Irina Turcanu: sono scrittrice e immigrata. E vi racconto la fatica di integrarsi
di Irina TurcanuAfd vince le elezioni in Sassonia-Anhalt e il risultato è una pozzanghera che rispecchia il cielo. Dentro si riflette una frattura: loro, noi. Gli immigrati. Una categoria. Un’etichetta. Un calderone così ampio e inglobante che gli stessi immigrati si immaginano che il nemico sia l’altro. Il vicino. L’irregolare. Il disoccupato. Quello che si ostina a rifiutare l’integrazione, a non vivere secondo le norme e il costume del luogo di approdo. E forse, in Germania l’integrazione ha più strumenti. Esistono infatti percorsi strutturati di lingua e orientamento civico, che in alcuni casi sono obbligatori, pensati per accompagnare i nuovi arrivati nella conoscenza della società tedesca. La lingua, le leggi, la cultura, la storia. L’idea che affiora è quella dell’assimilazione. Più ci somigliano, meno sono diversi da noi.
Smuovendo l’acqua nella pozzanghera per guardare il fondale, la vittoria dell’Afd fa rabbrividire gli immigrati in Italia. Se non li vogliono più laddove esistono percorsi …
Afd vince le elezioni in Sassonia-Anhalt e il risultato è una pozzanghera che rispecchia il cielo. Dentro si riflette una frattura: loro, noi. Gli immigrati. Una categoria. Un’etichetta. Un calderone così ampio e inglobante che gli stessi immigrati si immaginano che il nemico sia l’altro. Il vicino. L’irregolare. Il disoccupato. Quello che si ostina a rifiutare l’integrazione, a non vivere secondo le norme e il costume del luogo di approdo. E forse, in Germania l’integrazione ha più strumenti. Esistono infatti percorsi strutturati di lingua e orientamento civico, che in alcuni casi sono obbligatori, pensati per accompagnare i nuovi arrivati nella conoscenza della società tedesca. La lingua, le leggi, la cultura, la storia. L’idea che affiora è quella dell’assimilazione. Più ci somigliano, meno sono diversi da noi.
Smuovendo l’acqua nella pozzanghera per guardare il fondale, la vittoria dell’Afd fa rabbrividire gli immigrati in Italia. Se non li vogliono più laddove esistono percorsi così strutturati, a noi, qui in Italia, cosa succederà? E hai voglia a raccontarti che è una storia che non ti riguarda, che è un problema di chi non rispetta le leggi, non ha un lavoro. Non si integra. Mentre tu, quello che la lingua la parla bene e paga le tasse, non devi temere per il tuo posto in paradiso, te lo sei guadagnato.
Ma essere stranieri in Italia è un duro lavoro costante. I percorsi dedicati alla formazione civica esistono, anche nell’ambito dell’accordo di integrazione, ma non sempre sono facili da raggiungere o da conciliare con il resto della vita. I corsi di lingua italiana per adulti sono una manna. Indispensabili per imparare a muoversi nel Paese e, per molti, per raggiungere i livelli richiesti dalle pratiche di soggiorno o di cittadinanza: A2 per il soggiorno di lungo periodo, B1 per la cittadinanza. Spesso si tengono, però, al mattino o al pomeriggio, quando chi lavora è al lavoro. E chi ha figli piccoli, se non è al lavoro, ha da accudire i figli. Parliamo di famiglie a cui mancano i nonni. Figuriamoci una babysitter.
Qualcuno, però, si sforza e trova il tempo. Frequenta il corso di italiano. Lì può ritrovarsi in una classe in cui il metodo, il livello e i tempi non incontrano i suoi bisogni. Si rischia di passare anni sui banchi senza arrivare a padroneggiare davvero la lingua.Tra gli immigrati, però, c’è chi ha il desiderio di farcela. O forse il terrore del fallimento. Li ritrovi assiepati trecento, quattrocento alla volta, nelle live su TikTok a seguire un senegalese o un nigeriano o un marocchino che l’italiano lo hanno imparato o lo stanno ancora studiando e mettono il proprio tempo e la propria conoscenza a disposizione degli altri.
Scelgono un testo o un argomento di grammatica e trascorrono ore e ore, nelle dirette, prendendo la parola a turno, per esercitarsi in italiano. Si correggono tra loro. Gli accenti sulle parole cadono un po’ come capita. I "giovani»” somigliano ai “Giovanni” e le “z” non trovano sufficiente forza per farsi sentire.
Ma non importa. Quello che importa è farsi capire, migliorarsi, imparare la lingua. Integrarsi. Integrarsi. Integrarsi. Integrarsi. Perché chi non vuole gli immigrati — quante volte lo hanno ribadito? — dice di non volere i clandestini, gli irregolari. I non integrati. I disperati. I flussi controllati sono benaccetti, sono manodopera. Passeranno per i corsi di italiano e sapranno come comportarsi. Sempre.
Eppure, a guardare la Germania, nonostante i suoi percorsi di integrazione, il fastidio, anzi, il rifiuto, non si lascia spiegare soltanto con la presenza di irregolari. Investe una categoria. Gli immigrati. Tutti. In generale. Il diverso. Il diverso che, in ultima analisi, non saprà mai adattarsi e inserirsi nella società di arrivo.
In discussione, allora, non è l’integrazione, bensì il riconoscimento. Si può imparare una lingua, lavorare, pagare le tasse, crescere figli che quella lingua la parlano meglio dei genitori e continuare a essere considerati stranieri. Ospiti. Ospiti che devono dimostrare, ogni giorno, di meritare di restare.
La storia europea conosce questo meccanismo. Nella Spagna del Seicento, i moriscos, musulmani convertiti al cristianesimo e loro discendenti, furono espulsi. La conversione non era bastata a sottrarli al sospetto. Una circostanza che risuona anche oggi, nella nostra Europa, e produce una domanda: quando l’appartenenza dipende da ciò che si è, e non da ciò che si fa, quali prove possono essere sufficienti? Perché il problema non è più quanto lo straniero sia disposto a integrarsi, ma quanto si è disposti a riconoscerlo come uno di "noi”.
Le live su TikTok iniziano spesso tra un «salam aleikum» e un «cosa hai mangiato oggi?». Poi si infiltrano gocce di odio. Piove. Ma le voci con un forte accento straniero continuano a parlare in italiano. Spiegano come hanno cucinato la pasta al pomodoro.
Irina Turcanu nata nel 1984 a Gura Humorului, nel Nord della Romania, dal 2001 vive in Italia, dove collabora con quotidiani e riviste. Per Marsilio ha scritto il libro “Manca il sole ma si sta bene lo stesso”