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Tornare a scuola d’emozioni nel nuovo romanzo di Chiara Gamberale

Chiara Gamberale 

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Leggendo, si ride e ci si interroga: che genitori siamo oggi, che bambini siamo stati? Rispondere è difficile, e può fare paura
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Insegnanti, che vedete sfilare la più varia umanità genitoriale trovandovi, di conseguenza, a gestire bambini se va bene confusi, se va male feriti: Liberi tutti, il nuovo romanzo di Chiara Gamberale (Feltrinelli), è dedicato a voi. Protagonista e voce narrante, infatti, è Titti, maestra di italiano in una prima elementare romana.

I personaggi descritti? Quelli osservabili ogni anno in ogni classe di ogni scuola del mondo. Ci sono i coniugi “Tuttobeeene”, efficienti manager di un’azienda chiamata famiglia; ma uno dei loro due gemelli chiama il compagno filippino «bambino delle pulizie» e l’altra è inchiodata al ruolo della brava a ogni costo (avvertenza: nel libro, come nella vita, il comportamento dei piccoli è la manifestazione del demone che infesta la casa). Questa, preannuncia Titti, è la situazione «più normale». C’è la coppia formata da una donna in carrierissima e un musicista fallito: lei sotto sotto (ma neanche tanto sotto) lo disprezza, lui rimpiange quello che poteva esser…

Insegnanti, che vedete sfilare la più varia umanità genitoriale trovandovi, di conseguenza, a gestire bambini se va bene confusi, se va male feriti: Liberi tutti, il nuovo romanzo di Chiara Gamberale (Feltrinelli), è dedicato a voi. Protagonista e voce narrante, infatti, è Titti, maestra di italiano in una prima elementare romana.

I personaggi descritti? Quelli osservabili ogni anno in ogni classe di ogni scuola del mondo. Ci sono i coniugi “Tuttobeeene”, efficienti manager di un’azienda chiamata famiglia; ma uno dei loro due gemelli chiama il compagno filippino «bambino delle pulizie» e l’altra è inchiodata al ruolo della brava a ogni costo (avvertenza: nel libro, come nella vita, il comportamento dei piccoli è la manifestazione del demone che infesta la casa). Questa, preannuncia Titti, è la situazione «più normale». C’è la coppia formata da una donna in carrierissima e un musicista fallito: lei sotto sotto (ma neanche tanto sotto) lo disprezza, lui rimpiange quello che poteva essere e non è stato, tenta la fuga con un’altra ma poi, all’idea della separazione, si getta ai piedi della moglie «manipolatrice, anaconda» (parole sue) perché in fondo la galera dà sicurezza ed è comodo avere una carceriera a cui dare tutte le colpe. La figlia ha nel cervello un arbitro impietoso, pronto a fischiare davanti a ogni possibilità di sconfitta. C’è la single che più single non si può (è rimasta incinta con il seme di un donatore anonimo), autrice di un podcast sui M.E.I.C., Maschi eterosessuali in crisi: a lei si deve la riuscitissima metafora «uno a cui si è rotto il bue» (si parla di un presepe. Emotivo, ma presepe). La sua bambina è tutto per lei, lei è tutto per la sua bambina. Da sempre dormono nello stesso letto: sembra amore ma è un cappio, al collo di entrambe.

Un altro matrimonio è vissuto come una continua metafora: incontrare la donna della tua vita è come leggere il tuo piatto preferito su un menù, se prima eri indeciso «cosa vuoi a quel punto lo sai»; l’ex di lei è «il coccodrillo» che le «ha spezzato le ali»; fino alla più stantia, gli innamorati sono come «le due metà di una mela». Il figlio è un mentitore seriale, ma un amore imprevisto (c’entra un bidello con i capelli lunghissimi e gialli. «Non biondi: proprio gialli. Ogni tanto fucsia o verdi») libererà lui, il padre e la madre da ciò che davvero è letale: non la bugia ma l’ambiguità. L’ultima coppia di genitori ha perso una figlia di sette anni. Nel loro ristorante, battezzato con il nome di lei, hanno creato un cenacolo-charity per ricordarla e aiutare altri piccoli ospedalizzati. Niente di male. Non fosse che il secondogenito è il bambino meno “visto” della terra, costretto a comportarsi da piccolo lord per non disturbare e non dare altri dispiaceri, accumulando odio (diretto al compagno che lo chiama «secchione di merda», per cui lo giustifichiamo) ma anche sentendosi «stanco di essere lui».

Ognuno è impastoiato nei suoi guai, creati da sé o subiti. Ci penserà la mite, insospettabile maestra a “liberare tutti” (con metodi spesso discutibili). Nel libro c’è molto amore: amore quando una donna non lo aspettava più, ma continuava a «sperare che la vita toccasse a lei»; amore per tornare uomini; amore capace, da quando c’è, di far pensare «molto meno alla morte. Ci sono giornate intere che addirittura passo senza pensarci mai»; amore scandaloso, espresso in modo un po’ grottesco («sei la mia signora perbene», dice il gay all’inappuntabile commercialista in via di conversione); i primissimi amori, quelli tra bambini. E c’è tanto altro: la bellezza cercata, e trovata, proprio perché in casa si è respirata solo bruttezza.

Le confidenze sulla fatica di essere genitori e, quasi, non più persone. La ferita dell’infanzia, che se non curata «va a finire che la confondi con l’intera persona che sei». La pietà verso i prepotenti quando «non si accorgono che hanno esagerato, che presto succederà qualcosa di tremendo, e continuano a comportarsi come al solito». La certezza di esistere per sempre gli uni per gli altri, mentre «quasi nessuno — nel giro di tre, quattro anni — esisterà più per nessuno». Leggendo, si ride e ci si interroga: che genitori siamo, che bambini siamo stati? Rispondere è difficile, e può fare paura. Intanto, le ultime pagine raccontano chi è stata Titti, e spiegano chi è diventata.

Il libro - Liberi tutti di Chiara Gamberale (Feltrinelli, pagg. 208, euro 18)

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