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Gli angeli del fango che salvarono i libri

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A sessant’anni dall’alluvione di Firenzeuna mostra fotografica a Roma documental’impegno di un’intera generazione
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Roma è la città dei traslochi. Ogni giorno ditte specializzate svuotano case, destinate a essere ristrutturate e trasformate in alloggi turistici. Arredi e suppellettili finiscono nel migliore dei casi in camioncini diretti allo smaltimento della spazzatura. Le biblioteche invece vengono spesso scaraventate in strada accanto ai cassonetti. Quasi l’estremo passo – gettare i libri tra i rifiuti – nessuno volesse davvero compierlo. Un sottile senso di vergogna lo impedisce ancora: forse la memoria filogenetica della specie suggerisce anche ai non lettori (maggioranza della nazione) che quegli oggetti – i libri – siano stati qualcosa di importante e quasi sacro per gli esseri umani, fin da prima dell’invenzione della stampa e della carta.

L’immagine della piramide di volumi macerati dal nubifragio di qualche giorno fa, che si decompongono al sole di settembre su un marciapiede di Roma, mi accompagna nel giardino storico dell’Istituto Centrale per la Patologia degli Archivi e del Libro, d…

Roma è la città dei traslochi. Ogni giorno ditte specializzate svuotano case, destinate a essere ristrutturate e trasformate in alloggi turistici. Arredi e suppellettili finiscono nel migliore dei casi in camioncini diretti allo smaltimento della spazzatura. Le biblioteche invece vengono spesso scaraventate in strada accanto ai cassonetti. Quasi l’estremo passo – gettare i libri tra i rifiuti – nessuno volesse davvero compierlo. Un sottile senso di vergogna lo impedisce ancora: forse la memoria filogenetica della specie suggerisce anche ai non lettori (maggioranza della nazione) che quegli oggetti – i libri – siano stati qualcosa di importante e quasi sacro per gli esseri umani, fin da prima dell’invenzione della stampa e della carta.

L’immagine della piramide di volumi macerati dal nubifragio di qualche giorno fa, che si decompongono al sole di settembre su un marciapiede di Roma, mi accompagna nel giardino storico dell’Istituto Centrale per la Patologia degli Archivi e del Libro, dove si è appena inaugurata al pubblico la mostra, sostenuta dalla Direzione Generale Archivi del Ministero della Cultura La memoria restituita. La risposta di Roma all’alluvione di Firenze del 1966 (visibile fino al 6 novembre, a cura di Michela Palazzo): non una semplice celebrazione, fra quante si terranno per ricordare la sessantesima ricorrenza dell’alluvione di Firenze, ma un viaggio inedito nella devastazione, nella solidarietà e nel riscatto – perché l’alluvione del 4 novembre 1966 è uno degli eventi che hanno segnato la storia della tutela del patrimonio culturale, in Italia e non solo.

Qualche giorno dopo la piena, il sindaco Piero Bargellini lanciò un appello: «Tutto il mondo è sollecitato ad aiutare Firenze, perché Firenze possa essere ancora di tutto il mondo». E un’intera comunità (locale, nazionale, internazionale) si mobilitò – a mani nude – per strappare al fango le carte di istituzioni religiose, pubbliche e private, case editrici, aziende, i documenti dell’archivio di Stato (sei chilometri di scaffalature e 40 mila filze) e soprattutto i 300 mila volumi della Biblioteca Nazionale Centrale che, situata in un palazzo sulla riva dell’Arno, era stata travolta dalla marea d’acqua e di fango che quella mattina si riversò nel quartiere di Santa Croce (in piazza, raggiunse un’altezza di sei metri).

Nel giardino dell’Icpal (già Orto Botanico di Roma e ora uno dei suoi angoli più segreti, dietro via Nazionale), sui pannelli delle quattro sezioni (corredati da testi coevi di giornalisti e altri protagonisti), si susseguono istantanee in bianco e nero. Scatti colti nell’emergenza eppure di straordinaria efficacia estetica e, direi, morale. Nei magazzini e tra gli scaffali della Biblioteca Nazionale e dell’Archivio di Stato, accorsero cinquecento volontari (il comando militare aveva potuto mandare solo cinquanta soldati). Nelle fotografie, ragazzi e ragazze con stivali di gomma e abiti maculati di limo (i cosiddetti “angeli del fango”) si passano, formando una catena di braccia e di mani, quelli che sembrano sgocciolanti mattoni. Sono invece faldoni e libri. Moderni, antichi, antichissimi – addirittura codici e manoscritti del Medioevo (i cinquantasei Corali dell’Opera del Duomo, provenienti da Santa Maria del Fiore, con le trecentocinquanta miniature impregnate di acqua sporca). I giovani sorridono, orgogliosi, pure se fatica e stanchezza segnano i loro volti: un volume appesantito dall’acqua poteva pesare quaranta o cinquanta volte in più.

Quella “epopea di Firenze” – come la definì Guido Gerosa – appare un’operazione pietosa e tragica, come l’estrazione dalle macerie dei feriti di un terremoto. Diventa invece il più straordinario salvataggio del patrimonio culturale avvenuto in Italia. Milioni di pagine lavate, con doccia calda o fredda, disinfestate, fumigate, asciugate con essiccatoi e stufette elettriche, o anche solo stendendole al sole. I camion dell’esercito distribuiscono in varie zone d’Italia quelle “macerie”. Fra il 13 e il 26 novembre 21 camion scaricano a Roma circa 67 mila volumi. L’Istituto di Patologia del libro ha solo sei dipendenti (due chimici, due biologi, un igienista, un tecnologo): mancano mezzi e conoscenze, servono braccia e mani.

Gli specialisti dell’Icpal al lavoro oggi su alcuni volumi danneggiati 

 

Anche qui ci si appella agli studenti, che rispondono con entusiasmo. I “capelloni” dei licei romani (anche mille al giorno) si riuniscono al Palazzo della Civiltà del Lavoro: «con grembiuloni di gomma, cuffie, sovra-scarpe e guanti, a metà strada fra un salumaio e un chirurgo» (così racconta Francesco Belli, nella sezione di chiusura, con alcuni testimoni intervistati e fotografati oggi), soggetti a regole stringenti d’igiene per scongiurare infezioni, respirando odore di muffa e carta bagnata, eseguono, sotto la guida di restauratori ed esperti, le operazioni di primo recupero. La nebulizzazione, la disinfezione, la raschiatura con spugne e raschietti, la rimozione delle rilegature di pregio… I restauri proseguirono per anni. E l’esperienza maturata dopo l’alluvione contribuì a sviluppare e perfezionare tecniche, metodologie, attività di ricerca e formazione nella tutela. Oggi l’Icpal è un istituto d’avanguardia (che cura anche la laurea per abilitare alla professione di restauratore dei beni culturali).

È una mostra piccola e semplice, ma toccante e perfino gioiosa. Racconta di un Paese giovane che si mobilitò per salvare il proprio passato, e immaginare il proprio futuro. Una lezione attuale, nel mondo sconvolto dal cambiamento climatico in cui le catastrofi naturali non sono più eventi eccezionali ma sciagure sempre più frequenti e distruttive. Ricordando che il libro non è un oggetto qualunque, perfino obsoleto, ma un tesoro.

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