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Daniel Pennac: “L’Europa ha perso l’anima salviamoci ridendo”

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L’autore francese, ospite a Mantova, ricorda l’amico Stefano Benni E ragiona su un continente che ha fallito. A partire dall’educazione
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Ridere in mezzo all’orrore non è leggerezza, semmai il contrario. Per Daniel Pennac l’umorismo è un gesto politico, sovversivo. I buffoni, i giullari, i saltimbanchi, i comici, smascherano il potere. Lo scrittore sta per salire sul palco del Festivaletteratura di Mantova per un reading dedicato a Stefano Benni, che è l’evento più importante della giornata di apertura. La città respira, ha piovuto, la temperatura si è abbassata. Pennac, che il 17 novembre tornerà in libreria per Feltrinelli con il nuovo libro Mallet o il romanzo degli sguardi, si concede una pausa prima delle prove generali. Seduto in poltrona nella hall del suo hotel, si passa una mano tra i capelli, sorride e dice: «Che bello essere buffi». Una pausa: «Ma il mondo non è più così buffo». Con il suo solito piglio civile, non si sottrae alla discussione su ciò che accade accade in Europa, dove le destre radicali stanno conquistando sempre più elettori. Dall’affermazione dell’Afd in Sassonia all’avanzata in Francia di Ra…

Ridere in mezzo all’orrore non è leggerezza, semmai il contrario. Per Daniel Pennac l’umorismo è un gesto politico, sovversivo. I buffoni, i giullari, i saltimbanchi, i comici, smascherano il potere. Lo scrittore sta per salire sul palco del Festivaletteratura di Mantova per un reading dedicato a Stefano Benni, che è l’evento più importante della giornata di apertura. La città respira, ha piovuto, la temperatura si è abbassata. Pennac, che il 17 novembre tornerà in libreria per Feltrinelli con il nuovo libro Mallet o il romanzo degli sguardi, si concede una pausa prima delle prove generali. Seduto in poltrona nella hall del suo hotel, si passa una mano tra i capelli, sorride e dice: «Che bello essere buffi». Una pausa: «Ma il mondo non è più così buffo». Con il suo solito piglio civile, non si sottrae alla discussione su ciò che accade accade in Europa, dove le destre radicali stanno conquistando sempre più elettori. Dall’affermazione dell’Afd in Sassonia all’avanzata in Francia di Rassemblement National, che per le prossime presidenziali mira all’Eliseo.

La stupisce quello che sta accadendo in Europa?

«Perché dovrebbe?».

Perché per la prima volta un partito di destra eversiva che si richiama al nazismo va al potere.

«L’Europa del Novecento ha attraversato il nazismo, il fascismo, il salazarismo e ora sta assistendo a un conflitto in Ucraina. Smettiamo di dire che è al suo battesimo dentro questo tipo di tragedie. Non è la prima volta, abbiamo già visto tutto. Dalla fine della seconda guerra mondiale sono passati 80 anni, ci risiamo. Mi chiedo a cosa serva tutto ciò».

Il fatto che venga infranto il tabù del nazismo, che non ci si vergogni più di quel passato non le fa paura?

«Chiaro che ho paura, ma temo di dire banalità. Cercherò di risponderle facendo parlare il pedagogo che è in me. In Europa sta succedendo esattamente quello che è accaduto prima negli Stati Uniti, dove il potere è in mano a un clown della morte, un assassino. Trump è un personaggio drammatico».

Che però ha conquistato l’elettorato americano, per quanto ora sia in calo di consensi.

«Il suo successo ha basi sociali: è riuscito a rappresentare una classe media delusa, che si sentiva abbandonata, piena di risentimento. Una classe svantaggiata e incolta. L’attacco alle élite è una conseguenza di questo diffuso complesso di inferiorità. Chi vota Trump si sente tradito dallo Stato federale e ha la tendenza a rifugiarsi in un americanismo primitivo. Trump semmai è stato bravissimo a cavalcare questa enorme frustrazione. Prima gli elettori americani si dividevano in bianchi e neri, americani e latinos, ricchi e poveri. Ora queste sono classificazioni vecchie, è saltato tutto. Il sistema scolastico ha una grande responsabilità».

Pensa che l’Europa stia cambiando natura e abbia smesso di essere un argine al trumpismo, com’è d’altra parte nelle mire di Putin?

«Guardi, il dado è tratto. Le sembra che l’Europa possa considerarsi un modello? Che cosa sta facendo la gentile Europa? Glielo dico io: sta facendo annegare l’Africa in mare. Avremmo l’obbligo legale e morale di salvare chi annega, ma non lo facciamo. Abbiamo soppresso il più elementare dei diritti, mentre la forza brutale dell’economia vince su tutto. L’ho detto più volte e lo ribadisco: non faccio più il bagno nel Mediterraneo, un mare che abbiamo trasformato in un cimitero. E questo è il risultato dell’egoismo dell’Europa».

La paura dello straniero è l’altro grande argomento cavalcato dalle destre radicali. Per usare il linguaggio del suo Malaussène, gli immigrati sono diventati i nuovi capri espiatori?

«Mancanza di cultura e crescita della povertà sono il terreno su cui poggiano queste paure. La risposta al malcontento diventa credere nell’uomo forte, sperare nell’uomo della provvidenza. Poco importa che sia brutale. Un riflesso che può accomunare in modi diversi Germania, Turchia, Russia, Stati Uniti».

E la Francia di oggi? Tra circa sette mesi si voterà per le presidenziali e Rassemblement National punta all’Eliseo.

«Un successo spiegabile come conseguenza di tutto quello che ci siamo detti. Non sono affatto sorpreso».

Di fronte a questo orrore lei porta sul palco del festival “Stranalandia” di Stefano Benni. C’è ancora posto per l’umorismo nel nostro mondo?

«Ridere non è un atto di pura leggerezza ma un gesto politico. Benni sapeva essere buffo in un modo speciale, creava e ricreava il mondo senza sosta, passando di sorpresa in sorpresa. Credo sia morto quando ha perso la capacità di ridere. Così come Fellini è morto quando ha smesso di sognare. Ridere è sperare, è guardare con humor l’esistenza per sopportarne l’orrore. È un atto intenzionale, un impegno. Chi sa ridere si sottrae al consumismo delle tragedie, fa un passo di lato, sceglie di fare del bene. Per Stefano ridere era la ragion d’essere. E forse anche il suo modo di superare la tragedia della vita».

È una forma di resistenza?

«Aiuta a resistere alla fascinazione della paura di cui parlavamo. Ma attenzione, per ridere bisogna essere lucidi. Mi manca Stefano. E più il mondo diventa tragico, più perde ironia, più sento la sua mancanza. Nel nostro essere buffi c’era una sorta di fratellanza».

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