica istituzionale e l’accettazione della carica di vicesindaca a Perugia, che Clara ha raccontato in alcuni romanzi e in un saggio straordinario, Taccuino di un’ultimista (Feltrinelli 1998). La classe operaia non esiste più, spiega Clara, nel libro, a un giovane uomo che le chiede se lei è “operaista”. E se la classe operaia è sparita, allora è opportuno stare «dalla parte degli ultimi, di quelli che non hanno garanzie né diritti».
Gli “ultimisti” (neologismo che fa il paio con “casalinghitudine”) sono ormai i nuovi pionieri dell’impegno politico. Qualche tempo dopo, però, Clara compie una scelta dura, contraddittoria: a sessant’anni si ritira in una casa di riposo per anziani. Una decisione che non ho mai potuto accettare. Mi sconvolgeva. Mi faceva infuriare. E glielo dissi: «Se ti chiudi là dentro, sappi che non verrò mai a trovarti». Ancora oggi mi chiedo se il mio sia stato un semplice e inutile tentativo di dissuasione o una volontà di punirla per quel gesto di resa (e di auto-punirmi per la furia che sentivo). Con Goliarda, invece, non avevo un passato di “comunanza” (per usare un termine di Clara). D’altronde aveva ventidue anni più di noi! Eppure la differenza generazionale non faceva ostacolo a un’amicizia alla pari: lei non ci trattava come “apprendiste”, né lei era per me o per Clara una “maestra”. Era un’amica con cui ragionare e, spesso, confliggere (i conflitti possono essere molto proficui se non degenerano in guerra).
Comunque Clara e Goliarda, pur nella diversità del loro segno letterario, avevano una comune tendenza a usare la propria storia e la storia della propria famiglia come materia (incandescente) di narrazione. Ma anch’io avevo qualcosa in comune con Goliarda: la Sicilia. Eravamo entrambe terrone. Entrambe emigrate sul “continente”. Confesso che fu questa la molla principale che mi spinse, nel lontano 1967, a leggere il suo primo romanzo, Lettera aperta. Un’autobiografia intrisa di luce e di un’ironia isolana che riconoscevo: molto terrena e al tempo stesso favolistica. Una narrazione che si chiudeva con parole di fiducia nella scrittura: «Vi lascio per un po’: con questo poco di ordine che sono riuscita a fare intorno a me. Vorrei tacere per qualche tempo, e andarmene a giocare con la terra e con il mio corpo. Arrivederci».
Un arrivederci che si concretizzò due anni dopo, nel 1969, con Il filo di mezzogiorno. Un testo molto differente dal primo. Un racconto terribile e meraviglioso, in cui una figlia (Goliarda stessa) si rispecchia nella follia della madre (Maria Giudice, grande sindacalista). Ma Goliarda non era “solo” una scrittrice. Era anche un’attrice, soprattutto di teatro, e l’abitudine alla drammaturgia teatrale traspariva nei suoi testi (oltre che nella sua vita). Si intuisce anche nella costruzione del suo romanzo più famoso, L’arte della gioia. Che, peraltro, non è del tutto postumo, dato che la cosiddetta “prima parte” fu pubblicata quando lei era ancora in vita. Una scelta editoriale felice, a detta di molti, perché la fine naturale del romanzo sembra essere proprio lì, in quella rivelazione conclusiva, quando Modesta arriva a Catania e scopre il mare e la libertà: «Dovetti alzare gli occhi per trovare quel cielo liquido rovesciato che fuggiva calmo verso una libertà sconfinata».
E ora vengo al nostro gruppo di donne, al nostro “noi”. Ci siamo riunite per cinque anni, due volte al mese. Si discuteva di scrittura, ma la politica era sempre all’ordine del giorno e provocava scontri e discussioni continue. Goliarda veniva da una famiglia di socialisti, ma la sua idea della politica prescindeva dai partiti. Fu perciò inevitabile, quando mi iscrissi al Partito comunista, che il mio gesto le sembrasse un odioso tradimento. E infatti, durante uno dei nostri incontri collettivi, non riuscì a trattenersi: «Ah», mi apostrofò sarcasticamente, «è arrivato il Kgb?». E io, a dire il vero, non la presi bene… Ma, quella volta, il gruppo non si appassionò minimamente alle nostre personali divergenze: eravamo nel pieno della prima guerra del Golfo, avevamo ben altro di cui discutere.