La libertà non esiste, ma esiste l’idea di libertà, e molte volte le idee fanno più storia di quanta ne facciano gli eventi che si crede le determinino. Lo stesso può dirsi a proposito di Dio. Dio nessuno l’ha mai visto, ma l’idea di Dio ha fatto sì che tutti i popoli, a qualsiasi latitudine e fin dall’origine dei tempi, abbiano creduto nell’esistenza degli dèi o di Dio, e non c’è popolo nella storia che da questa idea non si sia fatto guidare.
L’idea di libertà è utile alla religione, alla morale e al diritto, perché dalla libertà discende la responsabilità, e dalla responsabilità la punibilità. Eppure la nostra vita è decisa dalla nostra identità, frutto della genetica e dell’ambiente in cui siamo cresciuti. Quelle che appaiono come nostre scelte sono in realtà manifestazioni del nostro patrim…
La libertà non esiste, ma esiste l’idea di libertà, e molte volte le idee fanno più storia di quanta ne facciano gli eventi che si crede le determinino. Lo stesso può dirsi a proposito di Dio. Dio nessuno l’ha mai visto, ma l’idea di Dio ha fatto sì che tutti i popoli, a qualsiasi latitudine e fin dall’origine dei tempi, abbiano creduto nell’esistenza degli dèi o di Dio, e non c’è popolo nella storia che da questa idea non si sia fatto guidare.
L’idea di libertà è utile alla religione, alla morale e al diritto, perché dalla libertà discende la responsabilità, e dalla responsabilità la punibilità. Eppure la nostra vita è decisa dalla nostra identità, frutto della genetica e dell’ambiente in cui siamo cresciuti. Quelle che appaiono come nostre scelte sono in realtà manifestazioni del nostro patrimonio genetico e del nostro condizionamento ambientale che sono alla base della nostra intera vita. A deciderle, infatti, sono il luogo in cui siamo nati, la famiglia in cui siamo cresciuti, le condizioni economiche e culturali di questa famiglia, i rapporti affettivi che la caratterizzavano, le opportunità che ci sono state offerte, le scuole che abbiamo frequentato, gli insegnanti che abbiamo incontrato, le nevrosi che abbiamo acquisito a partire dall’ambiente in cui siamo cresciuti, i riconoscimenti e i misconoscimenti che hanno accompagnato la nostra crescita, le amicizie che abbiamo frequentato. Tutti fattori, questi, che – insieme al nostro patrimonio genetico – costruiscono la nostra identità che, dunque, non è il frutto di una nostra scelta, ma il risultato dei due fattori condizionanti: la genetica e l’ambiente.
Nasce da qui l’insolubile conflitto tra identità e libertà. O io sono quello che sono (identità) e quindi non posso mettere in atto comportamenti diversi da quelli che scaturiscono dalla mia identità, oppure mi ritengo “libero” di mettere in atto comportamenti diversi, ma allora la mia identità, e con essa la fiducia sociale che poggia sulla mia identità, vanno in frantumi e io non sono più riconoscibile per quello che sono. E infatti, salvo i casi patologici di sdoppiamento della personalità, dalle persone che conosciamo, a partire dalla loro riconosciuta identità, ci attendiamo certi comportamenti e non altri. Nascono da qui l’affidabilità e la fiducia reciproche che sono il fondamento della coesione sociale, la quale sarebbe impossibile se le scelte delle persone fossero del tutto sganciate dalla loro identità e quindi imprevedibili.
Giusto per fare un esempio: abbiamo scelto noi di comunicare con un cellulare o di lavorare con un computer? No! Perché, se oggi volessimo prescindere da questi strumenti, subiremmo una sorta di esclusione sociale. Allora la tecnica è già diventata sociologia, ma potrei anche aggiungere psicologia e addirittura psicopatologia, se è vero che, ad esempio, la depressione, che nell’età della disciplina aveva come tematica il senso di colpa, oggi – nell’età dell’efficienza, della funzionalità, della produttività e della velocizzazione del tempo – ha come sua tematica il senso di insufficienza o di inadeguatezza per ciò che si potrebbe fare e non si è in grado di fare, o non si riesce a fare secondo le attese dell’apparato di appartenenza, a partire dalle quali ciascuno misura il valore di se stesso.
Nonostante queste constatazioni, è diffusa la persuasione che nell’età della tecnica si sia ampliato lo spazio della libertà, perché si è passati dal semplice “diritto di obbedire o disobbedire”, tipico delle società pre-tecnologiche, al “diritto di scegliere”. Ma qui passa inosservato il fatto che la nostra scelta è circoscritta non al tipo di personalità da esprimere, ma al tipo di prestazione a cui si è vincolati. Infatti, se l’identità personale è data dalle prestazioni svolte all’interno dell’apparato di appartenenza, nell’età della tecnica non si dà libertà se non come libertà di ruolo.
È diffusa la persuasione che oggi, a differenza delle epoche trascorse, almeno l’amore sia una “libera scelta”. A smentire questa persuasione è una semplice riflessione. Se io ti dico «Ti amo», chi parla: la mia passione, il mio desiderio, la mia idealizzazione, la mia immaginazione, la mia angoscia di solitudine, la mia voglia di emancipazione, il mio bisogno di realizzazione? La domanda non è retorica. Segna piuttosto un ribaltamento radicale circa il modo di considerare l’amore, quasi sempre pensato come qualcosa in possesso dell’Io, qualcosa di cui l’Io può disporre con le sue scelte. Ma Amore non è una faccenda dell’Io. Per questo nessuno crede fino in fondo all’altro quando dice: «Io ti amo». A ricordarcelo è Sigmund Freud là dove, in Una difficoltà della psicoanalisi (1917), scrive: «L’Io non è padrone in casa propria», perché inconsce sono le forze che determinano quelle che l’Io considera sue libere scelte.
Infatti, nella ricerca di una relazione con l’altro, in cui l’amore propriamente consiste, subdolamente si nasconde quel fraintendimento che, all’altro, antepone la ricerca di sé, per cui in primo piano non c’è l’altro, ma il bisogno di realizzare se stessi. Ma così l’amore si avvolge nel suo enigma, dove il desiderare, lo sperare, l’intravedere una possibilità di realizzare se stessi cozza con la natura dell’amore, che è essenzialmente relazione all’altro, dove i due smettono di impersonare ruoli, di compiere azioni orientate a uno scopo, ma, nella ricerca della propria autenticità, entrambi cercano nel tu il proprio se stesso.
Se questo è vero, nell’età della tecnica, dove sembrano frantumati tutti i legami sociali, l’amore, più che una relazione all’altro, appare come un culto esasperato della propria soggettività, in perfetta coerenza con l’esasperato individualismo a cui non cessa di educarci la nostra cultura, per la quale l’altro è solo un mezzo per l’accrescimento di sé. E così, nell’età della tecnica, dove non c’è azione che non sia diretta a uno scopo, l’amore, che all’individuo appare come salvezza residua da questo scenario ineluttabile, finisce paradossalmente per confermare questo stesso scenario nel regime dell’intimità, dove il tu è funzionale all’Io, proteso alla ricerca di sé e del proprio riscatto dall’anonimato sociale spinto fino ai limiti dell’insignificanza.
Il libro – L’illusione della libertà di Umberto Galimberti (Feltrinelli, pagg. 160, euro 13)