La casalinga di Penny Lane che compose in segreto le canzoni dei Beatles: vero o falso?
di Luca ValtortaE se il più solido monumento della cultura pop occidentale, l'intoccabile canone McCartney-Lennon su cui generazioni di esegeti maschi hanno consumato fiumi d'inchiostro e liturgie da cameretta, fosse semplicemente un clamoroso furto ai danni di una donna? Michel Bussi, autore di bestseller abituato a sezionare enigmi e paesaggi della memoria, ha deciso di compiere il sacrilegio definitivo con il suo ultimo romanzo, Code Yesterday – Le secret le mieux gardé du rock'n'roll, pubblicato da Presses de la Cité. L'obiettivo non è un banale giallo d'azione, ma un ordigno ucronico lanciato dritto contro la mitologia maschilista del rock classico, capace di sconcertare i non pochi fan ossessivi della band e i custodi del tempio dell’ortodossia del mondo pop-rock.
L'ossessione di Bussi per i quattro baronetti viene da lontano. Come dichiarato a The Guardian, il primo impatto fu squisitamente naif: «Li ho scoperti grazie a mia sorella maggiore e alle raccolte rossa e blu quando avevo otto anni. …
E se il più solido monumento della cultura pop occidentale, l'intoccabile canone McCartney-Lennon su cui generazioni di esegeti maschi hanno consumato fiumi d'inchiostro e liturgie da cameretta, fosse semplicemente un clamoroso furto ai danni di una donna? Michel Bussi, autore di bestseller abituato a sezionare enigmi e paesaggi della memoria, ha deciso di compiere il sacrilegio definitivo con il suo ultimo romanzo, Code Yesterday – Le secret le mieux gardé du rock'n'roll, pubblicato da Presses de la Cité. L'obiettivo non è un banale giallo d'azione, ma un ordigno ucronico lanciato dritto contro la mitologia maschilista del rock classico, capace di sconcertare i non pochi fan ossessivi della band e i custodi del tempio dell’ortodossia del mondo pop-rock.
L'ossessione di Bussi per i quattro baronetti viene da lontano. Come dichiarato a The Guardian, il primo impatto fu squisitamente naif: «Li ho scoperti grazie a mia sorella maggiore e alle raccolte rossa e blu quando avevo otto anni. Qualche tempo dopo però mia sorella è tornata a casa con il White Album, io ho pensato che fosse una terza raccolta: non riuscivo a capire perché contenesse tutte quelle canzoni già presenti nelle altre due!». Ma dietro la nostalgia, oggi troviamo una presa di coscienza ben più urticante. L'innesco del romanzo infatti è stato un dato di fatto tanto ovvio quanto imbarazzante per l'epopea del genere: «Non c'è assolutamente nessuna donna in nessuna delle band del rock classico. Le cose sono cambiate, per fortuna, ma per molto tempo il rock è stato una faccenda esclusivamente maschile. Perciò volevo dare loro una rivincita», continua l’autore.
Ecco allora materializzarsi nel suo romanzo la mai esistita Yvonne McKenzie, nata in Normandia e però cresciuta a due passi da Penny Lane, che il 6 luglio 1957 si ritrova alla fatidica festa parrocchiale di Woolton nello stesso istante in cui Paul e John si stringono la mano per la prima volta. Snobbata dai due, Yvonne canticchia una melodia su un autobus: Macca ascolta, memorizza e si appropria senza troppi complimenti di Love Me Do. Da lì decolla una collaborazione surreale: lei detta melodie al telefono tra una faccenda domestica e l'altra, mentre i quattro bei ragazzini in giacca e cravatta mettono i ritornelli, le seconde voci e si intascano la gloria planetaria. L'unica clausola contrattuale imposta da Yvonne per il proprio silenzio? Qualche riferimento alla sua origine francese infilato di nascosto nel canone albionico. Da qui l'attacco de La Marsigliese nelle prime battute di All You Need Is Love e l'immortale Michelle, nient'altro che un devoto omaggio alla madre, Micheline.
Tutto questo patrimonio clandestino riemerge ai giorni nostri quando la nipote di Yvonne, la giovane musicista Lonely McKenzie, ritrova il manoscritto originale di quel debutto a 45 giri. A chi rivolgersi per certificarlo, se non a Smoky Slug? Il ritratto perfetto del dinosauro della critica musicale: anziano, borioso, grondante testosterone e devoto fino al midollo ai Rolling Stones, che liquida la faccenda con spocchia salvo poi fiutare l'odore del sangue. Perché nel romanzo, quando Yvonne decide finalmente di vuotare il sacco, è proprio questo vecchio e burbero recensore a schierarsi al suo fianco contro la verità ufficiale. E mentre la Gran Bretagna piomba nel panico travolta dalle rivelazioni – con i servizi segreti dell'MI5 che scatenano una grottesca campagna di disinformazione per salvare l'onore della Corona – Bussi assesta il colpo di scena che ribalta il tavolo, riuscendo a dare a questa clamorosa impostura un senso perfettamente logico.
Dopotutto, la leggenda di Liverpool ha sempre prosperato sull'isteria di massa e su deliri cospirativi. Come dichiarato da Bussi a franceinfo, il terreno per una parodia poliziesca era già fertilissimo: «C'è molto mistero attorno ai Beatles, in realtà, quasi un alone di complottismo. Basti pensare alla leggenda secondo cui Paul McCartney sarebbe già morto ed è stato sostituito da un sosia: un delirio assolutamente totale dei fan. Così ho cercato di scavare nelle zone d'ombra che conosciamo un po' meno e, soprattutto, di creare una storia coerente mettendo insieme tutti i pezzi del puzzle che non conosciamo ancora».
Oltre la provocazione, Bussi guarda alla propria discoteca personale con una punta di amaro disincanto riflettendo sul fatto che l'assenza femminile è stata una rimozione generazionale di quei tempi (da molti ancora oggi, anche giustamente, venerati) a cui nessuno faceva caso: «Se mi si chiedono i miei gruppi preferiti, non cito che uomini, perché prima degli anni Ottanta ciò che ascolto è fatto solo da uomini ed è un peccato. Ho costruito questo libro anche per pormi la domanda: com'è possibile che non ci sia praticamente nessun album, prima degli anni Ottanta, scritto o cantato da una donna?». In realtà Bussi su questo punto non dice una cosa del tutto corretta, basti pensare a Nina Simone, voce radicale del movimento per i diritti civili, capace di trasformarsi in compositrice militante e incendiare il palco con capisaldi come In Concert (1964) – dove urlava il suo inno antirazzista Mississippi Goddam o a Joni Mitchell, che con un capolavoro come Blue (1971) e la vertigine di Hejira (1976) ha reinventato da cima a fondo la grammatica del cantautorato, il modo di cantare e gli accordi della chitarra rock. O, ancora aPatti Smith, anticipatrice del punk, che con Horses (1975) ha realizzato un capolavoro di poesia visionaria e sferzate elettriche, a Carole King, capace di imprimere il proprio marchio indelebile sulla storia del pop moderno con Tapestry (1971) o a Kate Bush con The Kick Inside (1978). Per non parlare di figure come Nico, Debbie Harry, Betty Davis, Dolly Parton che hanno realizzato dischi memorabili nei campi musicali più disparati. Non era tanto la musica a mancare di pioniere, insomma, anche se il confronto con gli uomini effettivamente era impari per quantità se non per qualità e bisogna dire che in effetti spesso è stato lo sguardo dei critici e dei discografici dell'epoca a voltarsi dall'altra parte o quantomeno a non concedere sufficiente attenzione.
Tornando a Bussi, sotto la superficie della farsa spionistica, Code Yesterday rimane comunque una dichiarazione d'amore incondizionata per la forza di quelle canzoni, anche ridimensionando il genio degli interpreti. Come dichiarato a The Guardian, il fascino della band risiede proprio in una contraddizione formidabile: «Ciò che trovo affascinante è che hanno questa immagine da bravi ragazzi, eppure hanno fatto cose molto più audaci di artisti considerati d'avanguardia». La finzione letteraria si ferma infatti davanti al sacro fuoco del rock: «Ero davvero felice di essermi inventato la parte delle origini francesi di Yvonne, è stato molto divertente. Ma siamo onesti: noi francesi non siamo minimamente all'altezza degli inglesi quando si tratta di musica rock» ammette Bussi.
Eppure, per quanto il romanzo di Bussi poggi su una documentazione maniacale e su una conoscenza enciclopedica di ogni singola seduta ad Abbey Road, resta pur sempre un sofisticato gioco di prestigio letterario. Ma la vera, necessaria riscrittura femminista della galassia Beatles non ha bisogno di inventarsi casalinghe fantasma per fare giustizia: i fatti storici, concreti e documentati, sono lì da sessant'anni, sepolti sotto una valanga di misoginia e becero sciovinismo pop-rock. Se Bussi immagina il riscatto attraverso un’invenzione, un libro recente come Cara Yoko. Dichiarazione d'amore per una donna circondata d'odio di Matteo B. Bianchi compie il lavoro opposto e ben più radicale: una rigorosa opera di ricerca per restituire verità storica a una figura reale, sistematicamente massacrata dalla vulgata maschilista che per mezzo secolo l'ha marchiata a fuoco con l'infamante etichetta della «donna che sciolse i Beatles».
Tanto per tornare alla cronologia, i primi dischi di Yoko Ono risalgono alla fine degli anni Sessanta, ben prima che i Beatles pronunciassero la parola fine alla loro avventura, e rappresentano uno shock culturale senza precedenti per il mercato discografico dell'epoca. Tutto comincia nella notte tra il 3 e il 4 maggio 1968 nella villa di John Lennon a Kenwood, quando i due compongono e incidono Unfinished Music No. 1: Two Virgins, pubblicato nel novembre di quell'anno: al di là dello scandalo per la celebre copertina con i due artisti completamente nudi, il vinile è un manifesto di pura musica concreta, fatto di nastri manipolati, rumori d'ambiente e improvvisazioni vocali mutuate dall'avanguardia Fluxus di cui Yoko Ono è stata una dei fondatori se non l’ispiratrice prima. L'appartenenza – o più precisamente il ruolo di pioniera e catalizzatrice – di Yoko Ono rispetto a Fluxus risale infatti alle origini stesse del movimento, tra il 1960 e il 1961.
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Tra il dicembre del 1960 e il giugno del 1961, Yoko Ono aprì il proprio loft al 112 di Chambers Street a Downtown Manhattan, organizzando insieme al compositore d'avanguardia La Monte Young una storica serie di concerti, performance, letture poetiche e mostre. A quelle serate semiclandestine assistettero mostri sacri dell'arte del Novecento come Marcel Duchamp, John Cage, Peggy Guggenheim, Robert Rauschenberg e Jasper Johns.
Tra gli spettatori c'era anche George Maciunas, il futuro teorico e fondatore di Fluxus. Folgorato dall'approccio concettuale di Ono, Maciunas organizzò nel luglio del 1961 nella sua AG Gallery di New York la prima mostra personale dell'artista, Paintings and Drawings, dove Yoko presentò le sue celebri "istruzioni" (tra cui Painting to be Stepped On, un frammento di tela grezza steso sul pavimento che il pubblico era invitato a calpestare).
Quando poco dopo Maciunas coniò ufficialmente il nome Fluxus e diede il via ai festival internazionali (a partire da quello di Wiesbaden nel settembre 1962), invitò formalmente Yoko Ono a farne parte. Pur rifiutando l'iscrizione rigida a qualsiasi etichetta o collettivo per mantenere la propria totale indipendenza, Ono rimase una delle figure centrali dell'orbita Fluxus, partecipando attivamente ai festival, alle pubblicazioni (le celebri Fluxboxes) e alle performance del gruppo a New York, in Europa e in Giappone per tutti gli anni Sessanta. La sua celebre opera concettuale e performativa Cut Piece, presentata per la prima volta a Kyoto nel 1964 e poi a New York e Londra, è considerata a tutti gli effetti una delle pietre miliari della storia di Fluxus e dell'arte performativa contemporanea.
A quell'esordio segue una vera e propria trilogia sperimentale in coppia con Lennon, che comprende Unfinished Music No. 2: Life with the Lions (maggio 1969) – registrato in parte nella stanza dell'ospedale Queen Charlotte di Londra dove Yoko era ricoverata per una minaccia d'aborto, fino a includere il battito cardiaco del feto poi perduto – e il successivo Wedding Album (novembre 1969), concepito come una performance concettuale sul matrimonio in cui i due ripetono i rispettivi nomi per un'intera facciata. Già nel dicembre del 1969, sul palco del festival rock di Toronto immortalato nel live Live Peace in Toronto 1969, Ono si prende l'intera seconda facciata del disco urlando la propria disperazione e le proprie estensioni vocali di matrice orientale davanti a un attonito Eric Clapton alla chitarra.
Il vero capolavoro solista arriva però l'11 dicembre 1970 con Yoko Ono / Plastic Ono Band, dato alle stampe lo stesso identico giorno del gemello John Lennon / Plastic Ono Band e con una copertina quasi speculare. Spalleggiata da Ringo Starr alla batteria, Klaus Voormann al basso e Lennon alla chitarra, oltre alla partecipazione straordinaria del gigante del free jazz Ornette Coleman, Ono firma una pietra miliare assoluta di proto-punk, rumorismo ed espressionismo vocale, anticipando di quasi un decennio le intuizioni della no wave newyorkese e del post-punk britannico. A quel disco seguiranno a stretto giro il monumentale doppio album Fly (1971) e i due coraggiosi manifesti politici e femministi del 1973, Approximately Infinite Universe e Feeling the Space.
Come sintetizza perfettamente Bianchi: «La verità, e ho impiegato anni per capirlo, è che il suo nome è legato a un fardello di accuse false, di sentito dire, di approssimazioni banali. In sintesi: tutti sanno chi è ma nessuno la conosce». Ed è esattamente questo il paradosso. Prima di incontrare Lennon alla Indica Gallery di Londra nel 1966 (un evento in cui non si piacquero per niente), Yoko Ono non era certo una comparsa in cerca di celebrità, ma una protagonista assoluta delle avanguardie internazionali, un'artista concettuale viscerale e visionaria formatasi tra l'aristocrazia di Tokyo, i traumi bellici e la New York più sperimentale. Fu lei a prendere per mano Lennon, a strapparlo alla gabbia dorata della popstar milionaria e ad aprirgli gli occhi su territori artistici, politici e sonori che la musica leggera dell'epoca non osava neppure sfiorare.
Mentre Bussi si diverte a sbeffeggiare i fan con un complotto inventato per concedere alle donne una postuma rivincita attraverso il suo libro, l'indagine appassionata di Bianchi ci costringe a guardare in faccia la realtà: la donna che ha rivoluzionato dall'interno il mondo dei Beatles in realtà c'è sempre stata, ed era visibile a tutti. Non solo: ha pagato il prezzo di un odio feroce e di riflessi condizionati che solo oggi, finalmente, riusciamo a chiamare con il loro vero nome. Provate a indovinare qual è…
I LIBRI E L’EVENTO
Matteo B. Bianchi, Cara Yoko. Dichiarazioni d'amore per una donna circondata d'odio, UTET, 208 pagine, 17,00 € (data di uscita: 15 settembre 2026).Presentazione a Milano: martedì 22 settembre 2026, ore 19:00, Triennale Milano (Viale Emilio Alemagna 6, spazio Voce Triennale).
Michel Bussi, Code Yesterday – Le secret le mieux gardé du rock'n'roll, Presses de la Cité, 360 pagine, 22,90 € (uscito in Francia il 3 settembre 2026, edizione francese, quella italiana non è ancora disponibile ma l’editore storico è E/O).