Che brutta parola è diventata “woke”. Più che esprimere, ormai nasconde. Soprattutto da quando contro questo movimento è stata scatenata una violenta battaglia da parte di Trump e dei suoi Maga, seguiti anche dalla destra italiana – pur se talora i suoi esponenti sembrano non sapere bene di che si parla. Il sorgere di tali conflitti ha fatto sì che alcuni fra i contenuti originali di questo filone intellettuale fossero posti in ombra, a vantaggio di altri più immediati e visibili, come la difesa dei diritti e la lotta contro la discriminazione: sia per difenderli sia per contrastarli o deriderli. Inutile dire che l’attenzione portata su diritti e discriminazione ha offerto alla nostra consapevolezza un fondamentale contributo di civiltà: solo che non si trattava solo di questo. Alla base dell’impulso originale del woke, infatti, stava anche una riflessione più profonda, più ampia, sulla cultura occidentale, la nostra cultura, presente e passata, a cominciare dalle sue stesse origini. …
Che brutta parola è diventata “woke”. Più che esprimere, ormai nasconde. Soprattutto da quando contro questo movimento è stata scatenata una violenta battaglia da parte di Trump e dei suoi Maga, seguiti anche dalla destra italiana – pur se talora i suoi esponenti sembrano non sapere bene di che si parla. Il sorgere di tali conflitti ha fatto sì che alcuni fra i contenuti originali di questo filone intellettuale fossero posti in ombra, a vantaggio di altri più immediati e visibili, come la difesa dei diritti e la lotta contro la discriminazione: sia per difenderli sia per contrastarli o deriderli. Inutile dire che l’attenzione portata su diritti e discriminazione ha offerto alla nostra consapevolezza un fondamentale contributo di civiltà: solo che non si trattava solo di questo. Alla base dell’impulso originale del woke, infatti, stava anche una riflessione più profonda, più ampia, sulla cultura occidentale, la nostra cultura, presente e passata, a cominciare dalle sue stesse origini. Queste ulteriori componenti del movimento hanno prodotto anche risultati grotteschi (come la condanna di Omero o il ripudio delle Metamorfosi), che hanno permesso a frettolosi avversari di volgere tutto in caricatura. In realtà questa spinta a osservare con occhi nuovi il nostro passato culturale dovrebbe continuare a interessarci, soprattutto perché costituisce un modo per riflettere nello stesso tempo sul nostro presente.
Una delle richieste che sono venute dal movimento decolonizing classics, per esempio, è la seguente: che lo studio delle culture greca e romana venga a includere anche quello degli altri popoli che con esse hanno condiviso lo spazio dell’antichità. Un’altra, ancor più generale, invitava a smettere di usare l’espressione “eredità classica” intendendo, più o meno esplicitamente, che tale patrimonio costituisca il sostrato della civiltà occidentale o peggio ancora della civiltà in generale. Intendiamoci, se si guarda al mondo dei classicisti “professionisti” queste richieste – tutte o in parte – sono già state da tempo soddisfatte. Da un lato gli studi degli storici e degli archeologi sui rapporti fra mondo romano e mondi “altri” non fanno che intensificarsi: si veda per ultima la mostra Global Antiquity che si aprirà in autunno presso la Fondazione Prada a Milano; mentre la pretesa filiazione diretta fra cultura occidentale e cultura classica da tempo ha incontrato le critiche di studiosi come Luciano Canfora e Mary Beard (e anche quelle di chi scrive). Ma cosa accade nel discorso comune? Quello politico in particolare? Soprattutto in Italia, complice la straordinaria ricchezza di monumenti antichi che sorgono sul nostro territorio – e la retorica identitaria del governo più stabile del dopoguerra – la Grecia e soprattutto Roma continuano a essere presentate come la fonte perenne della nostra gloriosa “tradizione”. Nei suoi molteplici discorsi (in particolare quello tenuto a New York in occasione del premio ricevuto da Elon Musk) Giorgia Meloni non ha mai perso un’occasione per ripetere la vieta formula secondo cui la cultura dell’occidente sarebbe una sintesi fra filosofia greca, diritto romano e cultura cristiana. Non c’è spazio per nient’altro e nessun altro, abbiamo fatto tutto “noi”. Ogni volta che leggo affermazioni del genere, mi viene in mente quel grecista inglese a cui non andava proprio giù che l’alfabeto lo avessero inventato i Fenici e non i Greci del miracolo. Era comunque sicuro che il clima greco avesse fatto “fiorire” lo striminzito seme importato dalla Fenicia.
A questo proposito, non possiamo non pensare alle nuove indicazioni ministeriali per l’insegnamento della storia nella secondaria superiore. Vi si legge: «La centralità assegnata nelle indicazioni alla storia dell’Italia e dell’Occidente deriva anche dall’oggettivo, enorme rilievo che tale storia ha avuto e continua ad avere nella vicenda mondiale». Il fatto che negli ultimi secoli l’Occidente abbia influenzato la storia di molti altri Paesi, spesso per loro disgrazia, è innegabile. Ma poi: «Sembra accertato, ad esempio, che l’invenzione della bussola e della polvere da sparo debba essere attribuita alla civiltà cinese: ma chi può dubitare che sia stato il loro impiego da parte di una civiltà con un potere, una religione e una visione del mondo affatto diversi da quelli del Celeste impero, chi può dubitare che sia stato questo impiego e non quella invenzione a cambiare il mondo?». Dunque la povera bussola, per essere se stessa, aveva dovuto aspettare l’adozione da parte della civiltà e del “potere” occidentale. Come quei bambini poveri degli slum che hanno la fortuna di essere accolti da una famiglia aristocratica e alla fine siedono pure alla Camera dei Lord. E che c’entra poi la religione cristiana? Forse perché le prime volte che hanno sparato un colpo gli Occidentali si sono fatti il segno della croce?
Il fatto è che nei nostri anni è in corso una grande rimozione: quella degli “altri”. Attorno a noi sentiamo rimbombare solo elogi delle tradizioni, delle identità, delle piccole patrie, del sovranismo, della difesa e della chiusura dei confini. A dispetto di tutto ciò, però, nella nostra società e nella nostra cultura gli “altri” continuano a sbucare fuori da tutte le parti: dagli schermi televisivi, dalla rete, dai commerci, dall’industria, dall’immigrazione sul nostro suolo e così via. Lasciamo finalmente che entrino anche nel nostro passato. Forse impareremo a capire meglio pure il presente.