FIRENZE - È come se, dopo sette secoli, Giotto avesse riacquistato tutto lo spazio. Quello nato dall’incontro fra la parete di pietra della Cappella Bardi nella basilica fiorentina di Santa Croce e il mondo che il pittore vi costruì sopra. Al termine di quattro anni di lavoro, il ciclo di affreschi con le Storie di San Francesco torna visibile, un capolavoro che il restauro ha curato e ripulito, consegnandoci nuove possibilità di lettura.
È proprio la dimensione spaziale la prima grande novità emersa dal cantiere dell’Opificio delle pietre dure, promosso dall’Opera di Santa Croce e sostenuto, fra gli altri, dal ministero della Cultura, da Fondazione Cr Firenze e Arpai. Il restauro, costato un milione di euro, arriva nell’anno dell’ottavo centenario della morte di Francesco d’Assisi e restituisce le sei scene dedicate alla vita del santo secondo la Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio, dalla rinuncia ai beni paterni all’approvazione della Regola, dall’incontro con il sultano alla…
FIRENZE - È come se, dopo sette secoli, Giotto avesse riacquistato tutto lo spazio. Quello nato dall’incontro fra la parete di pietra della Cappella Bardi nella basilica fiorentina di Santa Croce e il mondo che il pittore vi costruì sopra. Al termine di quattro anni di lavoro, il ciclo di affreschi con le Storie di San Francesco torna visibile, un capolavoro che il restauro ha curato e ripulito, consegnandoci nuove possibilità di lettura.
È proprio la dimensione spaziale la prima grande novità emersa dal cantiere dell’Opificio delle pietre dure, promosso dall’Opera di Santa Croce e sostenuto, fra gli altri, dal ministero della Cultura, da Fondazione Cr Firenze e Arpai. Il restauro, costato un milione di euro, arriva nell’anno dell’ottavo centenario della morte di Francesco d’Assisi e restituisce le sei scene dedicate alla vita del santo secondo la Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio, dalla rinuncia ai beni paterni all’approvazione della Regola, dall’incontro con il sultano alla morte, fino all’apparizione a frate Agostino e al vescovo Guido. «Si è trattato di un restauro necessario e non semplice», ha spiegato Emanuela Daffra, soprintendente dell’Opificio, sottolineando come, a quasi settant’anni dall’ultimo intervento firmato da Leonetto Tintori, l’alluvione, l’inquinamento, le polveri, l’esplosione del turismo e i cambiamenti climatici abbiano accelerato processi di degrado.
La materia raccontava una vicenda travagliata, dall’imbiancatura subita nel ’700 all’inserimento di due cenotafi, fino alla riscoperta ottocentesca di Gaetano Bianchi. Ma anche una tecnica sofisticata, con cui Giotto al lavoro a fresco aggiunse estese finiture a secco, col vantaggio di ottenere migliori effetti cromatici, e lo svantaggio di rendere la pittura più deperibile. In molti casi però la perdita del colore ha permesso di osservare da vicino come lavorava il maestro. Il disegno a mano libera, le incisioni, le linee battute con corde imbevute di colore, le tracce preparatorie (tutto mappato digitalmente) rivelano una costruzione dello spazio meticolosa e sorprendentemente moderna. Le scene sono racchiuse in una monumentale architettura illusionistica che si sovrappone a quella della cappella, dove gli ambienti delle varie scene sono scatole in cui figure, gesti e sguardi acquistano una precisa funzione narrativa. È soprattutto questa ossatura architettonica che il restauro ha sottolineato e reso di nuovo leggibile, integrandola con interventi discreti ma riconoscibili. E le circa cinquemila piccole lacune disseminate sulla superficie sono state affrontate una ad una con sistemi differenziati, così da offrire all’osservatore la migliore esperienza visiva nel rispetto della storia dell’opera. Quasi una rivelazione è stata poi la volta, meno considerata dai precedenti restauri. La pulitura, condotta anche con il laser, ha restituito dettagli delle virtù francescane, in particolare dell’Obbedienza e della Castità, che erano quasi perduti.
Il restauro ha portato anche conferme. Oggi è ancora più chiaro che non siamo di fronte a un Giotto solo, ma regista di una squadra. Le diverse mani ci parlano di una Cappella Bardi incubatore di novità, un luogo nel quale, attorno al maestro, si sperimentarono soluzioni destinate a lasciare traccia nella storia della pittura. Ma ogni restauro, ha osservato Daffra, è anche un’apertura sul futuro. Quello della Cappella Bardi non consegna solo un’immagine più limpida e definita di Giotto, lascia soprattutto una quantità di dati destinati ad alimentare nuovi studi.