Eugenio Scalfari: quanto è diventato difficile distinguere tra sinistra e destra
di Eugenio ScalfariEugenio Scalfari con Inge Feltrinelli
Cari amici,
desidero sottoporvi alcune considerazioni che da tempo già meditavo – e delle quali del resto ho già reso partecipi alcuni di voi nelle scorse settimane quando è capitato di incontrarci – circa la linea complessiva che le nostre edizioni locali dovrebbero seguire. Intendo la linea del rapporto tra il giornale e la città e l’area nella quale l’edizione locale viene diffusa. I risultati delle elezioni amministrative di domenica scorsa hanno rafforzato queste mie riflessioni che qui di seguito espongo.
La Repubblica è nata, come tutti ben sapete, come giornale nazionale, in una fase nella quale l’opinione pubblica nazionale poteva agevolmente dividersi tra un settore progressista e un settore conservatore. Il settore progressista del quale Repubblica è stata ed è tuttora portavoce, si differenziava in varie culture e varie etichette politiche. Noi abbiamo cercato (e direi che ci siamo largamente riusciti) di trovare i punti comuni di queste varie culture e varie etichette pol…
Cari amici,
desidero sottoporvi alcune considerazioni che da tempo già meditavo – e delle quali del resto ho già reso partecipi alcuni di voi nelle scorse settimane quando è capitato di incontrarci – circa la linea complessiva che le nostre edizioni locali dovrebbero seguire. Intendo la linea del rapporto tra il giornale e la città e l’area nella quale l’edizione locale viene diffusa. I risultati delle elezioni amministrative di domenica scorsa hanno rafforzato queste mie riflessioni che qui di seguito espongo.
La Repubblica è nata, come tutti ben sapete, come giornale nazionale, in una fase nella quale l’opinione pubblica nazionale poteva agevolmente dividersi tra un settore progressista e un settore conservatore. Il settore progressista del quale Repubblica è stata ed è tuttora portavoce, si differenziava in varie culture e varie etichette politiche. Noi abbiamo cercato (e direi che ci siamo largamente riusciti) di trovare i punti comuni di queste varie culture e varie etichette politiche, compiendo un’operazione di trasversabilità che è stata il nostro connotato principale e l’elemento essenziale del nostro successo giornalistico. Le varie edizioni locali che di volta in volta abbiamo varato nel corso del tempo hanno tradotto sul piano della città, e con le specificità locali, questo programma. Noi cioè abbiamo fatto appello a quei settori della pubblica opinione sia nazionale che locale, che avevano un comune sentire circa l’amministrazione della cosa pubblica, la pubblica moralità, l’approccio culturale, il costume, il divertimento.
In questi 15 anni tuttavia alcuni mutamenti di fondo si sono prodotti: forse in parte provocati anche dalla nostra presenza e dagli effetti che essa ha esercitato sull’evolversi della società. I dogmi sono caduti, sono caduti i tabù, sono crollate le ideologie; la società è diventata più laica, più libera, più ricca ma contemporaneamente sono venuti meno alcuni punti di riferimento molto precisi. È oggi assai più difficile distinguere tra progressisti e conservatori, tra sinistra e destra. Non voglio dire con questo che queste distinzioni fondamentali siano venute meno, ma non c’è dubbio che esse si sono molto attenuate e intrecciate. C’è disorientamento, c’è confusione. È assai probabile che tra qualche tempo questi due grandi filoni si riproporranno con nettezza, ma non possiamo oggi dire né quando né come.
Nel frattempo sono emerse nuove esigenze e nuove appartenenze; e mentre l’orizzonte si allarga verso realtà continentali e gli interessi si internazionalizzano, al tempo stesso (non sembri un paradosso) emergono le “piccole patrie”: l’appartenenza al campanile, l’orgoglio di tale appartenenza, la fisionomia localistica come tratto distintivo della propria individualità. I settentrionali sono sempre più nordisti e i meridionali sempre più sudisti; l’opinione nazionale si frantuma, così come si frantumano le omogeneità di partito e di classe.
Immagino che voi siate tutti ben consapevoli di quanto ho detto in questa lunga premessa. Ciò tuttavia implica alcune strategie editoriali delle quali finora noi non abbiamo tenuto conto – o per lo meno non abbiamo tenuto conto abbastanza nelle realizzazioni delle nostre edizioni locali.
Guardando ogni giorno – come ho l’obbligo di fare – tali edizioni io trovo che complessivamente esse descrivono, denunciano e approfondiscono i mali e i guasti della città, ma non individuano i valori positivi e le realizzazioni positive che ogni città comunque esprime. In una fase in cui lo spirito pubblico, anche il più progressista e critico, tende a fare corpo con la propria città, il nostro approccio rischia di farci considerare come estranei al tessuto cittadino.
Questo pericolo è reale specialmente in alcune città (a Roma si sente molto meno perché il “romanismo” è un fenomeno pressoché inesistente). Si sente molto meno anche a Napoli dove la nostra denuncia colpisce soprattutto situazioni degradate e malavitose. A Bologna la nostra edizione è più vicina alla città che non all’anticittà e quindi il pericolo che qui segnalo mi sembra meno presente. Ma è presente almeno in parte a Firenze, ed è presentissimo a Milano e a Torino.
A Milano e a Torino (questa è la mia fondata sensazione) noi siamo vissuti come giornale in qualche modo estraneo e ostile al tessuto cittadino. Nulla ho da dire dal punto di vista professionale sulle due edizioni in questione, che anzi sono tra le nostre migliori, ma molto ho da dire sul fatto che esse siano soprattutto critiche e non abbiano ancora individuato i valori positivi delle due realtà locali. La situazione è ovviamente aggravata dal fatto che in quelle due città noi ci troviamo ad affrontare i nostri due più temibili concorrenti, il Corriere della Sera e La Stampa, i quali fanno da sempre del “milanesimo” e del “piemontesimo” la loro caratterizzante bandiera. Ho avuto esempi in questi ultimi tempi di amici di Torino, di Milano e anche di Firenze – parlo di amici sicuri, orientati sulla nostra lunghezza d’onda – i quali lamentano una dose eccessiva di denuncia e appunto di estraneità nostra rispetto ai valori positivi e ai personaggi positivi delle rispettive città.
A me è difficile fornire a voi indicazioni operative; ma è doveroso che io vi fornisca quelle che in gergo militare si chiamano indicazioni strategiche, dalle quali spetta a voi trarre le conseguenze operative. E se il problema mi pare particolarmente vivo a Milano e a Torino, e in parte minore ma pur sempre visibile per Firenze, non toglie che esso vale per tutte le edizioni locali se esse vogliono interpretare la voce della città migliore e non soltanto interpretare un ruolo elitario che male si concilierebbe con gli obbiettivi editoriali che ci siamo proposti.
Conoscendovi ormai da gran tempo sono certo che queste mie indicazioni non verranno lette come un invito ad attenuare la polemica e il rigore del giudizio: l’una e l’altro vanno mantenuti al massimo. Ma accanto ad essi l’invito è appunto la valorizzazione dello spirito cittadino nella sua positiva specificità, nelle sue realizzazioni costruttive, nei suoi progetti e nelle sue doglianze verso il governo nazionale e verso la società nazionale. Queste indicazioni non riguardano ovviamente soltanto i settori della politica, dell’urbanistica e delle attività produttive ma anche quelli della cultura, dello spettacolo e dello sport, ed è anzi proprio in questi ultimi tre che molto spesso i valori di una città si realizzano e competono con il resto della comunità nazionale.
Sono ovviamente a vostra disposizione per approfondire l’argomento e intanto mi auguro che esso venga da voi meditato e tradotto in prodotti operativi.
Un saluto affettuoso.
Vostro Eugenio
Il testo è un ordine di servizio inviato dal direttore Eugenio Scalfari ai responsabili delle edizioni locali di Repubblica, datato Roma, 8 maggio 1990