Antonella Anedda e la poesia per sconfiggere il buio anche in America
di Sara Scarafia«Di lato c’era come un recinto/ e lì duravano le cose» scrive Antonella Anedda in Residenze invernali. E mentre una delle più grandi poetesse italiane viventi riceve la sua definitiva consacrazione internazionale, forse è da quel recinto che conviene partire, da quella poesia come spazio sicuro nell’occhio del ciclone. Emerging from the Winter Sea è un’antologia della produzione di Anedda appena pubblicata dalla prestigiosissima casa editrice Farrar, Straus and Giroux di New York. La traduzione è della poetessa Wallis Wilde-Menozzi che nell’introduzione definisce il lavoro di Anedda participatory interrogation, un’interrogazione partecipata, un viaggio nel silenzio dove lo scrittore e il lettore possono quasi toccarsi. Una poesia per sottrazione, dove l’Io quasi scompare mettendosi a servizio delle cose del mondo: una foglia, una mela in un cesto, un vetro appannato. Ma non è una poesia astratta: nei versi di Anedda c’è l’orrore del presente, ma anche una speranza fatta di “minima luc…
«Di lato c’era come un recinto/ e lì duravano le cose» scrive Antonella Anedda in Residenze invernali. E mentre una delle più grandi poetesse italiane viventi riceve la sua definitiva consacrazione internazionale, forse è da quel recinto che conviene partire, da quella poesia come spazio sicuro nell’occhio del ciclone. Emerging from the Winter Sea è un’antologia della produzione di Anedda appena pubblicata dalla prestigiosissima casa editrice Farrar, Straus and Giroux di New York. La traduzione è della poetessa Wallis Wilde-Menozzi che nell’introduzione definisce il lavoro di Anedda participatory interrogation, un’interrogazione partecipata, un viaggio nel silenzio dove lo scrittore e il lettore possono quasi toccarsi. Una poesia per sottrazione, dove l’Io quasi scompare mettendosi a servizio delle cose del mondo: una foglia, una mela in un cesto, un vetro appannato. Ma non è una poesia astratta: nei versi di Anedda c’è l’orrore del presente, ma anche una speranza fatta di “minima luce” per citare un suo verso. Incontriamo Anedda in una bollente mattina romana, nel quartiere di Monteverde dove abita con il marito tra una fuga in Sardegna, dove ha le sue radici, e a Parigi, dove vive la figlia. La poetessa nata a Roma nel 1955, avvolta in un turbante, sottile, lieve e altera, sembra venire fuori da una tela. Racconta della sua estate in compagnia dell’Emily Brontë che sta ritraducendo per I Meridiani, dell’amicizia con Amelia Rosselli che le ha insegnato a fare I Ching, del dolore di fronte alle ingiustizie del presente.
Cosa può la poesia in tempi così bui? “Notti di pace occidentale” si chiama una delle sue raccolte (1999).
«A partire dal titolo ironico, la raccolta provava a riflettere sull’Occidente e sulle nostre illusioni. Davamo la pace per scontata, le guerre sembravano non riguardarci, ma erano e sono sempre più vicine. Cosa può la poesia? Non lo so. Forse è fare attenzione al resto, al detrito, al dettaglio. Mi aveva colpito alla televisione l’immagine di un cane con il giubbotto anti-proiettile che scavalcava una finestra. Povera bestia costretta a fare il soldato».
La sua è una poesia terrestre, non antropocentrica. Darwin e Leopardi parlano la stessa lingua come ha scritto in un saggio?
«L’antropocentrismo sarebbe ridicolo se non fosse tragico. Studiare Darwin nonno e nipote ha significato riflettere su di un Leopardi protoevoluzionista, critico nei confronti di un’umanità convinta di essere superiore alle altre specie e che si sente padrona dell’universo. C’è un fraintendimento su Darwin letto come araldo della sopraffazione. Darwin era antischiavista, convinto che la solidarietà fosse uno strumento evolutivo».
Dante è un altro suo faro.
«Dante è pieno di spifferi, amo le sue tregue dentro e non al di fuori dell’architettura della Commedia. Non smette di interessarmi e di divertirmi come le parole di Belacqua su cui Samuel Beckett ha scritto. Tutto ruota. Leopardi nelle Operette morali anticipa Beckett».
Ha scritto “Historiae”, riprendendo Tacito: «abbiamo fatto un deserto e l’abbiamo chiamato pace?».
«La sua freddezza rivela più del pathos: il mare allora, come adesso, “pieno di esuli, gli scogli macchiati di sangue”. Ora noi esseri umani stiamo facendo deserti ovunque: mare, aria. L’aria che sembra non sia macchiata di sangue lo è. Il mare di irrealtà della Rete pensa di agire in modo pulito ma scatena odio e droni. Non ci hanno fermato neppure le malattie come il Covid che sembrava una possibilità offerta a noi esseri umani».
Il suo incontro con la poesia?
«Avevo tredici anni e ne sentii una alla radio, di Blok. Quel suono ha fatto scattare una specie di cortocircuito nella mente, una forma di piacere non solo intellettuale ma anche fisico di possibilità, la possibilità di aprire una serie di prospettive diverse: intensificazione, composizione e scomposizione. Non sono sicura che l’identità esista e quell’ascolto in un paese della campagna sarda mi ha suggerito che il mio cosiddetto io era connesso ma frastagliato».
In “La vita dei dettagli” le immagini entrano nei testi. Si è laureata in storia dell’arte. L’ha aiutata uno sguardo “allenato” alla bellezza?
«Lo sguardo si è allenato alla bellezza, ma anche alla bruttezza, o a quello che consideriamo bruttezza e ai miei occhi non lo è. L’iconologia mi ha allenato a considerare il dettaglio e a scoprire come dalla sua osservazione si spalanchi altro, come sia potente saper vedere, ma anche come sia importante per decifrare un mondo di committenze, traffici, idee».
Come ha conosciuto Amelia Rosselli?
«L’avevo letta prima di incontrarla di persona. Ero con Emmanuela Tandello amica traduttrice delle poesie di Sleep e poi curatrice del Meridiano. Amelia abitava a Roma in via del Corallo io a Banchi Vecchi. Era affettuosa, molto autoironica e ho imparato a volerle bene. Era generosa nelle amicizie. Aveva un lato infantile – nel suo modo di ridere per esempio con una specie di sbuffo finale – e credo che insegnarmi a fare I Ching l’abbia divertita. Si raccomandava di non contraddirli e di astenersi dalle domande non necessarie. I Ching è un libro pacifico pieno di immagini legate alla natura agli animali. Lo consulto senza esagerare».
Ora sta traducendo Emily Brontë.
«Ritradurla si è trasformata in un’ipnosi».
Lei è già stata tradotta in molte lingue, ma Farrar Straus and Giroux in America suona come una consacrazione. Come si sente?
«Sono piena di gratitudine per le persone che mi hanno tradotta. Allo stesso tempo essere tradotti è un’esperienza scorticante: ci mette di fronte alla nudità di ciò che abbiamo scritto. Quello che pensavamo fosse chiaro scopriamo che forse non lo era – ma è interessante anche il fraintendimento, la consapevolezza dei limiti della scrittura».
«Se ho scritto è per pensiero/ perché ero in pensiero per la vita». Possiamo cambiare? Con quali gesti di “minima luce”?
«Possiamo cambiare e non possiamo non farlo. Forse libri e scritture diventeranno qualcosa di impensabile. Forse stiamo già parlando in una lingua di cui non resteranno tracce, ma chissà. Noi non salviamo se non con un coraggio obliquo, con un gesto di minima luce. Non saprei dirlo altrimenti anche oggi a distanza di anni».
Ha interrogato l’I Ching di recente?
«Ho chiesto un consiglio in questi tempi bui come faceva il vecchio giapponese in La svastica sul sole di Philip K. Dick. Risposta: la mitezza, la penetrazione del mite».
Il libro – Emerging from the Winter Sea (Farrar, Straus and Giroux)