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“Yesteryear”, ecco l’incipit in anteprima: vite perfette formato reel

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Il libro diventato un caso editoriale in tutto il mondo arriva in Italia il 10 novembre. Anticipiamo in esclusiva le prime pagine. E se la vita da sogno di una “tradwife” si trasforma in un incubo?
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Questo è l’ultimo giorno della vita che avevo immaginato per me stessa. Aprii gli occhi due minuti prima che suonasse la sveglia, come al solito. Cinque e cinquantotto e ding: ero pronta a salutare il nuovo giorno. Non ho mai faticato ad alzarmi dal letto la mattina. Mai usato il pulsante “posticipa” in vita mia. La sobrietà aiuta. Non bevo. Anche la disciplina aiuta. Sono nata con disciplina in abbondanza, praticamente ne sono straripante, e credo che questo sia il motivo per cui non ho quasi mai fatto fatica, nella vita. Con la maternità, con il matrimonio, con la creazione di un’impresa, con la fede in Lui. Mi sono sempre sembrati dei compiti da assolvere quotidianamente, al momento giusto, nell’ordine cronologico corretto. So che per gli altri non è facile come lo è per me. Ecco perché piacevo a tanti estranei. E poi i soldi. I soldi aiutavano, decisamente. Era inverno. Gennaio. Un fronte gelido aveva preso a spirare dal valico.

Questo è l’ultimo giorno della vita che avevo immaginato per me stessa. Aprii gli occhi due minuti prima che suonasse la sveglia, come al solito. Cinque e cinquantotto e ding: ero pronta a salutare il nuovo giorno. Non ho mai faticato ad alzarmi dal letto la mattina. Mai usato il pulsante “posticipa” in vita mia. La sobrietà aiuta. Non bevo. Anche la disciplina aiuta. Sono nata con disciplina in abbondanza, praticamente ne sono straripante, e credo che questo sia il motivo per cui non ho quasi mai fatto fatica, nella vita. Con la maternità, con il matrimonio, con la creazione di un’impresa, con la fede in Lui. Mi sono sempre sembrati dei compiti da assolvere quotidianamente, al momento giusto, nell’ordine cronologico corretto. So che per gli altri non è facile come lo è per me. Ecco perché piacevo a tanti estranei. E poi i soldi. I soldi aiutavano, decisamente. Era inverno. Gennaio. Un fronte gelido aveva preso a spirare dal valico.

Accanto alla finestra della camera da letto, il radiatore sbuffava aria calda. Il cielo fuori era nero come la pece e sarebbe rimasto tale ancora per qualche ora. La nostra fattoria, in Idaho, era accoccolata nel morbido avvallamento tra due catene montuose, e questo significava che, nei mesi invernali, non vedevamo il sole prima delle nove, più o meno. Eravamo in fondo a una strada sterrata curvilinea lunga circa otto chilometri. Neanche gli aerei ci sorvolavano. Nel buio, ascoltai in lontananza i muggiti di Sassafras, la nostra adorata mucca da latte. Dal tono e dal registro dei suoi lamenti capii che mio marito Caleb la stava mungendo. Al momento giusto. Era un brav’uomo. Prima di incontrare me, mio marito non conosceva la disciplina. Era il più piccolo di cinque fratelli, il più gracile nella cucciolata di una grande dinastia americana. Il padre era l’ultimo senatore in una lunga scia di senatori degli Stati Uniti, lanciato in una candidatura alla presidenza (la terza volta è quella buona!); la madre era una casalinga che aveva passato quasi tutta la vita ad affogare nello Chardonnay. Insieme, in una combinazione quasi fatale di noncuranza paterna e affetto materno, avevano reso Caleb debole, viziato e dolce. Ma, in una persona, l’unica cosa più preziosa delle qualità innate è la volontà di imparare, e mio marito, lui, non desiderava altro. E io chi ero? Una perfetta donna cristiana. La tipica ragazza del sogno americano, stralunata ed eccentrica, quella delle fantasie più morbose e oscure della nazione. La madre che ogni donna desidera essere e la moglie da cui ogni marito vuole tornare. Come una suora in un porno: non ha senso ma funziona, Dio sa quanto. Mi chiamo Natalie Heller Mills e vivere mi riusciva benissimo. Nelle pause tra i gemiti di piacere quasi umani di Sassafras (qualche volta online scherzavo sul fatto che mio marito avesse un’amante bovina, ah ah!) sentivo in lontananza il chiacchiericcio delle galline nella stia, quel contemplativo cococococo che fungeva da generatore di rumore bianco per la nostra fattoria. Amavo le nostre galline. Erano addomesticate come cani, inoffensive come bimbetti. Qualche volta andavo nella stia e mi sedevo tra loro. Mi piaceva accarezzare quei colli setosi, lasciare che beccassero dolcemente il mangime dalle mie mani a coppa. Presto le avremmo uccise. Nel buio, mi venne l’acquolina. Ultimamente bramavo il brodo di pollo appena fatto. Una volta che lo si prepara da zero, quello commerciale sa di rancido. Dallo spiraglio della porta filtravano le risate dei maschietti. I bambini erano in fondo al corridoio a fare colazione. Chiusi gli occhi e avvertii il ritmo della mia casa simile al battito di un cuore. Tata Louise, una benedizione per la nostra famiglia, era ai fornelli a cucinare i pancakes. La produttrice creativa Shannon, il mio braccio destro, era accanto all’acquaio, a sistemare l’attrezzatura per una lunga giornata di lavoro. Stetson e Samuel, i miei adorati ometti, sedevano a tavola e si strattonavano e urtavano con la stessa dose di stordimento. Clementine, la più grande, la figlia che mi aveva reso madre, leggeva un libro a capotavola, ignorando i fratelli. Tata Aimee, seconda in comando, si muoveva nei recessi della casa, intenta a svegliare le piccoline, a baciare palpebre assonnate e a sospingere con dolcezza le due bambine nel giorno. Ne avrebbe portata una in cucina, passandola a Tata Louise, e sarebbe andata a prendere l’altra. Chiusi gli occhi e sussurrai il mio ringraziamento quotidiano al Signore per tutto ciò che mi aveva donato. Grazie, Padre, per Caleb. Grazie per l’Eredità. Grazie per Clementine, Samuel, Stetson, Jessa, Junebug e il piccolo angelo cui non abbiamo ancora dato un nome. Portai istintivamente la mano al ventre, posandola all’apice del rigonfiamento. Avevo trentadue anni. Ero incinta di sei mesi del nostro sesto figlio. Era stata la gravidanza più facile fino a quel momento, anche se tutte, in linea generale, erano state tranquille. Ero nata per essere madre. Non mi sentivo mai tanto in comunicazione con Lui come quando assolvevo il compito di portare in grembo una delle Sue creature. (Capite cosa intendo? Perfetto). Sotto il palmo, la mia bambina si girò piano su un fianco. La mia piccola creatura marina. La amavo tanto. Grazie, Signore, che vegli sugli animali della fattoria, e grazie perché questa settimana ci hai permesso di superare i cinque milioni su Instagram. Siamo a poche anime da un milione su YouTube, Signore. È per Tua volontà, Tua volontà sola, se raggiungo tanti cuori e tante menti. È in Tuo nome che lavoro per diffondere la Tua verità. Fui colta da un’ondata di nausea, un senso di oppressione. Qualche volta la mia vita perfetta, la mia capacità di viverla al meglio mi facevano stare malissimo. Sul comodino, il telefono prese vita. Allungai la mano per silenziarlo, poi scostai le lenzuola e mi alzai.

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