Cento anni di “Fiesta”, il romanzo della generazione perduta
di Sara ScarafiaErnest Hemingway
Cento anni, un giorno. Un secolo fa, il 22 ottobre del 1926, Ernest Hemingway pubblicava il suo primo romanzo. Si intitolava Fiesta ed era destinato a entrare nel canone insieme con il suo straordinario autore che nel 1954 vincerà il Nobel. Fiesta, The Sun Also Rises racconta le avventure spagnole di un gruppo di amici, americani e inglesi espatriati a Parigi, che partono per assistere alle corride della festa di San Firmino di Pamplona. È il romanzo della «generazione perduta», come lo definì Gertrude Stein, mentore del giovanissimo Hemingway: il salotto parigino della scrittrice, frequentato da artisti come Picasso e Matisse e scrittori come Hemingway e Fitzgerald, è ormai leggenda. Fu lei a consigliare al giovane amico di andare in Spagna, terra che incantò il futuro autore di Addio alle armi.
Andò più volte a vedere il rito della corrida, la prima con la moglie Hadley Richardson e Dos Passos. Poi, nel 1925, Hemingwa…
Cento anni, un giorno. Un secolo fa, il 22 ottobre del 1926, Ernest Hemingway pubblicava il suo primo romanzo. Si intitolava Fiesta ed era destinato a entrare nel canone insieme con il suo straordinario autore che nel 1954 vincerà il Nobel. Fiesta, The Sun Also Rises racconta le avventure spagnole di un gruppo di amici, americani e inglesi espatriati a Parigi, che partono per assistere alle corride della festa di San Firmino di Pamplona. È il romanzo della «generazione perduta», come lo definì Gertrude Stein, mentore del giovanissimo Hemingway: il salotto parigino della scrittrice, frequentato da artisti come Picasso e Matisse e scrittori come Hemingway e Fitzgerald, è ormai leggenda. Fu lei a consigliare al giovane amico di andare in Spagna, terra che incantò il futuro autore di Addio alle armi.
Andò più volte a vedere il rito della corrida, la prima con la moglie Hadley Richardson e Dos Passos. Poi, nel 1925, Hemingway si decise a prendere la penna e a scrivere, in poco più di due mesi, il romanzo che sconvolgerà la letteratura con una lingua nuova, con personaggi scorrettissimi, belli e dannati. Era il suo mondo quello che raccontava; ma, per il miracolo che solo la grande letteratura riesce a compiere, è anche il nostro. Siamo negli anni Venti.
La Grande Guerra ha seminato disperazione e morte e ha quasi cancellato una generazione di giovani mandati a morire. E cosa c’entra la morte con il triangolo amoroso che Il sole sorge ancora racconta nelle sue pagine che inventano un genere e si impongono subito nel panorama mondiale? Cosa c’entra Brett, lady Ashley, una protagonista libera, dirompente per quegli anni, una femme fatale, con la tragedia che ha devastato l’Europa? Cosa c’entra questa generazione di aspiranti scrittori e giornalisti che, come dice il romanzo, si comportano tutti molto male?
«È un romanzo potentissimo che come altre opere di Hemingway sembra semplice e appassionante anche se in realtà è un'opera complessa», dice Matteo Nucci, finalista allo Strega 2026 con Platone, che all’autore di Fiesta, del quale è un avido lettore, ha dedicato Sognava i leoni. L’eroismo fragile di Ernest Hemingway (HarperCollins). «Fiesta è un romanzo sulla morte. La generazione perduta alla quale allude Stein è fatta da quei ragazzi e quelle ragazze che venivano dalla guerra e che erano perduti proprio perché avevano vissuto quell’esperienza. Il romanzo è subito un successo perché ci sono figure all’avanguardia, pensiamo a Brett. Ma quello che resta, un secolo dopo, è il fatto che il vitalismo estremo che racconta, un vitalismo molto tipico di Spagna, è un tentativo di vincere la morte».
Nucci lo definisce un libro «pieno di malinconia, terribilmente malinconico». Come si vince la morte? «Con il gesto effimero, con la bellezza effimera, quella momentanea. Quella che Hemingway chiama "la grazia sotto pressione”: l'uomo che è consapevole della sua mortalità gioisce dell’essere vivo ed esprime questa gioia di vita nel gesto. Un gesto che è sotto pressione perché dietro l'angolo c'è la morte. Il rito tauromatico è un rito tragico che ha al centro la morte».
Con Fiesta, Hemingway, che non ha neanche trent’anni, inventa una lingua nuova. «Hemingway è noto per avere questa lingua che sembra molto piana - dice Silvia Pareschi che sta finendo di tradurre Per chi suona la campana e ha già tradotto Il vecchio e il mare e Addio alle armi - Una scrittura basata su parole molto concrete, brevi; anche le frasi sono spesso brevi, con una punteggiatura molto ritmata e una sintassi apparentemente elementare. Ma in realtà Hemingway non è affatto uno scrittore semplice: la sua semplicità è una delle costruzioni stilistiche più sofisticate della letteratura del Novecento. Dietro c'è un lavoro enorme, una ricerca sul ritmo, fondamentale per lui, sulle ripetizioni che danno questo andamento quasi ipnotico e sulle omissioni. Hemingway è uno scrittore che non spiega, che lascia fuori spesso quello che conta di più: è il lettore che deve capire che cosa c'è sotto il famoso iceberg. La famosa teoria dell'iceberg: sulla pagina c'è un ottavo della narrazione, sotto, nascosti, ci sono i sette ottavi: quello che i personaggi non riescono o non vogliono dire». Maestro di dialoghi, è un autore difficile da tradurre: «Non si può arricchire né banalizzare. La sua è una scrittura geniale, basata su uno stile preciso, sperimentale, che punta su una forma controllata che ribolle di emozione. Mai Hemingway è stato uno scrittore freddo».
Con Fiesta, con i suoi romanzi e i suoi racconti, ha formato generazioni di scrittori. Vincenzo Latronico, finalista al Booker Prize con Le perfezioni, ricorda perfettamente quando ha incontrato Fiesta: «Era il 2004, ero a Parigi in visita a una ragazza che era lì in Erasmus e che amavo pazzamente. Le sere lavorava in un bar chiamato Le fée e io mi sedevo in un angolino a leggere. Avevo portato un solo libro. Ma lei mi disse di leggere Fiesta, il suo romanzo preferito. Non ricordo più i dettagli ma ricordo che mi colpì davvero molto profondamente». «Mi ricordo di aver letto Fiesta al liceo pensando che fosse un romanzo sul Grand Tour. E lo è - dice Chiara Valerio - Solo che è anche una travagliata vicenda che mette in opposizione innamoramento e amore; è un romanzo sull'antisemitismo, sulle risposte violente, sui tori mattati e, infine, sull'alcol che tutto copre, tutto accende e tutto spegne. Insomma, come sempre Hemingway, un Grand Tour nell'anima e nei comportamenti umani. La geografia umana di Hemingway». Gaja Cenciarelli, scrittrice, traduttrice e insegnante appassionatissima di Hemingway, definisce Fiesta immortale e paradigmatico: «Jake è un dark romantic hero, un Mr Rochester moderno, mutilato, innamorato. Un eroe - o forse un antieroe - perdutamente innamorato di Brett, la donna che non si nasconde, invece, che usa il corpo per i suoi fini, una donna libera e manipolatrice. Tutti i personaggi ci appartengono, perché parlano delle nostre debolezze e dei nostri fallimenti; delle nostre dipendenze affettive, di violenza, di solitudine. Tutti i personaggi sono quello che noi siamo, siamo stati e saremo, almeno una volta nella vita. Tutti, a tratti, pedine. Tutti su una scacchiera che ci vede interagire per paura, voglia di riscatto, superbia, desiderio di essere amati».
Cento anni dopo, il sole sorge ancora sull’eterno Fiesta.