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Steve McCurry: “Ragazzi basta con l’IA, fotografate solo quello che vedete”

Todi immortalato da Steve McCurry da una finestra di Palazzo Cesi

 

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Il rapporto tra realtà e tecnologia. I viaggi. La nascita della figlia Lucia che ha cambiato il suo sguardo. E l’amore per l’Italia. Parla l’artista mentre si inaugura il nuovo progetto con gli scatti dedicati all’Umbria
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L’obiettivo di Steve McCurry adesso inquadra l’Umbria. Il fotografo americano, classe 1950, vincitore per quattro volte del World Press Photo grazie ai suoi scatti in Iran, Cambogia, Libano e Afghanistan, presenterà domani il nuovo progetto fotografico Spirituality, seguendo ancora quel “filo verde” che ricorda le iridi di una dodicenne pashtun, bellissima, intravista per caso, un giorno del 1984, nel varco di una tenda di rifugiati nel campo di Nasir Bagh, al confine tra Afghanistan e Pakistan. Ovvero il soggetto del suo ritratto più noto. Stavolta quel colore racconta i paesaggi di una delle regioni d’Italia più amate da McCurry che si potranno vedere in un susseguirsi di scatti inediti, a Perugia all’Accademia di Belle Arti Pietro Vannucci (fino al 10 gennaio 2027).

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L’obiettivo di Steve McCurry adesso inquadra l’Umbria. Il fotografo americano, classe 1950, vincitore per quattro volte del World Press Photo grazie ai suoi scatti in Iran, Cambogia, Libano e Afghanistan, presenterà domani il nuovo progetto fotografico Spirituality, seguendo ancora quel “filo verde” che ricorda le iridi di una dodicenne pashtun, bellissima, intravista per caso, un giorno del 1984, nel varco di una tenda di rifugiati nel campo di Nasir Bagh, al confine tra Afghanistan e Pakistan. Ovvero il soggetto del suo ritratto più noto. Stavolta quel colore racconta i paesaggi di una delle regioni d’Italia più amate da McCurry che si potranno vedere in un susseguirsi di scatti inediti, a Perugia all’Accademia di Belle Arti Pietro Vannucci (fino al 10 gennaio 2027).

McCurry, come è avvenuto l’incontro con questa regione italiana?

«L’Umbria è la terra della spiritualità che ne permea luoghi, personaggi e la vita quotidiana. Il mio progetto, a cura di Paul Henry Robb, voleva essere un’esplorazione fotografica sulla dimensione spirituale nei luoghi di fede, nella dignità dei gesti quotidiani, nella luce e nel legame tra le persone e la terra, nella quiete che in questi luoghi nel cuore d’Italia è trascendente. Da tutto ciò è nato il workshop che ho condotto l’estate scorsa con sette fotografi professionisti e due studenti dell’Accademia di Belle Arti di Perugia. Lavorando tutti insieme quotidianamente a stretto contatto, ho potuto condividere con loro il mio approccio alla fotografia fondato sulla pazienza, sulla curiosità e sulla relazione umana».

La collina di Assisi con la fortezza medievale della Rocca Maggiore sullo sfondo in uno scatto di Steve McCurry

 

La fotografia nasce dalla pazienza, prima che dalla curiosità?

«La fotografia comincia dall’attenzione. Prima di prendere in mano la macchina fotografica, dobbiamo fermarci, ascoltare e lasciare a una persona o a un luogo il tempo di rivelare qualcosa di sé. In Umbria, la spiritualità affiora nella vita quotidiana: in un gesto, in un volto, in uno squarcio di luce: il workshop è nato da questo tipo di attenzione che non può non chiedere molta pazienza».

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Ritorna a guardare e a raccontare l’Italia, Paese che adora e che visita dal 1969, a cui ha dedicato il nome della sua unica figlia, Lucia, 8 anni. Ma, prima di tutto, ci sono le persone o i luoghi per McCurry?

«Camminano insieme. La fotografia è per molti versi una forma di antropologia visiva. Si tratta di osservare persone, culture e tradizioni e di preservare quei momenti come parte della nostra storia collettiva. Un’inquadratura può diventare una testimonianza di come le persone vivono, di come celebrano, di come resistono e di come si adattano a un luogo. In questo senso, la fotografia è sia arte che documentazione».

Nel progetto dedicato all’Umbria, alle immagini da lei scelte si legano sette parole che rappresentano il suo lavoro, di ieri e di oggi: guardare, percepire, osservare, allontanarsi, reinterpretare, disconnettersi, restare.

«Soprattutto restare. Perché da quando ho mia figlia sono molto più stanziale per poterla vivere e immortalare in ogni suo attimo. È davvero il mio soggetto preferito. La prima volta che ho scattato una foto a Lucia è stato un secondo dopo la sua nascita, l’ultima un’ora fa. L’arrivo di Lucia ci ha cambiato la vita».

Il lago Trasimeno fotografato da Steve McCurry

 

La paternità ha cambiato il suo modo di essere fotografo? «Da quando c’è mia figlia il mio modo di puntare l’obiettivo sul mondo e di viverlo in generale è diverso: una volta, fotografando, pensavo soprattutto a me stesso, alle mie emozioni, alle mie reazioni. Ora non riesco a non pensare che la realtà che fotografo sarà quella che lasceremo a lei».

A differenza di tanti suoi colleghi, ha sempre affermato di non temere per nulla lo smartphone, lo strumento che più ha liberalizzato e artefatto ogni tipo di immagine.

«Penso sia bene che ognuno abbia la possibilità di riprendere ciò che ci circonda. Mi fanno solo un po’ ridere i bastoncini per i selfie. Ma fotografare di continuo è positivo purché non si smetta di vivere: la smania di fissare il momento non deve sottrarci tempo, ma arricchirlo, eventualmente. Le fotografie circolano molto più velocemente e arrivano dappertutto, e io continuo ad avere fiducia nel potere di raccontare una storia con le immagini. È quello che ho fatto tutta la vita: documentare la realtà. Purché non venga alterata dall’IA. Questo è il vero rischio di oggi».

Ecco, che cosa pensa dell’intelligenza artificiale applicata alle immagini?

«L’IA può produrre immagini bellissime, ma in questo caso diventano un’opera di fantasia. E bisognerebbe dichiararlo. Regolare la luce, i colori, i contrasti non è lo stesso che inventare elementi. Una testimonianza fotografica reale va oggi più che mai tutelata e il mio lavoro con i giovani sta puntando anche a questo. Ragazzi, pubblicate solo ciò che avete visto e fotografato».

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