Cultura

La Fondazione Beyeler, tempio dell’arte contemporanea, moltiplica la bellezza

La Fondazione Beyeler, tempio dell’arte contemporanea, moltiplica la bellezza

A Basilea si inaugura l’ampliamento del museo disegnato da Renzo Piano. I nuovi edifici sono firmati da Peter Zumthor e anche il parco è uno spazio per le opere

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BASILEA – Ogni mezz’ora, il ragazzino di Maurizio Cattelan suona il suo tamburo. Se ne sta lì, appollaiato sulla cima come a fare dispetto all’austerità dell’edificio nuovo su cui siede: il blocco di pietra calcarea del Giura, disegnato dall’archistar Peter Zumthor. Benvenuti alla nuova Fondazione Beyeler di Basilea. Un’espansione che amplia di 1500 metri quadrati la superficie espositiva e che fa da contrappunto al nucleo originario di questo paradiso svizzero dell’arte, incastonato ai confini della Foresta Nera, con Francia e Germania a pochi passi.

Era il 1997 quando il museo progettato da Renzo Piano, di trasparenza ed essenzialità giapponese, apriva al pubblico. Adesso, nello stesso parco, lo guarda il Wyss Museum, che prende il nome dal presidente della Beyeler-Stiftung Hansjörg Wyss, principale sostenitore di un investimento complessivo che sfiora i 130 milioni di euro. A completare l’ensemble l’Ammann Pavillon, vetro e legno di quercia per accogliere performance e concerti. E l’Erlen Torhaus, una torre semplice, che richiama lo studio dello stesso Zumthor, destinata agli uffici e con un piano terra adatto alla ricognizione delle opere prima delle esposizioni. Ma ci sono anche il ristorante rivestito di celotex argentato da Rudolf Stingel, una serra attiva e un salon dove rilassarsi ascoltando vinili con copertine d’artista: dalla banana di Andy Warhol per i Velvet Underground in giù.

«Sin dai tempi di Piano si pensava a un ampliamento – dice il direttore Sam Keller – Lo spazio di Renzo e quello di Peter sono molto diversi, ma l’approccio è lo stesso. Il focus resta la relazione tra architettura e natura e l’utilizzo della luce. Questo rimane un museo su scala umana dove ci si sente a proprio agio, mai sovrastati». Il dentro e il fuori dialogano costantemente. Varcata la soglia del nuovo edificio, lo sottolinea il trompe-l’oeil di Wolfgang Tillmans, una finestra illusiva sul verde: è l’introduzione a Constellations, la mostra che raccoglie (fino al 5 settembre 2027, a cura di Keller e Theodora Vischer, che firma anche il catalogo aggiornato edito da Hatje Cantz) oggetti d’arte storici e nuovi della collezione avviata da Ernst e Hildy Beyeler nel secolo scorso. Come stelle del firmamento e pianeti, dipinti e sculture si allineeranno e cambieranno di posizione all’alternarsi delle stagioni.

Ecco allora Charles Ray con il ragazzo di Shoe Tie, appena acquistato, che cita lo Spinario della statuaria classica romana. Poco distanti, le Ninfee di Claude Monet – opera simbolo del nucleo originario della raccolta – guardano verso la grande vetrata lo stagno vero che le richiama. «Le abbiamo portate qui per capire se funzionavano in questo nuovo ambiente – chiarisce Keller – Era un test: ma cambieremo ancora. Tutti gli spazi saranno usati indifferentemente per mostre e opere della collezione».

Il re dell’impressionismo si riflette persino nelle sculture circolari di vetro blu e viola di Roni Horn, che cambiano a seconda della luce. Suggestioni acquatiche derivano anche da Unearthed – Abyss, l’arazzo di Otobong Nkanga. Sulle pareti di Zumthor le opere respirano, illuminate dalle grandi finestre secondo un perfetto manuale di allestimento. Vale per i Max Ernst e le decine di Magritte del primo piano, arrivati qui grazie a un prestito a lungo termine. Così come per il monumentale Balthus di Passage du Commerce-Saint-André e per i Calder destinati a salette che formano piccole mostre nella mostra.

Al secondo piano, Twombly, Brancusi, Agnes Martin si contendono la vista verso la Foresta Nera, da un lato, e le montagne del Giura dall’altro. Ferdinand Hodler gioca in casa con il suo paesaggio. E la coesistenza di natura e cultura qui non è teoria. Tornati all’esterno, inizia la caccia al tesoro nel parco che dallo scorso anno ha una conservatrice botanica, Rahel Kesselring, e si avvale dei 10 mila metri quadrati in più dell’Erlengarten. La più facile da stanare è l’ingombrante Maman di Louise Bourgeois, la madre-ragno incombe e si specchia nel laghetto. Cammina cammina, ci si imbatte nella casetta bianca di Rachel Whiteread, calco in negativo di un capanno impenetrabile. Non tradendosi mai, Pierre Huyghe ha permesso che la sua scultura Exomind fosse completata dalle api che in primavera ed estate torneranno in azione.

Le costellazioni continuano nell’edificio fondativo di Renzo Piano, dove si viene accolti dalle ninfee di Philippe Parreno, ormai stabili dal 2012, e ammirate dalla vetrata interna da un Giacometti. Una stanza tutta per sé è dedicata alla pittura di Marlene Dumas: con gruppo di famiglia in un interno lynchiano, corpi nudi, primi piani femminili, tra cui quello struggente di Amy Winehouse. Alle spalle del museo, tornati nel verde, ci si ferma a contemplare il gargoyle scolpito da Thomas Schütte nello stagno. Improvvisamente, una nebbia fitta e densa lo copre del tutto e invade lo spazio dello spettatore, circondandolo. È la scultura immateriale di Fujiko Nakaya. Poi tutto si dissolve. Nel giardino di delizie della Beyeler l’arte è ancora un grande gioco, una partita a scacchi tra l’effimero e l’eternità.

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