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Camillo De Lellis: “Non lasciamo la matematica a ChatGpt Noi pronti a collaborare”

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Lo scienziato: “Non amo i toni apocalittici: si può anche immaginare che useremo l’IA per liberarci di quella parte del lavoro che finora ha imbrigliato la nostra fantasia”
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Lo scorso 9 settembre OpenAI, l’azienda di ChatGpt, ha annunciato di aver risolto uno dei cosiddetti sette “problemi del millennio”, cioè quei problemi matematici particolarmente complessi non ancora del tutto chiari alla comunità scientifica. La scoperta, che riguarda le equazioni di Navier-Stokes che descrivono la dinamica di molti fluidi, ha fatto discutere. OpenAI è stata accusata da alcuni studiosi di plagio e di distorcere il senso del progresso scientifico. «Se l’IA risolve tutto, cosa resta della ricerca e del suo senso più profondo, quello di farci interrogare sull’universo che abitiamo?» è la critica che hanno mosso in molti. Così, al prestigioso Institute for Advanced Study di Princeton (Usa) – tra i suoi primi professori ci fu Albert Einstein – si è costituito un gruppo con alcuni dei migliori matematici al mondo, l’Advisory Group on Mathematics and Artificial Intelligence (Agmai), che si pone come interlocutore delle Big Tech. Obiettivo? «Fornire consulenza alle aziende d…

Lo scorso 9 settembre OpenAI, l’azienda di ChatGpt, ha annunciato di aver risolto uno dei cosiddetti sette “problemi del millennio”, cioè quei problemi matematici particolarmente complessi non ancora del tutto chiari alla comunità scientifica. La scoperta, che riguarda le equazioni di Navier-Stokes che descrivono la dinamica di molti fluidi, ha fatto discutere. OpenAI è stata accusata da alcuni studiosi di plagio e di distorcere il senso del progresso scientifico. «Se l’IA risolve tutto, cosa resta della ricerca e del suo senso più profondo, quello di farci interrogare sull’universo che abitiamo?» è la critica che hanno mosso in molti. Così, al prestigioso Institute for Advanced Study di Princeton (Usa) – tra i suoi primi professori ci fu Albert Einstein – si è costituito un gruppo con alcuni dei migliori matematici al mondo, l’Advisory Group on Mathematics and Artificial Intelligence (Agmai), che si pone come interlocutore delle Big Tech. Obiettivo? «Fornire consulenza alle aziende di IA sul loro rapporto con la comunità matematica, inclusa la presentazione e la diffusione responsabili dei risultati». OpenAI ha proposto a questo gruppo di collaborare. Tra gli scienziati dell’Agmai c’è un italiano, Camillo De Lellis, che lavora presso l’istituto americano e il nostro Gran Sasso Science Institute dell’Aquila.

Camillo De Lellis

 

Professor De Lellis, perché avete accettato di collaborare con OpenAI?

«Siamo un gruppo indipendente che ha l’ambizione di dialogare con tutte le maggiori aziende. Lo scopo è quello di far sentire la voce dei matematici su questioni di vitale importanza per la nostra materia».

Ritiene che l’azienda di Sam Altman voglia realmente cooperare o si tratta di un’operazione di marketing?

«Lo potremo scoprire solo se ci sediamo a un tavolo con loro, credo che la posta in gioco sia troppo alta per rifiutare di farlo».

L’IA ha risolto uno dei sette “problemi del millennio” ma nessuno sa come ha fatto. Che ne pensa?

«È vero, non abbiamo una comprensione profonda di come mai le IA siano diventate così efficienti, anche se non siamo troppo ignari del loro funzionamento. Comunque, da scienziato lo trovo un problema affascinante. Il fatto che l’IA possa produrre risultati considerati finora di grande rilevanza pone una serie di sfide. La principale è quale ruolo avremo noi umani negli sviluppi futuri».

Appunto, quale ruolo?

«Non possiamo lasciare alle macchine una parte così fondamentale della conoscenza: è necessario che gli esseri umani rimangano coinvolti. Con questa premessa, c’è chi, tra noi ricercatori, prospetta un futuro in cui ci limiteremo a compendiare quello che le macchine ci dicono. Non posso escludere che andrà così, ma allo stato attuale si può anche immaginare un domani diverso in cui, per esempio, useremo l’IA per liberarci da tutta quella parte del lavoro che finora ha imbrigliato la nostra fantasia».

Esiste una soglia oltre la quale l’IA smette di essere uno strumento e diventa una fonte autonoma di conoscenza?

«È una domanda filosofica e bisognerebbe intendersi sul significato di “fonte autonoma di conoscenza”.

Non stiamo infatti parlando di una rete neurale come AlphaZero, che ha “imparato” a giocare a scacchi facendo milioni di partite contro se stessa. Le IA di cui stiamo discutendo oggi sono basate sull’assimilazione di dati creati dagli umani. E quindi, per esempio in matematica, le loro soluzioni sono basate sulla vasta quantità di conoscenza generata da Pitagora a oggi».

Ma potremmo trovarci nel paradosso in cui le macchine sono più brave a risolvere problemi e noi meno capaci di capire quali questioni valga la pena risolvere?

«È uno dei possibili scenari futuri, però non credo sia il più probabile.

In ogni caso non è lo scenario in cui ci troviamo adesso: non abbiamo ancora avuto il tempo necessario per digerire tutte le novità e decidere in quale direzione procedere».

Concorda con alcuni suoi colleghi scienziati che vedono nell’IA una potenziale causa della fine dell’umanità?

«Non mi piacciono i toni apocalittici. Credo invece che abbiamo, come collettività, dei problemi molto seri da affrontare. Il più concreto è che l’IA potrebbe sfuggire al nostro controllo».

Potrà mai una macchina essere più intelligente di noi?

«Non vedo motivi per escluderlo, come non vedo motivi per esserne sicuro».

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