✕

La solitudine rumorosa di chi custodisce le parole

Ascolta l'audio

Va bene tutto, ma di fronte a un’opera dell’ingegno, di fronte alla cultura, non si accettano falsi. Ecco perché l’editoria può essere l’avanguardia in questa sfida. Ma non da sola
2 minuti di lettura

Non staranno espiando nell’ultima ora i loro peccati, in vista dell’imminente apocalisse del genere umano che gli stessi signori dell’intelligenza artificiale annunciano a giorni alterni, ma una certa inquietudine (eufemismo) la avvertono. Gli editori, a partire dai vertici e scendendo per la filiera del libro passando da direttori, editor, traduttori, correttori di bozze, uffici commerciali, distributori, cominciano a pensare senza dirlo forte che – forse – un giorno non lontano potrebbe anche venire giù tutto. Soprattutto se quelli che compongono l’ultimo e fondamentale anello della catena alimentare, i lettori, dovessero convincersi – ipotesi non folle in tempi di social, fake, complotti – che quello che stanno leggendo non sia stato scritto da un loro simile, ma da un insieme di algoritmi che mettono insieme misteriosamente parole, sintassi e trama, a volte, va detto, in modo più convincente degli umani.

Non staranno espiando nell’ultima ora i loro peccati, in vista dell’imminente apocalisse del genere umano che gli stessi signori dell’intelligenza artificiale annunciano a giorni alterni, ma una certa inquietudine (eufemismo) la avvertono. Gli editori, a partire dai vertici e scendendo per la filiera del libro passando da direttori, editor, traduttori, correttori di bozze, uffici commerciali, distributori, cominciano a pensare senza dirlo forte che – forse – un giorno non lontano potrebbe anche venire giù tutto. Soprattutto se quelli che compongono l’ultimo e fondamentale anello della catena alimentare, i lettori, dovessero convincersi – ipotesi non folle in tempi di social, fake, complotti – che quello che stanno leggendo non sia stato scritto da un loro simile, ma da un insieme di algoritmi che mettono insieme misteriosamente parole, sintassi e trama, a volte, va detto, in modo più convincente degli umani.

Nell’inchiesta pubblicata ieri da Repubblica emergono due aspetti: il primo è che chi dovrebbe controllare “l’umanità” di un testo è un guardiano artificiale, un software. Anzi, più di uno, e tra l’altro non arrivano alle medesime conclusioni. Una di queste intanto è costata l’esclusione a un candidato del Premio Goncourt, se non il Nobel, lo Strega francese. Insomma, è l’IA che controlla l’IA in quello che in ogni altro campo chiameremmo un palese conflitto d’interessi. Il secondo è che gli editori hanno mostrato una certa reticenza (altro eufemismo) nel commentare la situazione. Comprensibile, del resto: chi vive di parole scritte e deve garantirne, se non sempre la qualità, almeno l’originalità, fa bene a proteggere i propri strumenti di verifica come veri e propri segreti industriali.

Ma l’impressione è che gli editori siano, come tutti noi del resto, lasciati soli davanti a un nemico subdolo e proteiforme. Per dire, nell’anticipazione di ieri dell’ultimo rapporto Aie (l’associazione di categoria il cui acronimo comincia a suonare in modo sinistro), oltre al rassicurante dato dell’incremento del mercato di quasi il 3 per cento, nulla si accenna sulla questione IA. E perché dovrebbero essere loro, in effetti, ad autodenunciarsi, quando il problema dell’IA incide in modi ben più devastanti in altri settori, dal mercato del lavoro alla sicurezza alle nuove armi delle guerre in corso? Perché essere gli unici a lanciare l’allarme? Chi si scusa si accusa. Ragionamento comprensibile, ma sbagliato e probabilmente miope. Perché, anche se ogni categoria rivendica la propria peculiarità, l’editoria non è un settore come gli altri. Senza prenderla troppo da lontano, dal Quindicesimo secolo i proto-editori, cioè gli stampatori, sono i custodi, oltre che del mercato, di quella che in Occidente chiamiamo la civiltà del libro: il canone della cultura comune, dello scambio di idee e principi che dall’umanesimo a oggi costituiscono il fondamento del vivere civile, più o meno civile a fasi alterne. Tutto quello che siamo, almeno fino a quando non interverrà un nuovo paradigma fondato sulle immagini digitali, nasce dalle parole. Scritte prima di tutto.

Certo, ma ci sarà una differenza tra temere che un romance sia scritto con l’IA e che lo sia la Costituzione di uno Stato? Vero fino a un certo punto. Un esempio. Secondo un’inchiesta dell’Economist, oltre il 50 per cento dei discorsi dei parlamentari britannici sono scritti con l’intelligenza artificiale. Non si hanno stime su quanti siano in Italia, ma a giudicare da alcuni incresciosi incidenti che a volte affiorano, è prudente non escludere che il fenomeno sia piuttosto diffuso anche da noi.

Resta comunque, per quanto poco consolante, uno dei pochi dati trasparenti che abbiamo sull’uso dell’IA applicata alle parole pubbliche. Nulla sappiamo delle percentuali non umane di delibere comunali, disegni di legge, sentenze, fino ad arrivare a tesi di laurea e articoli accademici. Insomma, il tappeto di parole su cui camminiamo sta diventando pericolosamente scivoloso. Ma anche se non sapremo mai se una delibera regionale sia al 100 per cento umana né probabilmente il tema ci appassiona, se si tratta di un libro la soglia di attenzione del cittadino si alza immediatamente. Va bene tutto, ma di fronte a un’opera dell’ingegno, di fronte alla cultura, non si accettano falsi. Per questo l’editoria può essere l’avanguardia che per prima affronta il tema. Ma non da sola.

Nota metodologica. Questo articolo è stato scritto da un essere umano ed è pertanto imperfetto (altro eufemismo). Ringrazio l’intelligenza artificiale di aver scovato almeno tre refusi. Non altrettanto è stata utile nel trovare un’alternativa accettabile all’espressione “chi si scusa si accusa”. Il suggerimento proposto, quello della gallina che canta perché ha fatto l’uovo, avrebbe fatto infuriare ogni umano, troppo umano caporedattore.

Leggi i commenti