Il vento, lo spirito e le belve così Gesù rinacque nel deserto
di Antonio SpadaroIl vento si vede anche se non ha spessore e non è un oggetto. Lo si vede perché muove, trascina, porta via. Il vento è lo spirito che sospinge con forza Gesù nel deserto. Anche se lo spirito non si tocca, lo si percepisce sensibilmente perché imprime movimento a ciò che porta via con sé. Il vento non muove le pietre, ma i rami e le foglie. È sempre così deciso Gesù, ma ora scopriamo che è docile al vento che lo muove da dentro, e sente forte la sua spinta. È come scagliato fuori, scacciato: così scrive Marco. Lui non oscilla, no, si lascia portare, seguendo una forza che riconosce. La sua decisione coincide con la direzione impressa a forza ai suoi piedi. Cielo e terra si toccano, e lo Spirito come vento aderisce alla scena desertica: la sua irruzione compone un dramma potente. E lì nel deserto – luogo della prova e della preghiera – Gesù rimane quaranta lunghi giorni. Fugge dalla gente, e soprattutto da ogni possibile trionfalismo messianico. Ed è solo. Nulla sappiamo di come Gesù ab…
Il vento si vede anche se non ha spessore e non è un oggetto. Lo si vede perché muove, trascina, porta via. Il vento è lo spirito che sospinge con forza Gesù nel deserto. Anche se lo spirito non si tocca, lo si percepisce sensibilmente perché imprime movimento a ciò che porta via con sé. Il vento non muove le pietre, ma i rami e le foglie. È sempre così deciso Gesù, ma ora scopriamo che è docile al vento che lo muove da dentro, e sente forte la sua spinta. È come scagliato fuori, scacciato: così scrive Marco. Lui non oscilla, no, si lascia portare, seguendo una forza che riconosce. La sua decisione coincide con la direzione impressa a forza ai suoi piedi. Cielo e terra si toccano, e lo Spirito come vento aderisce alla scena desertica: la sua irruzione compone un dramma potente. E lì nel deserto – luogo della prova e della preghiera – Gesù rimane quaranta lunghi giorni. Fugge dalla gente, e soprattutto da ogni possibile trionfalismo messianico. Ed è solo. Nulla sappiamo di come Gesù abbia vissuto quella solitudine estrema, quale coscienza abbia maturato di sé stesso, della sua missione, come abbia trattato il suo corpo, la sua fame, il suo sonno. «Mi ero seduto in cima a un rilievo pelato. Intorno a me non c’era niente da vedere, a parte lo spazio, né c’erano eventi da percepire, a parte il puro scorrere del tempo. Mi abbracciavo le ginocchia... All’interno di me non trovavo me stesso, ma di più, molto di più, un mare di lava fusa, un infinito mobile e mutevole in cui non sentivo parole, voci o discorsi, ma sperimentavo una sensazione nuova, terribile, gigantesca, unica, inesauribile...»: così lo immagina Éric-Emmanuel Schmitt ne Il Vangelo secondo Pilato. Marco introduce all’improvviso un’altra presenza: Satana. Gesù e il demonio si affrontano nel deserto. Lo scenario tremendo, però, è degno qui solamente di una semplice menzione. Non c’è approfondimento della tentazione.
Non sappiamo altro che questo: Satana lo tenta, come potrebbe tentare un essere umano normale. Il Figlio di Dio non è un superuomo. C’è riserbo su questo faccia a faccia che è il dramma della storia, la sintesi di ogni opposizione, la polarizzazione massima, la tensione metafisica che, come un lampo, si scarica su questa nostra terra. La scena si popola di bestie selvatiche e angeli. Il Figlio di Dio non è solo, dunque, ed è consolato dalla loro presenza. Gesù vive con loro. Non con animali domestici, ma fiere, belve: volpi, lupi, sciacalli, iene e angeli. C’è profonda differenza tra il selvatico e il maligno. Non c’è essere ammaestrato che si accompagni a lui. È la fiera, non la bestia addomesticata, a poter reggere la presenza del divino in quella condizione annichilita di solitudine e tentazione. Non c’è gattino, non c’è cane fedele né pappagallo che faccia eco alle sue parole: solo bestie selvatiche e presenze angeliche. Accanto a sé ammette solamente l’artiglio rapace e il tocco divino: che siano simili, in qualche modo? L’immagine è straordinaria e lascia senza fiato.
L’angelo non è creatura domestica perché porta la presenza e la parola di Dio, che ha potenza profetica. Il selvaggio e il santo non si respingono. Marco, anzi, ci dice che Gesù è «servito» dagli angeli, ma «vive» con le bestie: sono due cose ben diverse. C’è una solidarietà e una consuetudine tra il divino e il selvaggio, dunque, che spesso sfugge, abituati come siamo a relegare il divino nella calma, nella quiete, nell’ordine, nella sicurezza. Gesù va in Galilea, dove Giovanni il battezzatore, quello che lo aveva annunciato e battezzato, quell’uomo – che ha sempre parlato senza peli sulla lingua, che viveva come un animale indomito, indossando peli di cammello e mangiando cavallette e miele selvatico – ora è chiuso in gabbia. Gesù sente che è giunto il suo turno e inizia la sua missione. Marco lega i due destini, quello dell’uomo recluso e quello dell’uomo libero, come se qualcuno a questo mondo dovesse pagare perché altri possano godere della libertà di parola. Gesù cammina, percorre lo spazio, ma sulla sua bocca sentiamo una sola frase: il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo. Ma quale “Vangelo”? Siamo all’inizio della vicenda di Gesù, e queste sono le sue prime parole pubbliche! Gesù chiede solamente fiducia. Perché tutto sta per accadere. Le sue parole sono il rullo di tamburo, il segno sonoro di una presenza, l’appello a stare in guardia. Perché si sta avvicinando un “regno”, come per un assalto.
Il libro – Il romanzo di Gesù di Antonio Spadaro (Feltrinelli, pagg. 176, euro 17). Di cui pubblichiamo un estratto