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Robert Harris: “Agrippa ci fa capire oggi l’Occidente in crisi”

Lo scrittore Robert Harris nel suo studio di Kintbury, nel Berkshire

 

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Il grande romanziere torna indietro nel tempo per rileggere la figura del generale romano che divenne il numero due di Augusto. Con una lezione: “Vide il rischio per la democrazia ma non si oppose. Come adesso fanno in molti”
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Kintbury (Regno Unito)

«Io parlo con le statue». Scusi, Robert Harris? «Ho bisogno di dialogare fisicamente con le sculture dei miei protagonisti, per scrivere i miei romanzi. Difatti questo è il busto di Agrippa». Che è anche il titolo dell’ultimo, strabiliante romanzo dello scrittore inglese (in Italia edito da Mondadori) sul misterioso generale romano. Chi era davvero Marco Vipsanio Agrippa, il cui nome deriva di aegre partus (partorito con difficoltà), forse figlio illegittimo di Giulio Cesare, il cagionevole auto esilio a 50 anni da cui parte il libro e le sue tracce quasi tutte rimosse dalla Storia? «Ho visto la scritta “M. Agrippa L.f. cos. tertium fecit” a lui dedicata sul maestoso Pantheon a Roma e mi sono convinto». Ed è un’opera straordinaria e profonda, che riscrive la vita di Agrippa, incuneandosi tra le pieghe della Storia ingrata verso di lui.

Kintbury (Regno Unito)

«Io parlo con le statue». Scusi, Robert Harris? «Ho bisogno di dialogare fisicamente con le sculture dei miei protagonisti, per scrivere i miei romanzi. Difatti questo è il busto di Agrippa». Che è anche il titolo dell’ultimo, strabiliante romanzo dello scrittore inglese (in Italia edito da Mondadori) sul misterioso generale romano. Chi era davvero Marco Vipsanio Agrippa, il cui nome deriva di aegre partus (partorito con difficoltà), forse figlio illegittimo di Giulio Cesare, il cagionevole auto esilio a 50 anni da cui parte il libro e le sue tracce quasi tutte rimosse dalla Storia? «Ho visto la scritta “M. Agrippa L.f. cos. tertium fecit” a lui dedicata sul maestoso Pantheon a Roma e mi sono convinto». Ed è un’opera straordinaria e profonda, che riscrive la vita di Agrippa, incuneandosi tra le pieghe della Storia ingrata verso di lui.

Incontriamo Harris nel suo sacro ed enorme studio, in una principesca villa ex canonica nella campagna inglese del Berkshire. Migliaia di libri, incluse le traduzioni dei suoi capolavori Fatherland, Enigma e Il ghostwriter, poi i busti di Cesare, Cicerone e Agrippa, un camino di marmo, i tappeti scarlatti sul pavimento ligneo, la scrivania con i sigari che fuma mentre scrive, monete romane antiche, una lampada a petrolio. Nel cottage a fianco sta lavorando al suo prossimo romanzo anche Gill Hornby, sorella dello scrittore Nick e moglie di Robert. Lessico famigliare. Il 69enne Harris invece è pronto per il suo tour in Italia: sarà a Roma il 6 novembre e a Lecco il giorno dopo, per questo romanzo che «copre l’intera vita di Agrippa, dal 63 al 12 avanti Cristo: dal consolato di Cicerone al potere di un solo uomo, Augusto. Come sta accadendo anche oggi negli Usa e in Occidente».

Ci racconti, Harris.

«La storia di Agrippa si specchia perfettamente nel mondo odierno e negli Stati Uniti di Trump. Perché una repubblica plurisecolare collassa nel dominio di un uomo forte, circondato dal suo clan di ricchi. E forse la cosa più sconvolgente è vedere quanto le persone siano disposte a rinunciare alle vecchie libertà in nome della stabilità offerta da un politico, seppur brillante come Augusto, che instaura un’autocrazia senza mai farsi chiamare re. I romani non reagirono, e lo stesso sta accadendo oggi».

Perché?

«Molti non si rendono conto di come le nostre libertà possano evaporare improvvisamente. Nell’America di Trump, il Parlamento viene ignorato, il dibattito è ai minimi termini, pochi miliardari hi-tech controllano i mezzi di comunicazione e riscrivono la Storia con i loro algoritmi. Mentre la soglia di attenzione della popolazione si abbassa sempre di più. Certo, continuerà a sembrare una democrazia, con le elezioni e il resto. Ma il suo potere è sempre più vacuo. È agghiacciante».

Quindi anche l’America, anche noi occidentali rischiamo di perdere la democrazia?

«Ovvio. Il rischio che l’autoritarismo ci travolga è evidente. È capitato nell’antica Roma, sta capitando in America. Può capitare ovunque. La fiducia nelle istituzioni è crollata. Non c’è più consenso su cosa sia la verità. E poi i populisti impazzano negli Stati Uniti ma anche in Europa... Siamo sulla soglia di un nuovo ordine mondiale: basta vedere come Trump ha scaricato l’Ucraina e gli alleati europei. Almeno i Romani erano una macchina da guerra, mentre gli americani non sembrano capaci di vincere nemmeno una guerra».

Quando ha preso piede questa apatia per la democrazia?

«Dopo la crisi finanziaria del 2008. Non abbiamo mai più recuperato la crescita, il divario tra i super ricchi e le masse in difficoltà si è divaricato enormemente, la fiducia nello Stato si è sbriciolata. Lo stesso accadde negli anni Trenta in Italia e in Germania».

Agrippa poteva ribellarsi al crollo della repubblica a Roma?

«Credo fosse tormentato dal senso di colpa di non aver fatto nulla per salvarla. Ma adorava troppo Augusto, suo amico e leader fenomenale. Così Agrippa ha deciso di rimanere il suo numero due».

Un personaggio di ombre e misteri. Quando l’ha conquistata Agrippa?

«Stavo scrivendo Pompei (edito nel 2003, ndr) e ho letto di questo straordinario acquedotto in Campania costruito da Agrippa, il quale non solo fu un notevole ingegnere che voleva migliorare le vite dei romani, ma anche un generale e un ammiraglio incredibile, vedi la battaglia di Azio in cui sconfisse Marco Antonio e Cleopatra. E sempre al fianco di Ottaviano Augusto, in un’amicizia lunga 35 anni, iniziata da bambini. Agrippa ha un’importanza immensa nella storia romana, un’importanza di cui però non sappiamo poco o nulla: niente lettere, niente discorsi, le sue memorie sono andate perdute. Agrippa mi ha attratto e afflitto per vent’anni. Dunque, ho comprato un suo busto per parlare con lui: “Chi sei? Perché sappiamo così poco di te? Dimmi di te”. Ho deciso di onorarlo così, con questo romanzo storico, ridandogli vita, carne e sangue. Ora Agrippa non mi tormenta più».

Harris, perché è ossessionato da Roma? È il sesto romanzo “italiano” che scrive, includendo anche “Conclave” e la trilogia su Cicerone.

«Perché Roma è il nostro specchio. I romani sono ancora modernissimi: due millenni fa avevano elezioni, il Senato, i dibattiti, i tribunali, le subdole lotte di potere. I romani sono l’antichità e il presente insieme. Ne sono stato affascinato sin da giovane quando visitai Pompei, Ercolano e ovviamente Roma, dove vado ogni due o tre anni per respirare il passato che l’Italia incarna e custodisce più di qualunque altra nazione. Poi nel Duemila lessi un articolo sui nuovi scavi a Pompei e decisi scrivere l’omonimo romanzo. Da allora è iniziato tutto. Ancora oggi l’antica Roma è nel nostro Dna. Di tutti noi europei. Perciò non ho bisogno di inventarmi un presidente americano per raccontare i nostri tempi».

Il libro

Agrippa di Robert Harris (Mondadori, trad. Annamaria Raffo, pagg. 336, euro 21)

Il 6 novembre, alle 18, Robert Harris sarà alla British School at Rome (via Gramsci, Roma) per presentare Agrippa con Giancarlo De Cataldo. Il 7 novembre, alle 21, Harris sarà a Lecco, all’Auditorium Camera di Commercio, dove riceverà il Premio Manzoni alla carriera

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