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Gloria Steinem, che insegnò il femminismo sperimentando la vita

Gloria Steinem (1934-2026) nel 2013, mentre riceve la Medal of Freedom dal presidente Barack Obama (Photo by Mandel NGAN / AFP)

 

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L’attivista americana è morta a 92 anni. Ha raccontato attraverso le proprie esperienze personali il lato oscuro della liberazione sessuale. Lottando per i diritti di tutte
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Ci sono persone che cambiano il mondo inventando parole nuove. Altre lo cambiano permettendoci di riconoscere, nelle parole che già esistono, qualcosa che fino a quel momento non riuscivamo a vedere. Gloria Steinem, morta a New York all’età di 92 anni, apparteneva a questa seconda categoria. Non è stata la più importante teorica del femminismo del Novecento. Non ha scritto opere immortali come Simone de Beauvoir né ha dato un nome, come Betty Friedan, a quel malessere senza nome che imprigionava tante donne americane nelle loro case, ma ha fatto qualcosa senza cui anche le idee più rivoluzionarie rischiano di restare confinate nei libri: ha permesso a milioni di donne di riconoscersi le une nelle altre. Il cuore del suo lascito, forse, è proprio questo: aver capito e mostrato che ciò che ci accade non accade necessariamente solo a noi. Che la violenza subita dentro casa non è una faccenda di famiglia; che essere pagate meno non dipende dal proprio valore; che una molestia non è il pre…

Ci sono persone che cambiano il mondo inventando parole nuove. Altre lo cambiano permettendoci di riconoscere, nelle parole che già esistono, qualcosa che fino a quel momento non riuscivamo a vedere. Gloria Steinem, morta a New York all’età di 92 anni, apparteneva a questa seconda categoria. Non è stata la più importante teorica del femminismo del Novecento. Non ha scritto opere immortali come Simone de Beauvoir né ha dato un nome, come Betty Friedan, a quel malessere senza nome che imprigionava tante donne americane nelle loro case, ma ha fatto qualcosa senza cui anche le idee più rivoluzionarie rischiano di restare confinate nei libri: ha permesso a milioni di donne di riconoscersi le une nelle altre. Il cuore del suo lascito, forse, è proprio questo: aver capito e mostrato che ciò che ci accade non accade necessariamente solo a noi. Che la violenza subita dentro casa non è una faccenda di famiglia; che essere pagate meno non dipende dal proprio valore; che una molestia non è il prezzo inevitabile da pagare per lavorare; che non riuscire a corrispondere al modello di donna che altri hanno costruito per noi non significa essere sbagliate.

Steinem lo ha imparato attraverso la propria vita. Quando nel 1963, giovane giornalista, si fece assumere come Bunny in un Playboy Club di New York, raccontò dall’interno ciò che spesso si nascondeva dietro la cosiddetta “liberazione sessuale”: molestie, salari infimi, donne ridotte a corpi a disposizione dello sguardo e del desiderio maschile. Quando qualche anno più tardi partecipò a un incontro pubblico sull’aborto, ascoltando le esperienze di donne che, come lei, avevano abortito clandestinamente, comprese che ciò che aveva vissuto come un segreto apparteneva a una moltitudine fino ad allora silenziosa.

 Gloria Steinem nel 1972. (AP Photo, File)

 

Spostare la frontiera tra il privato e il politico è uno dei gesti fondativi del femminismo. Non perché tutto ciò che è intimo debba diventare pubblico, ma perché nessuna donna sia costretta a vivere come una colpa ciò che nasce da rapporti di potere, discriminazioni e disuguaglianze. Il femminismo non dovrebbe mai spiegare alle donne chi devono essere. Dovrebbe permettere loro di essere ciò che desiderano, e soprattutto liberarle dalla convinzione di essere sole. È questa l’idea che attraversaMs., la rivista che Steinem contribuì a fondare nel 1972 e che portò nelle edicole americane temi come l’aborto, la violenza domestica, lo stupro, il lavoro non pagato, la discriminazione. Perché dare un nome alle cose non basta a cambiarle. Ma permette di vederle. E ciò che finalmente si vede può essere raccontato, condiviso, contestato.

Sarebbe però ingiusto trasformare Gloria Steinem nella solitaria eroina bianca del femminismo americano. Lei stessa diffidava di questa rappresentazione. Viaggiò per anni con Dorothy Pitman Hughes, femminista e attivista afroamericana: insieme parlavano di sessismo e razzismo quando una parte del movimento delle donne faceva ancora fatica a comprendere che non tutte le donne abitano il mondo allo stesso modo. Steinem imparò da Hughes, da Florynce Kennedy, da Shirley Chisholm e da tante altre che non esiste emancipazione se alcune donne vengono lasciate indietro. Per questo il suo femminismo non rimase sulla carta. Si batté per il diritto all’aborto e per l’Equal Rights Amendment; contribuì a fondare il National Women’s Political Caucus per portare più donne nelle istituzioni; lottò contro il razzismo e l’apartheid, per i diritti civili e per l’autodeterminazione delle donne. E quando, nel 2022, la Corte Suprema cancellò la protezione federale del diritto all’aborto garantita per quasi mezzo secolo dalla sentenza Roe contro Wade, dovette assistere a qualcosa che la sua generazione aveva forse sperato di non vedere più: un diritto conquistato diventare nuovamente un diritto da conquistare.

Ma c’è un’immagine meno spettacolare che racconta forse meglio Gloria Steinem. È quella di una donna continuamente in viaggio. InMy Life on the Road ha raccontato che per oltre quarant’anni ha trascorso metà del proprio tempo per strada, incontrando persone, entrando nelle comunità, ascoltando prima ancora di parlare. Forse è anche per questo che, senza mai esercitare direttamente il potere, è riuscita a cambiare ciò che per tanto tempo era stato considerato “normale”. La sua forza è stata trasformare le esperienze individuali in questioni collettive, e le questioni collettive in battaglie capaci di modificare la società e le leggi. Ma per farlo bisognava prima ascoltare. Perché non esiste un “noi” se qualcuno decide in anticipo chi siamo e che cosa dobbiamo volere.

A Steinem dobbiamo molte battaglie. Ma forse le dobbiamo soprattutto un passaggio che continua a essere necessario. Quello che permette a una donna di smettere di domandarsi, in silenzio, «che cosa c’è che non va in me?», di alzare lo sguardo, incontrare quello di un’altra donna e scoprire che ciò che credeva soltanto suo ha una storia, delle cause, talvolta persino un nome.

La sua morte arriva in un momento difficile, mentre assistiamo al ritorno di discorsi e politiche che pensavamo di aver lasciato alle nostre spalle e scopriamo, ancora una volta, che nessun diritto è irreversibile. Forse è proprio per questo che il suo lascito ci riguarda così da vicino. Non come un monumento al femminismo del Novecento né come la nostalgia di battaglie ormai vinte, ma come un invito a non tornare a sentirci sole: ognuna con il proprio corpo, la propria paura, la propria storia. Ad alzare lo sguardo e accorgerci che accanto a noi c’è qualcun’altra. A capire che ciò che sembrava soltanto nostro può avere a che fare con la vita di molte altre. È così che un io isolato diventa un noi. Ed è da quel noi che, qualche volta, il mondo comincia davvero a cambiare.

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