Tutti i grandi editori, con l’esclusione di Feltrinelli, non hanno mai accolto il suo lavoro, ritenendolo troppo ostico. Alessandra Saugo lo viveva come una ingiustizia beffarda: «questa situazioncina del cazzo che è la mia pidocchiosa microbica appena percettibile vicenda editoriale».
Sia allora reso omaggio a Ciro Marino e alla sua piccola casa editrice, Wojtek, a Susanna Mati e a Antonio Moresco per avere creduto nella potenza della sua opera. Nei libri sinora pubblicati la sua scrittura non si limita a raccontare delle storie o a fare cronaca narrativa ma ha inventato una vera propria lingua. Non credo inappropriato considerarla come una sorta di versione femminile di Joyce. Il punto vertiginoso di contatto tra i due è che in entrambi il principio della narrazione viene subordinato a …
Tutti i grandi editori, con l’esclusione di Feltrinelli, non hanno mai accolto il suo lavoro, ritenendolo troppo ostico. Alessandra Saugo lo viveva come una ingiustizia beffarda: «questa situazioncina del cazzo che è la mia pidocchiosa microbica appena percettibile vicenda editoriale».
Sia allora reso omaggio a Ciro Marino e alla sua piccola casa editrice, Wojtek, a Susanna Mati e a Antonio Moresco per avere creduto nella potenza della sua opera. Nei libri sinora pubblicati la sua scrittura non si limita a raccontare delle storie o a fare cronaca narrativa ma ha inventato una vera propria lingua. Non credo inappropriato considerarla come una sorta di versione femminile di Joyce. Il punto vertiginoso di contatto tra i due è che in entrambi il principio della narrazione viene subordinato a quello epifanico della rivelazione. Ma in Saugo la dimensione epifanica della lingua non può mai essere scorporata da quella della rabbia, dell’angoscia e della malinconia. Nei I giardini salvi questo principio di rivelazione tocca indubbiamente il suo apice. Non a caso al centro sono le tre gravidanze delle sue bambine amatissime: Maria, Angela e Elisa. Il libro è costituito dai diari che accompagnano la loro venuta al mondo e i loro primi anni di vita. La loro nascita segue nel modo più coerente possibile il movimento radicalmente generativo della scrittura. Alessandra lo dichiara apertamente: «il neonato poi forse è anche l’occasione che ha la lingua per rifarsi una vita». Vita e scrittura, vita e lingua, vita e generazione. Si tratta sempre di un solo battito, di una sola onda, di un solo rompighiaccio. La spinta alla scrittura risulta omologa a quella materna che sa rendere la materia viva. In entrambi i movimenti la forza della vita non si rassegna alla mancanza di senso che la insabbia. Ma non si tratta affatto di una volontà di potenza matriarcale.
Tutt’altro. È piuttosto il sentimento profondo che la vita non può essere sprecata. È decidere sino in fondo per la propria “usura”, per fare un passo indietro, retrocedere, fare spazio alla creatura nuova, alla meraviglia incorruttibile dell’evento della nascita. «Continui per questa strada qua, senza dire ormai», scrive nell’estate che precede l’inizio della terza gravidanza.
Non c’è alcuna bramosia di possesso, non c’è autocelebrazione, non c’è vanità quanto piuttosto un consegnarsi alla vita che viene e che ci supera: «sono pronta alla grande prestazione di fatalismo. Desidero accettare, ciò che deve arrivare». La vita delle sue figlie oltrepassa l’Ego e le sue paure. In attesa della terza figlia la vista del mare dalla terrazza dell’hotel illumina l’anarchia pulsionale della vita: «camminavo nel mare fino alla cintola, qualche volta con festa di tipo che vivere è tutto, e la mia sottana è il mare, mi parte dai fianchi e cammino cammino nella mia sottana di trasparenze verdi, tutta respiri». Essere incinta non è la semplice acquisizione narcisistica di una potenza, né compensa la vita ferita con una sorta di premio di consolazione. È piuttosto un movimento che impone alla lingua un giro nuovo: «resto incinta ancora per scappare e per fronteggiare, la battaglia intima intima intima casalina ciabattina copertina popottina della vita». La lingua si arrotola, si sgancia dal suo codice universale per divenire, come direbbe Lacan, lalangue, lalingua; suono, ronzio antico, sciame, alluvione, inondazione di lettere: «desidero l’ingombro che è la gravidanza, il suo carico di illusioni, la sua durata pigra, la sua montata». Non è, come dice la psicoanalisi, la madre-tutta-madre che abolisce la donna rendendo sacrificale la sua vita, ma è l’incanto, l’estasi senza rimborso della generazione. È la gioia che attraversa I giardini salvi. Scomodo e anomalo racconto della maternità in un’epoca che tende a descriverla come una prigione della donna o come una sua esaltazione narcisistica.
La sua vita è invece, in contrasto anche con una certa retorica femminista, la vita di una donna che non nasconde di amare la sua casa, di cucinare per il suo uomo e per la sua famiglia, di amare immensamente le sue tre bambine. È una vita dove possiamo incontrare ancora la modestia sobria e antica di comprare i fiori, di fare la spesa, di lavare, asciugare i panni e stirare, di portare le proprie bambine al parco, di prendersene cura senza immolarsi agli dei oscuri del sacrificio. È questo l’aspetto propriamente joyciano dell’epifania di Saugo: non la rivelazione di un assoluto lontano e irraggiungibile, ma quella che avviene grazie alle cose più comuni che, se viste in una luce e in una lingua nuova, possono apparire miracolose. È il più piccolo che si manifesta come il più grande nel segno inconfondibile dell’amore: «mio piccolo nucleo del mio nucleo del nucleo di lui, tuffati nel confondersi, nel raggiungersi, nel mio piccolo progetto di amarci… Noi quattro sotto un albero, seduti sull’erba corta. Non ci mancava niente. Poi, scolare fagioli e tagliare via le punte alle tegoline, pensare alle cose da mangiare, al pesce da comprare domani, al rifare il carico della frutta e di verdura, ricordarsi il mais, l’olio. Le candele prese all’Ikea, una rosa a pallini bianchi e l’altra a quadretti bianchi e azzurri, accenderle insieme, esaminare quale delle due fiamme è più grandina». Le tre figlie della scrittrice non possono essere sue perché la loro vita spezza ogni illusione di proprietà. Lo dice osservando la piccola Angela: «inerme distaccamento dal mondo dentro, la sua dislocatura, il suo sfasamento per l’infuori». È la stessa alterità della natura: «in campo marzo, con il sole che schiocca sulle lastre di ghiaccio, il cielo azzurro, intoccabile dal freddo». Occorre però anche dire che in Saugo non c’è nessuna pastorale familista, non c’è nessun canto retorico dell’armonia della cosiddetta famiglia naturale.
Bisogna ricordarlo fermamente: in tutta la sua opera la vita appare innanzitutto come un graffio ingiusto e offensivo. La sua scrittura non persegue nessuna finalità edificante, nessuna riconciliazione: «Ce n’è di dolore. Quello catastrofico dei corpi, dei poveri, dell’immensità degli infimi, degli ultimi. E poi lo stillicidio, anche ben nutriti, ben vestiti, bell’età, bel posto. Lo stillicidio. Come se la vita non fosse fatta per l’uomo. Come se l’uomo fosse un continuo penoso aggiustamento, un accanimento malefico».
Accade anche in questi suoi Diari soprattutto nel corso della terza e ultima gravidanza. I rapporti col marito si stanno incrinando irreversibilmente. La condivisione della vita insieme si ribalta traumaticamente in una percezione di estraneità. La vita non è fatta per l’umano, ripete Saugo, la vita è uno “stillicidio”. Ma è proprio qui, dove l’addensamento del vissuto melanconico appare senza speranza, che possiamo trovare la sua lezione più profonda: la vita può anche essere sognata dagli angeli o tra i morti. Il potere epifanico della scrittura consiste nel mostrare che il numinoso può essere dappertutto, che il mondo stesso non smette mai di nascere: «gli occhi verdi del papà attraversati dalla luce della cucina, scoprirli trasparenti, irradiati, ingranditi. Le guance in fiamme di Maria quando si sveglia nel pomeriggio. La misteriosa diversità degli esseri… La mia vita è fatta di pezzi di giornata tutta impegnata a amare». Siamo vicini al suo trauma, alla sua malattia che esclude la speranza e alla fine prematura dei suoi giorni: «l’incanto delle mie bambine — scrive verso la fine dei suoi Diari — si capirà, fioriranno… essere all’altezza del loro amore è stata la mia promessa».
Il libro
I giardini Salvi di Alessandra Saugo (Wojtek, pagg. 650, euro 28)