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Fabio Geda. Gli angeli del fango di ieri e i ragazzi di oggi rimasti senza speranza

Fabio Geda 
Come è cambiato l’impegno giovanile nel racconto dell’autore che dedica il suo nuovo romanzo alla Firenze del 1966
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Nel novembre del 1966, l’anno in cui inizia a fermentare il Sessantotto e si radicano gli anni Settanta, in risposta alla disastrosa esondazione dell’Arno migliaia di ragazze e ragazzi si riversano spontaneamente a Firenze. In gruppo, da soli, dall’Italia, dall’estero. Non sono un movimento organizzato e tantomeno politico, ma in quel bisogno di partecipare e di rendersi utili c’è lo scatto di una generazione che sta per occupare la scena culturale.

Sono i figli e le figlie del miracolo economico e della scolarizzazione di massa. L’Italia da cui vengono ha conosciuto in pochissimo tempo una trasformazione gigantesca e dopo aver attraversato guerra e miseria ha imparato a credere in un futuro migliore. Ma quando quella generazione entra in scena, ecco che la fiducia nell’eterno sorpasso (l’omonimo film di Dino Risi è di quattro anni prima) inizia a mostrare le prime crepe.

Mettersi a fare dei paragoni tra i giovani di allora e quelli che stanno scendendo in piazza in questi giorni è un…

Nel novembre del 1966, l’anno in cui inizia a fermentare il Sessantotto e si radicano gli anni Settanta, in risposta alla disastrosa esondazione dell’Arno migliaia di ragazze e ragazzi si riversano spontaneamente a Firenze. In gruppo, da soli, dall’Italia, dall’estero. Non sono un movimento organizzato e tantomeno politico, ma in quel bisogno di partecipare e di rendersi utili c’è lo scatto di una generazione che sta per occupare la scena culturale.

Sono i figli e le figlie del miracolo economico e della scolarizzazione di massa. L’Italia da cui vengono ha conosciuto in pochissimo tempo una trasformazione gigantesca e dopo aver attraversato guerra e miseria ha imparato a credere in un futuro migliore. Ma quando quella generazione entra in scena, ecco che la fiducia nell’eterno sorpasso (l’omonimo film di Dino Risi è di quattro anni prima) inizia a mostrare le prime crepe.

Mettersi a fare dei paragoni tra i giovani di allora e quelli che stanno scendendo in piazza in questi giorni è un esercizio rocambolesco, ma alcune variabili sono evidenti.

La prima è che nel corso degli anni Sessanta la delusione derivava dalle aspettative insoddisfatte, mentre oggi precede la costruzione stessa delle aspettative. In modi diversi, con sfumature diverse, tanto gli studenti che chiedono più risorse per la scuola quanto i giovani che si avventano sui negozi nelle vie dello shopping, hanno la sensazione che il futuro stia collassando. E dalla studentessa che non trova una stanza nella città in cui frequenta l’università, agli autotrasportatori, a chi non ha soldi per curarsi o badare ai genitori anziani, agli adolescenti di seconda generazione cresciuti in Italia trattati come ospiti indesiderati, sono ampi gli strati di popolazione che non si sentono visti, ascoltati e riconosciuti.

Non hanno forse diritto, gli studenti medi, di scendere in piazza per ottenere risposte su un sistema scolastico già fortemente sottofinanziato a cui il governo, nel 2026, ha tagliato altri 25 milioni? Ciò che colpisce non è tanto che siano arrabbiati loro, piuttosto che siano scesi in piazza ancora così pochi genitori, così poche famiglie, che lo stesso corpo docenti abbia impiegato così tanto a decidere di schierarsi al loro fianco (e su questo sarebbe interessante approfondire la responsabilità dei sindacati).

E le violenze? Be’, attenti a non restare imbambolati di fronte al dito che indica la luna. «I giovani amano troppo e odiano troppo», diceva Aristotele nel secondo libro della Retorica, «tutti i loro errori vanno nel senso dell’eccesso e della veemenza». Sono sfrontati, certo, anche neurologicamente: nel senso che la corteccia frontale, l’area del controllo, è ancora in costruzione. Ma a essere invece pienamente sviluppata è l’area del desiderio: esattamente ciò che la società adulta sta violentemente picconando. Non hanno forse il diritto di essere furibondi?

Chi oggi ha vent’anni non è certo figlio di un miracolo economico come i ragazzi e le ragazze del ’66. È cresciuto tra incertezze, pandemie, cambiamenti climatici, ed è immerso in un progresso tecnologico che non si capisce più se siamo noi a gestire lui o lui a gestire noi. Il futuro che alla fine del Novecento assomigliava a una promessa ha assunto l’aspetto di una minaccia. Speriamo affrontabile, ma comunque una minaccia. Con la differenza che all’epoca i giovani erano tantissimi. Oggi no. Il peso demografico, e quindi politico, di chi ha tra i quindici e i trent’anni è sceso da circa il 25% degli anni Sessanta (un quarto della popolazione) a poco più del 15% di oggi. Chi ha più futuro davanti è chi ha meno potere di indirizzarlo.

Quando il Tanaro esondò in Piemonte, nel 1994, tra i giovani che accorsero a spalare il fango c’ero pure io. Nonostante il volontariato di protezione civile esistesse ormai da un decennio ricordo un discreto caos e un identico entusiasmo. Credo sia in quell’esperienza, per me importantissima, che il desiderio di scrivere Cencio trova le sue radici più profonde. Ma i disastri naturali offrono un compito tanto drammatico quanto leggibile: ogni gesto è collegato all’effetto. Cosa che non vale per molte delle cause intorno alle quali oggi ci si mobilita. La crisi climatica è globale e sistemica, così come lo sono le migrazioni o le disuguaglianze economiche. È difficile individuare un momento preciso nel quale il lavoro possa dirsi concluso. Tra una campagna di sensibilizzazione e il cambiamento che si vuole produrre si frappongono istituzioni sovranazionali, interessi economici e tempi che spesso superano quelli di una generazione. La sproporzione fra il gesto e il problema è enorme. Ed è difficile percepirne l’efficacia, vedere dove finisce il proprio gesto e dove comincia davvero il cambiamento.

C’è semmai un equivoco che riguarda noi adulti. Qualche anno fa, durante un incontro in una scuola, dissi a una platea di adolescenti che noi adulti abbiamo fiducia in loro. Dal fondo della sala una ragazza di sedici anni alzò la mano. «Sono molto contenta che voi adulti abbiate fiducia in noi giovani», disse. «Penso però che sarebbe anche ora che cominciaste ad averla in voi stessi, non crede?». Aveva ragione. Da allora penso che la parola giusta non sia fiducia, ma alleanza. Perché chiedere ai giovani di cambiare il mondo è anche un modo molto elegante per sottrarci al compito di cambiarlo insieme a loro.

Il libro – “Cencio” di Fabio Geda (Einaudi Stile libero, pagg. 240, euro 18,50). L’autore lo presenta il 21 ottobre a Torino alle ore 17:30 presso la libreria Il ponte sulla Dora; il 22 ottobre a Milano alle ore 18 alla libreria Trittico, in dialogo con Camilla Ronzullo; il 5 novembre a Firenze alle ore 18.30 presso al cinema Giunti Odeon, in dialogo con Nicoletta Verna

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