Il giorno delle nozze di Diana la gente vide una fiaba. Ma lei già sapeva che non era così
di Charles SpencerMia madre mi ha detto spesso che secondo lei io conoscevo Diana meglio di chiunque altro al mondo. Noi due siamo cresciuti insieme, i più piccoli di una famiglia divisa dal divorzio e oppressa dal lutto per la morte di un figlio. Eppure, ogni volta che mi viene chiesto – e accade spesso – «Com’è stato crescere con Diana?», il mio primo pensiero è sempre: “In realtà, io non so come sarebbe stato non crescere con lei”. Abbiamo dormito sotto lo stesso tetto ogni notte per i primi sette anni della mia vita o giù di lì, e in seguito, quando entrambi eravamo in collegio, ci siamo ritrovati a casa per gran parte delle vacanze, finché Diana non compì sedici anni e io tredici.
Per molti versi, il nostro era il classico rapporto tra sorella maggiore e fratello minore: io avevo quasi tre anni meno di lei e…
Mia madre mi ha detto spesso che secondo lei io conoscevo Diana meglio di chiunque altro al mondo. Noi due siamo cresciuti insieme, i più piccoli di una famiglia divisa dal divorzio e oppressa dal lutto per la morte di un figlio. Eppure, ogni volta che mi viene chiesto – e accade spesso – «Com’è stato crescere con Diana?», il mio primo pensiero è sempre: “In realtà, io non so come sarebbe stato non crescere con lei”. Abbiamo dormito sotto lo stesso tetto ogni notte per i primi sette anni della mia vita o giù di lì, e in seguito, quando entrambi eravamo in collegio, ci siamo ritrovati a casa per gran parte delle vacanze, finché Diana non compì sedici anni e io tredici.
Per molti versi, il nostro era il classico rapporto tra sorella maggiore e fratello minore: io avevo quasi tre anni meno di lei ed, essendo un maschio, ero decisamente più immaturo. Canto del cigno nasce in gran parte dalla mia ammirazione per lei, soprattutto considerando le dinamiche di Park House, la felicissima casa della nostra infanzia, dove lei non era solo la mia onnipresente compagna ma per certi aspetti anche la persona che più si occupava di me. Spesso, ormai da adulti, mi stuzzicava chiamandomi “fratellino” sia nel salutarmi sia nel riferirsi a me davanti ad altri, anche se la superavo in altezza di quindici centimetri.
Diana ha sempre avuto un forte istinto materno e, dopo che nostra madre se ne andò di casa, sviluppò un’attenzione per le mie esigenze che in altre circostanze non sarebbe stata richiesta a una sorella maggiore. Persone che all’epoca erano già adulte mi dissero in seguito che, sebbene Diana potesse apparire rassegnata all’idea di dover passare ancora più tempo con il suo fratellino, in realtà era quasi sempre molto felice di stare con me.
Eravamo entrambi molto riservati con gli estranei ed estremamente socievoli con gli amici. Ci accomunava l’innata cocciutaggine che manifestavamo quando ci sentivamo sotto pressione, specie se ritenevamo che quelle sollecitazioni fossero ingiuste. Tendevamo a coprirci le spalle a vicenda, spesso con ardore. Il nostro fu sin da subito un legame forte.
La variabile impazzita, che rese il nostro rapporto fraterno tanto inconsueto nella seconda metà della sua fin troppo breve vita, fu il matrimonio con un membro della famiglia reale britannica. In quel giorno del 1981, quando entrò da futura sposa nella cattedrale di St Paul e percorse la navata al braccio di nostro padre era mia sorella, ma quando uscì davanti alla folla in delirio era la principessa che aveva stregato il mondo. La gente voleva una fiaba, e quella mattina Diana divenne l’eroina di una fantasia globale. In quel momento nessuno tranne lei lo sapeva, ma la realtà era piuttosto diversa.
Questo libro avrà molti lettori troppo giovani per ricordare Diana così com’era; per loro sarà un bellissimo volto consegnato alla storia, una figura tragica del passato che, sebbene ammantata di regalità, è morta come almeno un altro milione di persone ogni anno: in un incidente stradale. Per questi lettori, in Canto del cigno descriverò l’autentico contesto della vita di Diana, affinché possano apprezzarla appieno.
Per i lettori dai trent’anni in su, invece, ho volutamente collegato episodi dell’esistenza di Diana a frasi della mia orazione funebre, il tributo che ho scritto nei giorni successivi alla sua morte e che ho letto per lei al funerale il sabato seguente. A questa fascia di pubblico più adulto alcuni temi di Canto del cigno suoneranno familiari, ma forse la chiave di interpretazione che fornisco apparirà inedita.
In quel discorso funebre intendevo parlare per mia sorella in un momento in cui era stata privata per sempre della voce, e così repentinamente da non aver potuto nemmeno intonare il proprio canto del cigno. Volevo ricordare al mondo le qualità di Diana, come ogni oratore funebre deve fare, ma speravo anche di spingere alcune persone potenti a proteggere i suoi amati figli dagli aspetti più terribili della sua vita. Il mio obiettivo primario era risparmiare loro la tortura alla quale, negli ultimi anni, i peggiori esponenti dei media avevano sottoposto Diana ogni giorno. Quando Diana scese trionfante nell’arena di Buckingham Palace io ero solo un diciassettenne in preda agli ormoni e all’egocentrismo dell’adolescenza, e gli eventi al di fuori della mia sfera ristretta non mi toccavano più di tanto. Inoltre non ho mai nutrito un grande interesse per i reali, se non per la forza del loro ruolo in un lontano passato, quando erano il fulcro di una realtà ben più ampia. All’epoca non ricordo di aver riflettuto molto sull’ascesa sociale di Diana: immagino di aver semplicemente dato per scontato che la mia sorella maggiore si sarebbe adattata piuttosto bene al suo nuovo ruolo.
Sapevo che era una bella persona, capace di distinguere tra giusto e sbagliato. Quando sentiva qualcuno fare un’osservazione poco gentile nei confronti di un altro, era solita rispondere con una delle sue espressioni preferite: «Non giudicare il prossimo in base a come sei tu!». Amavo quel modo di pensare, e sentivo che il suo fermo buon senso le sarebbe servito parecchio in una vita che si prospettava molto diversa da quella in cui eravamo cresciuti. Ero anche convinto che sarebbe stata accolta a braccia aperte in un’antica istituzione che la mia famiglia serviva indefessamente da secoli per patriottismo e non per piaggeria. Whig per tradizione, gli Spencer avevano sempre rispettato la Corona, ma non avevano mai avuto paura di pretendere che chi la portava rispondesse delle proprie azioni davanti ai più ampi interessi sociali e politici (compresi i loro). Mi passarono per la testa tutti questi pensieri, ma non li approfondii: in sostanza non dubitavo che mia sorella se la sarebbe cavata in quello che chiaramente era un ruolo gravoso, e che si sarebbe rivelata utile per il paese. Un’idea che invece non mi sfiorò mai fu che sarebbe diventata un fenomeno mondiale.
IL LIBRO
Canto del cigno di Charles Spencer (Mondadori, traduzione di di Sara Crimi e Laura Tasso, pagg. 472, euro 25. In libreria dal 22 settembre)